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Il dolore dei familiari: “Non ha chiesto scusa, non ha nessun rimorso e questo ci fa molto male. Vogliamo giustizia”

Terno d’Isola. “Il Dna sulla mia bicicletta? Ecco, quello non me lo spiego proprio, non capisco, perché io sono passato a circa 5 o 6 metri da Sharon e dalla persona che stava litigando con lei in via Castegnate”. “Suvvia Sangare, il Dna non vola ed è misto, il suo e quello della vittima”.

È un lungo botta e risposta quello tra Moussa Sangare, 31enne accusato dell’omicidio di Sharon Verzeni e il pubblico ministero Emanuele Marchisio, nell’udienza di lunedì 10 novembre. Seduto al banco dei testimoni, l’imputato ribadisce la sua versione dei fatti: ad accoltellare la donna in strada a Terno d’Isola, nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024, non sarebbe stato lui.

Eppure, a fornire dettagli importanti rispetto al delitto, era stato lui stesso durante la confessione. Lo aveva dichiarato ai carabinieri che lo avevano fermato un mese dopo l’omicidio, al pubblico ministero e, infine, al giudice delle indagini preliminari che lo aveva interrogato in carcere.

Salvo poi, mesi dopo, ritrattare tutto. Dice, con lucidità e proprietà di linguaggio, di essere stato testimone involontario dell’aggressione a Sharon e, il giorno successivo, di essere “andato in paranoia” perché temeva che il vero assassino potesse risalire a lui e fargli del male per evitare che parlasse. Per questo motivo avrebbe messo in atto tutta una serie di azioni per tutelarsi: si è tagliato i capelli, ha modificato la bicicletta, ha buttato nel fiume i vestiti, ha sotterrato vicino all’Adda uno zaino con il coltello, braccialetti e collanine che portava quella sera.

Un racconto dettagliato quello fatto in aula, una cantilena intercalata da espressioni colloquiali che non ha convinto il pubblico ministero. Il quale lo ha lasciato parlare e poi gli ha contestato tutta una serie di elementi che non tornavano.

“Lei quindi temeva che l’omicida potesse riconoscerla, giusto? E per quale motivo ha buttato i coltelli che aveva in casa che magari poteva utilizzare per difendersi? Perché non se n’è andato via se aveva così paura?”, ha chiesto il sostituto procuratore. “Non so perché li ho buttati, facevano parte di un set che non usavo mai”.

“Nel suo telefonino abbiamo trovato la fotografia di un albero con una nota che riportava “16 passi”. Seguendo queste indicazioni abbiamo ritrovato il punto in cui ha seppellito lo zaino con il coltello e i monili nascosti in un calzino. Ce l’ha detto lei dove si trovava”, ha incalzato il pm. “Sì certo, il coltello era quello che usavo con gli amici quando facevamo il barbecue in riva al fiume”, ha risposto Sangare.

“Ce l’ha detto lei che aveva gettato un sacchetto zavorrato nel fiume con dentro i vestiti e ci ha detto anche che, prima di commettere l’omicidio, aveva fatto una prova tentando di sgozzare una statua di legno in piazza Sette Martiri a Terno d’Isola. I carabinieri hanno verificato e hanno trovato impercettibili tagli nel legno all’altezza del collo della statua. Non avrebbero mai controllato senza le sue indicazioni”. L’imputato ha negato: “No, non sono stato io”.

La lettura dei verbali dell’interrogatorio di Sangare, nel punto in cui descrive come ha ucciso Sharon, ha messo ancora di più l’imputato in difficoltà: “Come faceva a sapere che la prima coltellata aveva attinto Sharon al petto e la lama era rimbalzata? Lo poteva sapere solamente chi ha commesso una cosa del genere”. “No, non ho detto queste cose. Le ho sentite alla tv”, ha detto l’imputato.

“Da quella via, a quell’ora, non è passato nessuno se non lei in bicicletta e Sharon. Chi era quindi la persona che litigava con la vittima se le telecamere non inquadrano nessun altro? I fantasmi non esistono, Sangare”, ha dichiarato il sostituto procuratore. “Forse quell’uomo ha scavalcato la recinzione del palazzo, oppure è qualcuno di Terno che sa dove sono posizionate le telecamere”, ha azzardato il 31enne.

Il presidente della Corte d’Assise, il giudice Patrizia Ingrascì, ha chiesto: “Lei ha confessato tre volte. Perché se non è stato lei si è immedesimato nell’assassino?”. “Perché erano tre giorni che mi tenevano in caserma facendomi domande, senza mangiare, senza dormire, così ho pensato che se avessi confessato mi avrebbero lasciato andare”, si è giustificato l’imputato. “In caserma non è stato 3 giorni ma solo uno – ha sottolineato il pm -. Lei racconta di aver ucciso una donna e crede che in questo modo l’avremmo lasciata andare?”.

La famiglia di Sharon

Nell’udienza di lunedì sono stati sentiti anche i familiari della vittima: papà Bruno, mamma Maria Teresa, la sorella Melody, il fratello Cristopher e il compagno, Sergio Ruocco. Nessuno è riuscito a trattenere le lacrime parlando di Sharon, ricordando quanto era serena, solare, sorridente, legata alla famiglia. La coppia stava organizzando il matrimonio: “Si informava sulle location e ci faceva vedere i cataloghi degli abiti da sposa. Mi dispiace non averle detto che quello sarebbe stato un nostro regalo per lei”, ha detto la mamma.

Sergio non si dà pace: “Ho tanti rimpianti, il primo è quello di non essere uscito con lei quella sera. E poi penso che se ci fossimo sposati prima, se avessimo fatto un figlio forse quella sera si sarebbe presa cura di lui e non sarebbe andata a camminare”.

Ruocco dopo l’omicidio è rimasto un anno a casa Verzeni: “Non ce la facevo a tornare a Terno d’Isola, nel nostro appartamento”. E non condanna nemmeno chi, durante il mese di indagini per risalire al responsabile dell’accoltellamento, ha puntato il dito contro di lui: “Capisco, e la cosa mi dispiace. Il giorno in cui mi hanno interrogato ho detto ai carabinieri che volevo rimanere in caserma, volevo aiutare nelle indagini. In quel momento prevaleva il dolore e lo smarrimento. Lei non c’era più e io non sapevo cosa fare della mia vita”.

Al termine dell’udienza papà Bruno si è detto rammaricato per la ritrattazione da parte di Moussa Sangare: “Ci dispiace che non abbia voluto nemmeno chiedere scusa, pur avendone avuto la possibilità durante la sua deposizione. Vogliamo solo che venga fatta giustizia perché abbiamo constatato che non ha nessun rimorso e questo ci fa molto male”.

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Nella prossima udienza, fissata per il 16 dicembre, spazio alle richieste di accusa e difesa.

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