“Quale allegria”, un racconto poetico per immagini della disabilità
Presentato al Cinema Conca Verde il documentario di Francesco Frisari che mostra la quotidianità dello zio Massimo e la somiglianza con Lucio Dalla, con cui tradurre in immagini la disabilità cognitiva
Bergamo. La costruzione di scatole di cartone che diventa rito, movimento quotidiano di precisione necessario per custodire i pezzi di un mondo. Il costruttore è Massimo, protagonista di “Quale allegria”documentario diFrancesco Frisari, sostenuto anche dalla cooperativa sociale Società Dolce, che il regista ha presentato martedì 4 novembre al cinema Conca Verde di Bergamo.
“Quale allegria / Cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino / con un sorriso ospitale ridere, cantare, far casino / Insomma far finta che sia sempre un carnevale / Senza allegria / Uscire presto la mattina / La testa piena di pensieri..” canta Lucio Dalla nell’omonima canzone. Un testo e un cantante che ritornano nel film di Frisari che, per sua stessa ammissione, da bambino era convinto che suo zio Massimo fosse proprio Lucio Dalla. Una suggestione e un particolare sguardo sul mondo che prendono forma nel documentario prodotto da Fantomatica, in collaborazione con Rai Cinema. “Mio zio Massimo è simpatico, basso, pelato e peloso, e soprattutto ha una grave disabilità – spiega il regista – da bambino ero convinto fosse Lucio Dalla, con la sua folle giocosità”.
Un “uomo bambino”, “strano ed eccezionale” come il cantante, entrambi complicati, anomali, diversi, ma anche “assurdi e creativi”. Una somiglianza, fisica e d’intenti, che ritorna nei continui passaggi poetici tra le inquadrature di Frisari sullo zio ai video personali e inediti di Dalla, immagini d’archivio concesse dalla Fondazione Lucio Dalla. Un Dalla disperato e giocoso, che in “Passato, Presente” canta “la libertà è difficile e fa soffrire”: un concetto trasmesso con l’arte, ma anche con i gesti, le espressioni, i suoni che si fanno sempre più indecifrabili, estensione di pensieri ed emozioni dello zio Massimo, nella sua quotidianità che diventa rito.
Un rito che è fatto di gesti conosciuti, eseguiti in luoghi conosciuti, esempio esteriore di un mondo d’immagine che abita la vita di Massimo, sempre accompagnato da radio e cinema, ad amplificarne l’immaginario di una quotidianità ben radicata nel presente.
Un immaginario che sfida il silenzio, che si amplifica nel sonoro delle radioline, che ritorna, eterno presente, negli home movies che vedono un Lucio Dalla divertito ad alzare il volume di alcune radio. Un sonoro che crea un proprio spazio, una propria zona di comfort, dalla ricerca ossessiva di Massimo di sempre nuove radioline, “tutti e due a cercare spazio, una testa piena di idee, senza posto dove metterle”.
Nel film, Frisari mette a confronto due personalità anomale, diverse, fuori dagli schemi, che rispondono però ad un senso più puro di umanità che si può ritrovare solo nella piena accettazione nell’incontro con l’altro.
Un incontro che, inevitabilmente, porta il regista ad un confronto con sé stesso e con la famiglia, un lavoro di comprensione della disabilità cognitiva che riflette sulla storia della disabilità in Italia a partire dal Dopoguerra. “Il film rappresenta la storia di una persona, riuscendo, allo stesso tempo, a rappresentare la prima generazione di diversamente abili in grado di raggiungere un livello di inclusione grazie anche alla loro temerarietà – spiega Carla Ferrero, vicepresidente della cooperativa sociale Società Dolce – quella di Massimo è una storia che si inserisce in una Storia più grande”. “Una storia che nasce dalla mia esperienza – spiega il regista Frisari – diventando anche simbolica per tante altre storie”. Regista che ha filmato più di due anni di vita quotidiana con lo zio, riuscendo a ben descrivere sia il microcosmo che lo sosteneva, sia l’umanità che la potenza immaginifica di Massimo. Un’esplorazione visiva che diventa altro nell’incontro poetico e ideale con la figura poliedrica di Lucio Dalla.
Una somiglianza fisica che qui si fa vicinanza umana, due personaggi apparentemente in antitesi rispetto alla società comune, che nell’essere anomalia, però, si ritrovano nella caparbietà del fare e nell’espressività che esplode “per il troppo da dire”.
Un incontro anche di immagini, di somiglianze fisiche e immaginifiche, che, nel loro esserci, descrivono un mondo. Mondo che è ovunque, ma che è anche casa, dove mettere ordine. Ordine che riguarda dischi e film, ma anche storie e memorie. Massimo e Francesco allora si incontrano, nella costruzione di immagini che sono scatole di cartone, rito di una manualità artigianale e artistica capace di sistemare e custodire i pezzi del proprio mondo.

