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Il colpo a Lambrate: la vittima picchiata in casa e minacciata con una pistola. Rubati un iPhone 16 Pro Max, un paio di scarpe Louis Vuitton Air Force e beni per 12 mila euro. Misure cautelari per quattro persone: tra loro il 25enne accusato di avere rapinato e ucciso Luciano Muttoni

“Facciamo un lavoro”, “togliamogli tutto”. Messaggi inequivocabili che si scambiano prima di passare all’azione: una rapina violenta a Milano, nel quartiere Lambrate. Travisati e armati di pistola, prendono a calci e pugni il proprietario dell’appartamento, un loro conoscente. Lo trascinano a terra, gli intimano di consegnare denaro e altri beni di valore. Un vero e proprio pestaggio. I rapinatori si impossessano, tra le altre cose, di un iPhone 16 Pro Max e di un paio di scarpe Louis Vuitton Air Force. Valore del colpo: circa 12 mila euro, poi scappano.

È il 26 febbraio. Secondo i carabinieri in quell’abitazione c’è anche Carmine Francesco De Simone, 25 anni, già in carcere per l’omicidio di Luciano Muttoni a Valbrembo il 7 marzo. Una vita al limite, scandita dai problemi con la droga e la giustizia.

Martedì mattina (4 novembre) gli uomini del nucleo investigativo di Bergamo, insieme ai colleghi dei Comandi Provinciali di Monza e Savona, hanno dato esecuzione a quattro misure cautelari: tre ordinanze di custodia cautelare in carcere e una in regime di arresti domiciliari con braccialetto elettronico emesse dal gip su richiesta della Procura di Milano. Oltre a De Simone, nei guai due 20enni – uno italiano e uno marocchino – e un brasiliano di 22 anni. L’indagine è partita proprio dall’omicidio di Valbrembo. Un’altra rapina in casa degenerata per 50 euro, un vecchio cellulare e un’auto con problemi al motore.

Durante le perquisizioni, i militari trovano il cellulare rubato durante la rapina nel quartiere milanese. Gli investigatori contattano la vittima e scoprono che nell’appartamento c’è una telecamera che ha ripreso integralmente la scena. La persona offesa aveva denunciato un semplice furto, senza mettere a disposizione degli inquirenti i filmati perché temeva ritorsioni.

A maggio i carabinieri trovano a casa dei presunti responsabili i cellulari e gli abiti indossati durante il colpo. L’analisi dei tabulati e delle copie forensi dei dispositivi permette di ricostruire con chiarezza i ruoli dei singoli partecipanti grazie alle localizzazioni Gps, ai messaggi vocali e alle chat WhatsApp tra gli indagati prima e dopo i fatti. Particolarmente significativo, secondo i carabinieri, il ruolo del 20enne italiano: avrebbe reclutato lui complici, senza però sporcarsi le mani. Senza partecipare alla rapina.

A conclusione delle indagini, il gip ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e un concreto pericolo di reiterazione, sottolineando la “particolare ferocia” e la “determinazione criminale” degli indagati. I reati contestati sono rapina pluriaggravata, lesioni personali aggravate e porto abusivo di un’arma in un’abitazione, con l’aggravante di aver agito in gruppo, a volto coperto e armati.

A De Simone viene contesta un’altra rapina , il 17 febbraio a Ponte San Pietro. Lui e il complice, un 22enne di Terno d’Isola, armati di coltello e pistola avrebbero rubato un’auto, un cellulare e un bancomat usato per prelevare 250 euro, costringendo sotto minaccia la vittima a fornire il codice pin. Fanno tre rapine nel giro di poche settimane. Un’escalation di violenze, finita nel sangue.