Calo delle nascite, Paleari: “Numeri senza precedenti, abbiamo davanti sfide epocali”
Il professor Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem, illustra i dati relativi alla denatalità: “Bisogna formare cittadini che mantengano una vivacità culturale e la capacità di sviluppare pensiero critico”
“Nella storia repubblicana non si era mai vista una situazione come questa: ci troviamo a livelli tipici di periodi di guerra, ma quando si combatteva i soldati erano al fronte e ora in Italia questo non sta avvenendo”. Così il professor Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem, illustra i dati relativi al calo delle nascite nel nostro Paese.
Il fenomeno della denatalità non si rileva solo da noi: su scala globale si sta registrando un’importante riduzione dell’indice di fecondità, ossia del numero medio di figli per donna. Le motivazioni sono molteplici e, in base a quanto spiega il professor Paleari, non dipendono solamente da ragioni economiche come gli stipendi bassi o i costi che necessita la crescita di un bambino perché un’eventuale introduzione di sussidi e aiuti non basterebbe a invertire la tendenza.
A incidere sono cambiamenti in termini di esigenze e stile di vita delle persone: “il trend non muterà nei prossimi vent’anni e bisogna essere consapevoli delle profonde trasformazioni che interessano la nostra società”. Lo abbiamo intervistato per saperne di più.
Professore, spesso si sente parlare di denatalità. Può tracciare il punto della situazione sul calo delle nascite in Italia?
È un fenomeno che si è accentuato parecchio a partire dal 2008. Da quell’anno a oggi il nostro Paese ha perso un terzo dei nati: in passato ammontavano a circa 550mila mentre quest’anno scenderanno attorno ai 370mila. Nella storia repubblicana non si era mai vista una situazione come questa: ci troviamo a livelli tipici di periodi di guerra, ma quando si combatteva i soldati erano al fronte e ora in Italia questo non sta avvenendo. Per la prima volta nella storia assistiamo a una diminuzione particolarmente marcata del tasso di fecondità, cioè il parametro che misura il numero medio di figli per donna.
Ci spieghi
In Italia il numero medio dei figli per donna è sceso a 1,2, mentre il tasso di fecondità minimo necessario affinché una popolazione si riproduca mantenendo la sua dimensione stabile nel lungo periodo, è di 2,1. Siamo lontani, quindi, da quella soglia e non si vede la fine del calo in corso. Non è una diminuzione momentanea: si tratta di una tendenza consolidata e già nel mio primo anno accademico da rettore parlando della denatalità avevo fatto notare che era iniziato un processo che sarebbe durato a lungo.
È un fenomeno che non riguarda solo l’Italia, giusto?
Si, il tasso di fecondità è in calo in tutto il mondo. Su scala mondiale il numero medio di figli per donna si attesta a 2,2, quindi è leggermente superiore alla soglia minima di riproduzione della popolazione. Questo dato è il frutto della performance dell’Africa, dove nascono in media 4 bambini per donna. Anche nel continente africano si sta verificando un calo delle nascite, ma dato che si parte da numeri decisamente elevati la natalità è maggiore di quanto avviene negli altri Paesi: nel 2015 venivano alla luce 4,6 bambini in media per ogni donna, mentre ora siamo scesi a 4. Alla luce di tutto ciò, la popolazione africana resta in forte crescita: oggi in Africa vivono 1,5 miliardi di persone e l’età media è di 19 anni, mentre in Italia siamo 59 milioni e l‘età media è vicina ai cinquant’anni.
E negli altri Paesi com’è la situazione?
La diminuzione delle nascite si sta registrando in tutti i Paesi, compresi quelli più popolosi come l’India dove il tasso di fecondità ha toccato l’1,98 e per la prima volta è sceso sotto la soglia minima del 2: significa che la popolazione non cresce più per effetto dei nuovi nati. La Cina è giunta addirittura a un figlio in media per ogni donna e gli Stati Uniti a 1,84. La Corea del Sud, che ha il dato più basso al mondo, si ferma a 0,72: vuol dire che ogni donna ha in media meno di un figlio. Si tratta di un fenomeno di portata mondiale, senza distinzioni fra Occidente e Oriente.
Il calo delle nascite è dovuto agli stipendi bassi e ai costi che comporta mettere al mondo un figlio?
Questi aspetti incidono, ma il fenomeno è di portata più ampia perché intervenire su quelle problematiche non basterebbe a ribaltare un trend di tali proporzioni. La denatalità è correlata alla crescita economica: più le persone stanno bene meno sentono il desiderio di concepire figli. Nel complesso oggi il mondo è più ricco di quindici anni fa come testimoniano le criticità ambientali che si sono affermate a causa di questo sviluppo e le esigenze degli individui sono cambiate. Gli scambi su scala globale sono arrivati a un livello estremamente superiore rispetto al passato, così come la mobilità da un luogo all’altro del pianeta e il livello economico medio.
Questo trend cambierà nei prossimi anni?
Per almeno altri vent’anni questa tendenza non sarà invertita perché le nuove generazioni sono influenzate dalle dinamiche della società in cui crescono. Da oggi ai prossimi quindici anni avremo il 20% in meno di alunni italiani alle scuole elementari e quasi il 40% in meno di studenti italiani nelle università. A tutto ciò si affianca il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione: gli ultraottantenni oggi in Italia sono oltre quattro milioni.
Ci spieghi
Al fenomeno dei pochi nati si affianca quello dei tanti anziani. Per la prima volta nella storia viviamo in contemporanea una doppia discontinuità. In questo contesto interventi economici possono aiutare, ma non sono in grado di correggere la tendenza di fondo: la natalità cala anche in nazioni come la Francia e la Germania che sono molto più generose dell’Italia in merito alle politiche a sostegno della famiglia. Sono mutate le scelte di natura personale, legate al proprio modo di vivere: si viaggia di più, si vuole vedere il mondo, rimanere liberi a lungo e crescere in termini di carriera. Sono aspetti positivi che però si traducono in una riduzione della natalità. Il cambiamento degli stili di vita è estremamente lento e per invertire il trend servirebbe parecchio tempo: dobbiamo imparare a convivere con una società in cui ci sono meno nascite e più anziani.
Come possiamo riuscirci?
A livello di bilancio, in Italia, i margini di manovra per mettere in campo grandi politiche strutturali sono estremamente limitati. Purtroppo gli investimenti che si possono fare non sono tali da invertire la tendenza, così bisogna ragionare in maniera adattiva. Dobbiamo riconcepire i sistemi scolastici, la formazione universitaria, le politiche migratorie e più in generale l’organizzazione del lavoro. Abbiamo davanti a noi sfide epocali in ogni ambito della società. Entro il 2030 avremo alcuni milioni di lavoratori in meno: l’allungamento dell’età pensionabile porta a rallentare questa dinamica, ma nel mondo delle imprese vedremo un utilizzo sempre crescente di robot. Sembra una battuta, ma dovremo far pagare i contributi all’Inps a questi ultimi. Una corposa ondata di automazione ci consentirà di compensare il calo della forza lavoro, così come un maggior numero di mezzi pubblici dotati di guida autonoma permetterà di garantire il servizio di trasposto.
Sarà fondamentale gestire i flussi migratori?
Sicuramente. È fondamentale che le politiche di immigrazione siano attive e orientate a finalità precise, con investimenti nei luoghi da dove i migranti arrivano e senza aspettare che approdino da noi in qualche modo, affinché il processo di integrazione sia il più possibile completo e le istituzioni siano abbastanza forti per difendere le regole del gioco a beneficio di tutti. In altre parole, bisogna governare e non subire il fenomeno migratorio.
Non c’è il rischio che aumentino in modo drammatico le disuguaglianze sociali?
Le politiche in materia di redistribuzione della ricchezza saranno una grande sfida. La crescente automatizzazione del lavoro nelle fabbriche, una maggior diffusione della guida autonoma e il più ampio ricorso a umanoidi per generare lo stesso livello di Pil delineano un grande cambiamento. Il Pil deve essere distribuito e sono molto diffidente nei confronti delle politiche che in modo semplificato puntano sull’erogazione di un reddito di cittadinanza, perché ritengo che debba essere incentivato il lavoro e che quest’ultimo vada maggiormente remunerato, senza essere messo in competizione con il non-lavoro.
Da dove dobbiamo cominciare per far fronte a questi cambiamenti?
Dalla consapevolezza della nuova società che si sta delineando. Il crescente livello di automazione, l’uso di tecnologia sostitutiva del lavoro umano e un maggior ricorso all’intelligenza artificiale comporta il rischio che si verifichino fenomeni di marginalizzazione di massa. La preoccupazione più grande è quella che le persone vivano passivamente le trasformazioni della società perché in qualche modo sono eterodirette dalla tecnologia, come ha scritto lo storico, filosofo e saggista Yuval Noah Harari nel suo libro “21 lezioni per il XXI secolo”.
Che cosa intende?
Harari ha paventato il rischio di una società composta da una massa di individui che di fatto sono followers e un’oligarchia che governa le trasformazioni in atto. Nel nostro tempo stiamo assistendo al ritorno della geopolitica, delle guerre, dei carri armati e del ricorso alla forza nei rapporti fra gli Stati. È un ritorno della politica che, però, si dovrebbe preoccupare di come redistribuire le ricchezze prodotte in modo diverso ed è fondamentale che i cittadini partecipino attivamente all’evoluzione tecnologica. La vera sfida è quella di formare cittadini che mantengano una vivacità culturale e la capacità di sviluppare pensiero critico, che sono antidoti al rischio di derive passive. Laddove c’è rassegnazione si insidia il pericolo che si possano configurare varie forme di dittatura e bisogna stare attenti.
E che cosa intende per “pensiero critico”?
La capacità di pensare in modo obiettivo, razionale e riflessivo, analizzando le informazioni, valutando le prove e traendo conclusioni logiche per prendere decisioni informate. Il pensiero critico è libertà e consente di fare scelte autonome, superando la semplificazione di pregiudizi e blocchi ideologici. Non consiste nell’urlare ma nella gestione delle trasformazioni della società: dobbiamo andare oltre l’intelligenza artificiale e fare in modo che quello che diciamo serva anche a noi stessi per far fronte ai cambiamenti del nostro tempo attivamente. È un’indicazione che vale per ogni lavoro che svolge ciascuno di noi.
La politica e la società purtroppo non sembrano andare in questa direzione
In uno scenario contraddistinto da importanti cambiamenti ci sono tante persone che hanno colto la sfida di questo tempo e si stanno attrezzando. C’è chi si dà da fare in mezzo a tutte queste dinamiche: dobbiamo allenarci a svilupparne la consapevolezza. È vero, per esempio, che molti giovani italiani vanno a vivere all’estero, ma non significa che in Italia restino i più stupidi. Dobbiamo renderci conto che tanti vogliono compiere esperienze formative e lavorative in altri Paesi, ma siamo anche in grado di attrarne altri in gamba. Un primo passo, quindi, è cominciare a valorizzare tutto quello che c’è di buono guardando al futuro tenendo presente i profondi cambiamenti della nostra società.



