Donato Zoppo, una delle penne più eleganti del giornalismo musicale contemporaneo
Succede, nel nostro percorso di formazione, di incontrare autori che sembrano parlare solo a noi, quasi fossimo legati da un filo invisibile. A me è capitato leggendo (divorando è la definizione esatta) “CSI. È stato un tempo il mondo”, edito da Aliberti, saggio a più voci sulla genesi del Consorzio Suonatori Indipendenti, forse la realtà più alta e rappresentativa del rock italiano anni novanta. Autore del libro è Donato Zoppo, una delle penne più eleganti del giornalismo musicale contemporaneo. È stato un piacere conversare con lui ed avere conferma non solo della sua sterminata conoscenza (musicale e non), ma pure della sua estrema disponibilità. Disclaimer: prima di iniziare, si raccomanda ai lettori di aprire l’app “Note” del proprio smartphone e di prepararsi a segnare un lungo elenco di consigli per gli acquisti.
Parlami dei tuoi inizi e del tuo background. Come ti sei innamorato della musica e come sei approdato alla scrittura?
Ascolto musica sin da bambino, prevalentemente rock, ma mi è sempre piaciuto guardarmi intorno e scavalcare, sarà perché da asmatico ho sempre avuto bisogno di boccate d’aria. Non provengo da una famiglia di cultori ma, nonostante ciò, sono stato motivato, o meglio, mai osteggiato nei numerosi stimoli che cercavo, o che mi ritrovavo addosso e non volevo lasciare andare. Prima dell’ascolto però ci fu la lettura. Insieme alla scrittura. A quattro anni grazie a mio padre cominciai a leggere Topolino, come tantissimi, e pian piano cominciai a scrivere, anche prima delle elementari. Era una cosa ovviamente artigianale, fai da te direi, naif, senza guide come può accadere ad un bambino in età prescolare, ma questo imprinting fu decisivo, tanto che divenni rapidamente un frequentatore della biblioteca del mio paese, che però non aveva narrativa per ragazzi, infatti ricordo che tra le prime cose che lessi ci furono, ad esempio, Ivanhoe di Walter Scott, poi It di Stephen King, i racconti di Edgar Allan Poe e così via. Uno dei primi album acquistati – ma non capiti subito, ovviamente – fu Three Of A Perfect Pair dei King Crimson. Forse il mio modo di fare a volte un po’ troppo serioso parte proprio da lì (ride, ndr.). Se la memoria non mi inganna credo di averlo comprato per testare il giradischi vetusto che avevo trafugato a casa di mia nonna,
sai quegli affaroni che erano allegati a Selezione di Reader’s Digest, lo vidi e decisi che doveva essere mio. Nella seconda metà degli anni ’80 ascolti, letture e scritture si combinarono e mi fecero diventare ciò che sono ancora oggi: un ascoltatore attento e a mio modo versatile; un lettore vorace, curioso; uno scrittore che potrebbe sfornare molto di più ma che cerca di muoversi anche secondo principi etici, ossia valutando per bene come scrivere e cosa pubblicare.
Quali sono i tuoi music writer del cuore?
Ne ho letti tanti, forse anche troppi ma la lettura è una di quelle aree in cui il troppo non stroppia, purchè tra un’immersione e l’altra si emerga e ci si regali il giusto tempo per respirare. Ti dico questo perché avendone letti tanti, fatico a trovare quelli del cuore, che è un’area molto affollata essendo io vorace e passionale. Posso dirti che mi piacciono molto quelli che inventano e giocano, e che escono anche fuori dalla musica, che non sono notarili e che rivelano le loro faccende extra musicali, anche i guilty pleasure, ecco quelli mi allettano molto. Riccardo Bertoncelli è uno di questi, mi viene in mente anche Christian Zingales, ricordo con piacere Stefano Solventi dai tempi gloriosi del magazine Wonderous Stories, me la sono spassata leggendo il libro sui Righeira di Fabio De Luca, tanto per fare qualche nome e mostrarti un frammentino di questa infinita lista che peraltro cambia quotidianamente – e hai fatto bene a intervistarmi proprio oggi (ride, ndr.). Mi piace il
Guccini scrittore, tempo fa mi stupì la prosa di Baglioni (sempre a proposito di guilty pleasures), è delizioso Capossela perché è uno che gioca molto e rivela un immaginario imprevedibile, in particolare sono un affezionato lettore sia di Ferretti che di Zamboni. Giovanni ha un tono austero e millenarista, ai confini della sentenza inappellabile, che tocca certe mie corde arcaiche; Massimo ha una cultura laica e responsabile che parte dal quotidiano e arriva ai grandi temi, snocciolati abbinando fantasia e pragmatismo. Per concludere con qualcosa che non c’entra nulla, tre scrittori che adoro e che svettano sul podio dei preferiti – del momento, ma anche del passato, domani non so – sono Piero Chiara, Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino. Ora che mi ci fai pensare tutti e tre siciliani. Curioso per un seminordico (o semisudista, a seconda di dove si guarda) come me. Anche Piero Chiara lo era.
Ti ricordi del tuo primo articolo e del tuo primo libro? Ti sei proposto o sei stato chiamato? Hai mai tradotto libri altrui?
Non ricordo precisamente l’anno, ma mandai a una rivista metal una recensione di A Change Of Seasons dei Dream Theater, perché benchè fosse un lavoro di transizione dopo un disco piuttosto coeso come Awake, la suite omonima era a mio avviso davvero molto valida (o penso tuttora). Era un bell’esempio di metal reinventato in chiave progressiva, o di progressive rock metallizzato, anche se quella trovata è stata esplorata in tutte le sue possibilità e diventata rapidamente statica, svuotata di idee. Non mi chiamarono loro, né mi risposero, mi chiamai da solo rispondendo a questa vocazione che veniva da lontano, tant’è che subito dopo – o forse poco prima, ma siamo lì, seconda metà anni ’90 – cominciai a scrivere per una fanzine artigianale chiamata Prog Magazine. Ho sempre apprezzato le fanzine, perché sono una palestra in cui ci si fanno le ossa per bene. Viceversa, non mi feci le ossa per arrivare al sospirato libro, perché debuttai subito entrando dalla porta principale, ossia la collana Momenti Rock curata da Ezio Guaitamacchi di Jam per Editori Riuniti, che mi commissionò il mio lavoro d’esordio. Era il 2005 e pubblicai una biografia della PFM che oggi riscriverei daccapo, ma che è stata tanto apprezzata nel tempo. Mai tradotti libri stranieri, non ho competenze linguistiche per farlo, ma mi piacerebbe molto che qualche mio libro
fosse tradotto: quelli sul prog, su Genesis, King Crimson e Area credo che si presterebbero, ma anche quello su Beatles e Battisti.
Come sei riuscito, da esordiente, a debuttare con una grossa casa editrice?
Debuttai con Editori Riuniti, che pubblicò il mio libro sulla PFM, in modo semplicissimo: dopo un po’ di ricerche incrociate su di me, il curatore della collana Momenti Rock Ezio Guaitamacchi, che conoscevo di fama per i suoi libri e per la direzione di Jam, mi contattò per farmi la proposta di questo libro sulla storica rock band per la collana. Aveva chiesto in giro, cercava qualcuno che fosse adatto per raccontare la vicenda della Premiata, credo ne avesse parlato anche con Mario Giammetti, guru della materia Genesis che aveva già pubblicato con lui. Fu bello poi proseguire con Ezio, infatti poco dopo la pubblicazione del libro entrai in Jam,magazine che ho tanto amato – in primis da lettore, già da prima del 2005 – e per il quale ho scritto fino all’ultimo numero. Novembre 2013, Jim Morrison in copertina, titolone: The End.

Ti consideri un music lover a 360 gradi o c’è qualche genere che ti fa battere il cuore più forte di altri (e qualcuno che ancora non ti arriva o non sopporti)?
Senza entrare nella retorica, nell’enfasi e nelle banalità, ti dico chiaramente che la musica mi ha salvato la vita. L’immersione costante nella musica mi ha fatto sviluppare una preziosa dote (che probabilmente già avevo, proveniente sia dalla parte paterna meridionale che da quella materna settentrionale, anche se molto diverse), quella dell’ascolto, che a volte mi ha aiutato tanto anche nelle relazioni – altre volte mi ha condannato, ma questa è un’altra storia. Questo edificante pistolotto per dirti che il mio amore per la musica è fatto di gratitudine, dunque è ampio, si nutre molto di curiosità. Tanto per farti un esempio, stamattina ho ascoltato i nuovi album di Annlaug Børsheim, dei Blue Heron, Mulatu plays Mulatu del grande Astatke e il nuovo dei Black Lips: una cantautrice norvegese sui generis, una heavy-stoner band del New Mexico, un pilastro del jazz africano e una garage band psichedelica americana. Roba diversissima ma goduta con la stessa voluttà. Mi viene naturale, non ho altre spiegazioni. Mi piacerebbe anche dire che questo amore per la musica è universale ma non posso perché ci sono tante musiche che non mi arrivano, non mi toccano, non entrano in risonanza profonda con me, dalla musica dell’America Latina in genere (e dire che gli Inti Illimani, tanto per fare un nome, hanno fatto dei dischi molto belli ma niente, non colpiscono) alle cose martellanti tipo house, jungle etc passando per l’indie depressivo e piatto, che mi innervosisce. Ho qualche problema con la musica spacciata per eclatante e che invece non lo è – tipo certa elettronica di una semplicità disarmante, direi elementare, considerata invece molto intellettuale – ma quello è più un problema di onestà di chi comunica. Ovviamente il mio imprinting conta molto. Se da ragazzo cresci con la grande lezione dell’hard rock, del progressive e della canzone d’autore, oltre che con i classici dell’epoca d’oro, è difficile accettare cose di qualità scadente.
Ti piace ancora andare a concerti? Prediligi quelli più intimi o anche quelli più affollati?
È impossibile per chi fa il nostro mestiere o ha la nostra passione non andare ai concerti, sono un banco di prova centrale per conoscere, capire, scoprire, confrontarsi. Devo ammettere però che negli ultimi anni vari fattori mi stanno spingendo a frequentare poco i concerti: l’età (la mia), la scarsità di proposte interessanti, le nuvole di luci dai telefonini che mi irritano profondamente durante dei momenti sacri come sono per l’appunto i concerti, i costi, tutto ciò mi ha reso selettivo. In linea di massima prediligo live intimi o comunque in luoghi che rappresentano un valore aggiunto, o che sono in sintonia con la proposta: mi viene in mente al volo un prezioso live di tre anni fa di Cristina Donà e Saverio Lanza a pochi metri da un fantastico mare salernitano, o qualche mese fa un festoso Vinicio Capossela con la Banda della Posta in una ruspante piazza paesana, contesto a dir poco affollato ma aveva il suo senso.
Segui le ultime uscite? Cosati piace, in particolare?
Fino a due anni fa ho condotto per quasi un ventennio un programma in radio che mi consentiva un costante aggiornamento sulla musica italiana e straniera: finita questa esperienza – che mi manca moltissimo, chi fa o ha fatto radio mi capisce – è inevitabilmente finita anche quella fittissima mole di ascolti dalla quale settimana dopo settimana selezionavo le mie scalette. Continuo a scrivere per Audio Review e ogni mese nella rubrica diretta da Federico Guglielmi mi occupo di prog, hard rock, jazz-rock e dintorni. Se dovessi farti i titoli di nuovi dischi di artisti o gruppi di questi generi che mi hanno colpito di recente, e che ho recensito, ti direi Cardiacs, Stephan Thelen, Paradise Lost, The Young Gods, Glenn Hughes, Messa, Echolyn e Held By Trees. E chissà quanti ne dimentico. Dovrei andare a vedere nella chat ad hoc che ho con la mia compagna, nella quale le invio tutti i link dei dischi freschi che ascolto e reputo interessanti: a naso direi che le ho segnalato i Dead Meadow, gli Afrodream, Hugo Race e Gianni Maroccolo, i Margarita With Cult, i Tropical Fuck Storm. Ho anche ascoltato in anteprima il nuovo degli Oslo Tapes, molto validi.
Stai prendendo nota?
Credi che Ko De Mondo, esordio dei CSI, sia stato un disco spartiacque tra gli ottanta e i novanta?
È stato senza dubbio un disco spartiacque, ed è uno dei dischi-mondo nei quali la musica è solo una parte. Ko de mondo racchiudeva alcune storie – due in particolare, quella di alcuni ex Litfiba e quella degli ex CCCP – e una Storia, quella di un mondo alla fine del mondo; racchiudeva una geografia, quella di Finistére in Bretagna, ai confini dell’Europa. Racchiudeva l’esperienza di personalità forti, potenzialmente conflittuali, che scioglievano le asperità e le differenze nella musica. E racchiudeva una musicalità unica nel suo genere. Possono piacere o no, questo è poco rilevante, ma i CSI hanno avuto una personalità difficile da etichettare: metterli nel calderone profondo e ribollente dell’alternative-rock è stata solo una scelta di comodo. Onestamente mi riesce difficile trovare un gruppo italiano, all’epoca, così carismatico e personale, con un suono così riconoscibile. Credo che il loro disco d’esordio abbia avuto, per gli anni ’90, lo stesso valore che nel decennio precedente ebbero Creuza de mä, La voce del padrone, Don Giovanni e La pianta del tè. Per suoni, temi, scrittura, potenza, ha segnato un’epoca.
Che ne pensi dei restanti album in studio dei CSI, Linea Gotica e T.R.E. e dei live In Quiete e Una questione privata?
Più che pareri sui singoli dischi, che sono poco rilevanti (i miei pareri, intendo), penso possa essere più utile una riflessione a tutto tondo sui loro contenuti e sulla loro personalità. È vero che i CSI sono stati una rock band, peraltro molto potente dal vivo, ma ho sempre ammirato la versatilità, l’indole cangiante. Subito dopo l’uscita di Ko de mondo hanno tolto la spina – non interamente, ma qualcosa hanno tolto – e si sono reinventati in quasi-acustico per In Quiete: hanno svestito le canzoni e ne hanno mostrato l’ossatura, con abiti sottili, quasi trasparenti. Non è da tutti. In alcuni momenti la bellezza di quella operazione, con tutti i limiti, le incertezze, la forma fisica di Giovanni, era davvero emozionante. Hanno avuto – ma questo era già tipico dei CCCP – un tempismo e una sensibilità verso i mutamenti storici e verso lo stare e il camminare nella Storia: hanno affrontato in musica la Resistenza, Beppe Fenoglio, Dossetti, temi insidiosi perchè identitari, oltre che politici. Una questione privata fu un esito artistico altrettanto riuscito.
Quanto è vicina la reunion dei CSI?
Dopo aver intervistato sia Ferretti – il quale ha annunciato sia a Scanzi ch, in seguito, a me la sua disponibilità a tornare sul palco, e solo sul palco – che Zamboni – il quale ha la medesima disponibilità, anche se più misurata e circostanziata, vista la mole di impegni – i margini per una reunion dei CSI ci sono tutti. I sei si sono rivisti a pranzo lo scorso 28 ottobre, come ha testimoniato la foto postata da Gianni Maroccolo, il quale però sarà impegnato dal vivo con il ritorno dei Litfiba, il cui tour celebrativo di 17 RE terminerà il 15 agosto 2026. Dubito dunque che, se i CSI torneranno insieme, sarà immediatamente dopo. In ogni caso sono tutti concordi sulla disponibilità e restano in attesa: ciò che deve accadere, accadrà, possiamo dire. Spero che questa riunione sia concepita, affrontata e sviluppata nel modo più dignitoso e sensato.
Dopo aver scritto degli album E già di Lucio Battisti, Ko de Mondo dei CSI e Desaparecido dei Litfiba, cosa ti manca?
Questi tre libri per Aliberti non sono nati con l’idea di un trittico, sarebbe stato troppo costrittivo per la mia indole oppositiva (ride, ndr.): sono partito con un saggio sul primo disco di Battisti senza Mogol, un primo passo; ho voluto seguirlo con un altro primo passo, il debutto dei CSI; alla fine è arrivato il terzo primo passo, Desaparecido dei Litfiba. Chiusa qui la trilogia. Posso dirti però che sto lavorando con orgoglio e responsabilità a una sorta di appendice, o meglio a un libro su uno dei musicisti citati in questa intervista, legato a uno dei tre libri. Questo lavoro che uscirà l’anno prossimo sarà un bel diversivo. E se proprio dovessi scrivere qualcosa sui Timoria, sarebbe su Viaggio senza vento, che ascoltai e apprezzai in tempo reale: uno splendido documento storico del rock nostrano degli anni ’90, disco eccezionale. Mi regalai la cassetta per i miei 18 anni, infatti uscì proprio il giorno dopo il mio compleanno.
Ci siamo incontrati la prima volta ad un live degli Anekdoten, gruppo svedese che insieme ai Landberk e agli Änglagård rappresenta la rinascita del prog sinfonico in Europa. Segui questo genere?
Ricordo quell’incontro milanese di un bel po’ di anni fa, ricordo la musica degli Anekdoten che ho sempre apprezzato perché piena di quel clima un po’ spettrale, polveroso, molto nordico. Tra l’altro se non ricordo male il loro debutto Vemod uscì nello stesso periodo dei Timoria che citavamo prima. Ricordo la copertina, con i toni psichedelici alla Markus Keef, e anche quella del seguente Nucleus, la inquietante pupilla sul prato, la associai a un altro album coevo che mi piaceva tantissimo, il debutto omonimo degli Standarte. Tutte queste memorie tradiscono pesantemente la nostra età, meglio archiviarle (ride, ndr.). Come ti dicevo prima, il mio imprinting è stato proprio il prog, insieme all’hard e ai cantautori. Per intenderci, in ordine di apparizione: Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, poi King Crimson, Genesis, Jethro Tull, poi Fabrizio De André, Ivan Graziani, Lucio Battisti. I super classici, i testi base, l’abc insomma. E mi fermo con questo tris di terzetti stellari perché potrei andare avanti all’infinito. Ho amato il prog per la capacità di portarmi altrove. Ascoltare In The Wake Of Poseidon, The Lamb Lies Down On Broadway e Pawn Hearts fu l’equivalente di un tuffo oltre la musica: partendo dalla visione della copertina, ascoltando quel rock sì aristocratico ma denso e pieno di rimandi, ascoltando i testi, potevi andare da un’altra parte, così scoprire altre aree del sapere, non solo musica. I tarocchi li ho scoperti grazie al secondo disco dei King Crimson, Jodorowski grazie all’opera rock dei Genesis, tanto per fare un esempio. E dai Soft Machine potevi arrivare a Terry Riley e John Coltrane, con i Gong fare viaggioni cosmici, con gli Yes meditare su Yogananda. Ho amato i Rush per i testi di Neil Peart, che mi hanno insegnato tanto. Non ascolto più prog, se non per mestiere poiché come detto lo tratto mensilmente su Audio Review, e temo non mi faccia più battere il cuore come un tempo. È una musica che ha detto tutto, forse anche troppo, e che soprattutto perse irresponsabilmente la freschezza iniziale. I primi album di Genesis, Camel, Jethro Tull, Gentle Giant, Barclay James Harvest,
ancora oggi conservano l’estasi della bellezza, e devo dire che riascolto qualcosa di tanto in tanto, in macchina ad esempio, anche se tendo poi a soffermarmi su altro. Ad esempio a oltre trent’anni dai primi ascolti, i Beatles mi fanno battere ancora il cuore, e anche tanto. Così come, a tanti anni dai suoi primi ascolti rock ‘n’ roll, John Lennon parlava ancora con commozione di Elvis, Chuck Berry e Little Richard. Ecco, dopo aver terminato questa chiacchierata andrò a rispolverare proprio Rock ‘n’ Roll di John. Buon ascolto a noi.