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Tornando a casa in auto con la moglie e la figlia, un uomo ha un incidente e, a causa dei danni, deve fermarsi per una riparazione. Sul posto, un uomo riconosce nel conducente un agente dei servizi segreti che l’aveva torturato in carcere. Decide di sequestrarlo e di seppellirlo vivo, quando viene assalito dai dubbi: che si tratti di uno scambio di identità?

Titolo: Un semplice incidente
Titolo originale: A Simple Accident
Regia: Jafar Panahi
Paese di produzione / anno / durata: Iran, Francia / 2025 / 105 min.
Sceneggiatura: Jafar Panahi
Fotografia: Amin Jafari
Montaggio: Amir Etminan
Suono: Valérie Deloof, Reza Heydari, Cyrill Holtz, Gregory Vincent
Cast: Vahid Mobasseri, Ebrahim Azizi, Mariam Afshari, Hadis Pakbaten, Majid Panahi, Mohamad Ali Elyasmehr, Georges Hashemzadeh, Delmaz Najafi, Afssaneh Najmabadi
Produzione: Bidibul Productions, Les Films Pelléas, Pio & Co
Distribuzione: Lucky Red
Programmazione: Conca Verde Bergamo, Treviglio Anteo spazioCinema, Iride-Vega Costa Volpino

Ricominciare, ritrovando l’umanità oltre ogni sentimento che avvicini alla vendetta, ogni sentimento che, anche se comprensibile e visceralmente umano, si perde nella parzialità, dimenticando valori imprescindibili ed universali.

Un’umanità che pulsa è quella di “Un semplice incidente”, nuovo film di Jafar Panahi, Palma d’Oro al Festival di Cannes e al cinema dal 6 novembre. Un semplice incidente è, appunto, la causa scatenante di una serie di eventi che raccontano molto del regime islamico e della società dell’Iran, da sempre analizzato nei lavori del regista. Panahi, tornato ora in libertà dopo la prigionia e i domiciliari, abbandona qui la riflessione sulla sua persona per ritrovarsi in un doppio alter-ego: chi la prigionia l’ha subìta e chi si trova a subirla di conseguenza.

All’inizio del film (girato ancora senza il permesso governativo), un’inquadratura frontale mostra una famiglia all’interno di un’auto: marito, moglie incinta e la figlia. Sulla strada, l’auto investe un cane e, poco dopo, la famiglia è costretta a fermarsi a causa del danno. In cerca di un’officina, il padre chiede aiuto in uno spaccio. Vahid (Vahid Mobasseri), uno dei lavoratori, sente, nella camminata dell’uomo, il cigolio di una protesi: un rumore che gli riporta alla mente il carcere e l’uomo, Eghbal (Ebrahim Azizi) senza una gamba, appartenente ai servizi segreti, che l’ha torturato per mesi. Cercando vendetta, Vahid lo rapisce e tenta di seppellirlo nel deserto. Non essendo però sicuro dell’identità dell’uomo (non avendolo mai visto in volto), cerca conferme ad altri ex prigionieri. Si ritrova così con Shiva (Mariam Afshari), fotografa di matrimoni, la neosposa Golrokh (Hadis Pakbaten), anche lei imprigionata, con il marito (Majid Panahi) e l’operaio Hamid (Mohamad Ali Elyasmehr), in un viaggio drammatico e grottesco, lungo un giorno, in cui l’assurdo si inserisce in un difficile dialogo tra bene e male, tra giusto e sbagliato.

Si ritorna, indirettamente, ai sette mesi passati in carcere da Panahi, dal luglio 2022 al febbraio 2023 e quindi ad una riflessione sul proprio passato che si estende qui alla collettività, verso una valutazione più profonda delle diverse sfaccettature che formano ogni uomo.

Il clima d’odio diffuso, le conseguenze delle azioni del governo e una sensazione di terrore perenne attraversano questa commedia nera in un ribaltamento dei ruoli con cui il regista chiama in causa il regime, ma anche ogni spettatore. Vahid dona forma ad un bisogno umano di vendetta, così come i suoi compagni di prigionia, in un processo assurdo, all’interno di un camioncino per le strade di Teheran. Eghbal viene rinchiuso all’interno di una cassa, in attesa di una piena conferma della sua identità. I ruoli si scambiano, le responsabilità dei crimini si moltiplicano. Nel sequestro, ogni personaggio è sia torturato che torturatore, sia prigioniero che aguzzino, membra di un corpo politico e sociale che si rivede e si giudica, non trovando però un (semplice) verdetto. Un corpo ferito, dilaniato, che nel processo sommario cerca una catarsi, ritrovandosi vittima, in ogni sua parte.

Panahi si avvicina a Beckett, all’indeterminatezza di “Aspettando Godot” e all’assurdo di un viaggio di una cassa piena e vuota, vita e morte allo stesso tempo. Un assurdo che affronta in maniera anche stilisticamente efficace un passato che non può essere rimosso, una crepa profonda nel vissuto dell’Iran che lacera ancora i corpi.

In questa crepa, però, Jafar Panahi cerca di ritrovare la vita, sia attraverso il grottesco che vede, ad esempio, Golrokh scagliarsi contro il proprio aguzzino in abito da sposa, sia attraverso un sentimento di cura che emerge, noncurante della rabbia e dell’odio.

“Un semplice incidente” riflette su un passato che ritorna, su un trauma difficile da superare anche nei giorni più felici, ma anche sulle responsabilità del singolo, primo artefice del benessere della società.

La luce e il sonoro sono nel film elementi-chiave che, nell’immagine, riflettono su tempo e spazio. Le immagini del regista iraniano si ritrovano nella continuità della narrazione, impregnate però dal paradosso di luci che cesellano e donano ombra ai personaggi, che si distolgono dalla dicotomia bene/male. Non esistono risposte, solo domande e dubbi. La verità sembra risiedere solo (forse) nel fuoricampo, in un doppio che emerge dal sonoro, per farsi assurdo, incapace di comprendere il reale nella sua totalità.

un semplice incidente