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Se la guerra è la malattia della nostra specie, potremo mai guarire?

Nicola Lagioia, scrittore e conduttore radiofonico, lunedì 3 novembre è stato ospite dalle Acli di Bergamo per la rassegna culturale “Molte fedi sotto lo stesso cielo”

“La guerra è un posto dove giovani che non si conoscono e non si odiano si uccidono fra loro, per decisione di vecchi che si conoscono e si odiano, ma non si uccidono” – Paul Valéry

Dopo le catastrofi della prima e della seconda guerra mondiale, pareva che la società occidentale avesse compreso e interiorizzato la necessità che eventi del genere non si ripetessero più. Eppure, ormai da qualche anno, percepiamo aleggiare tra noi lo spettro del conflitto; sentiamo, con crescente sgomento, la violenza serpeggiare nei discorsi di alcuni leader politici. Possibile che, dopo tante parole spese per la pace, si stia nuovamente e inesorabilmente degenerando in un nuovo conflitto?

La guerra sembra essere come una malattia della specie umana, un morbo atavico che ci appartiene sin dalla notte dei tempi e del quale non riusciamo a liberarci. Ne ha parlato Nicola Lagioia, scrittore e conduttore radiofonico, che la sera del 3 novembre è stato ospitato dalle Acli di Bergamo per la rassegna culturale “Molte fedi sotto lo stesso cielo” all’Auditorium del liceo Mascheroni.

“Cosa sbagliamo? Perché ricadiamo sempre in questa trappola della guerra?” si è domandato Lagioia e ha spiegato che la geopolitica, della quale possiamo servirci per provare a capire le dinamiche pratiche del presente, da sola non basta per arrivare alle ragioni profonde dei conflitti. Sono piuttosto i romanzi, le storie, le narrazioni che esplorano meglio le sfumature della natura umana e riescono a coglierne componenti innate e contraddittorie come la violenza.

Per analizzare la presenza della guerra nella nostra storia, Lagioia ha ripercorso circa 2500 anni di letteratura mondiale, attingendo personaggi e racconti che rivelano e testimoniano questo lato oscuro dell’essere umano. “La letteratura è una buona Cassandra, ma non viene ascoltata – ha detto Lagioia, riferendosi alla celebre profetessa che cercò di ammonire i troiani dell’inganno del cavallo di legno, ma non venne ascoltata -. La letteratura da millenni sa che le guerre sono evitabili”.

Evitabile era, per esempio, l’ira funesta che apre i primi versi dell’Iliade di Omero, lo scontro tra Agamennone e Achille per la fanciulla troiana Briseide. Non fu quindi certo una questione di vita o di morte quella che molti dolori inflisse agli Achei. Né Caino ammazzò Abele per ragioni vitali, nella Genesi dal momento che lo fece per orgoglio ferito, .

Tra i testi che si addentrano nella malvagità dell’uomo e la fanno emergere in tutta la sua brutalità, Lagioia ha scelto di raccontare Cuore di tenebra (1899) di Joseph Conrad. Attraverso il racconto di un viaggio in Congo, Paese violato e oppresso dal primo colonialismo europeo, l’autore porta in superficie gli orrori e le atrocità che l’impero britannico perpetrava nelle colonie, lontane dagli occhi e dall’interesse della società occidentale. Per comprendere l’essenza di un impero, infatti, è illusorio osservarne la capitale; bisogna piuttosto allargare lo sguardo alle periferie, perché spesso è proprio nei luoghi remoti nei quali le potenze colonialiste millantano di istituire protettorati e si fregiano di solidarietà, che si consumano tragedie e sfruttamento delle popolazioni. Uno scenario dolorosamente familiare, poiché non molto diverso da quello in cui tutti noi, più o meno consapevoli, continuiamo a vivere, sordi alle grida della storia, che come la letteratura releghiamo al ruolo dell’inascoltata Cassandra.

Sempre nel XIX° secolo troviamo un altro romanzo che riflette sulla violenza umana e sceglie di raccontarla anche dal punto di vista di coloro che la storia la subiscono, che non possono controllarla. Si tratta di Guerra e Pace di Lev Tolstoj. Il principe Andrej, uno dei personaggi principali, è un giovane nobile e valoroso, convinto che combattere in guerra sia giusto, una decisione voluta e protetta da Dio. Quando si ritrova sul campo di battaglia, però, la sua visione idealistica inizia a sgretolarsi. Vede miseria, sofferenza, perdite inutili, caos e l’assenza di vera eroicità. Ad Austerlitz viene ferito gravemente e, di fronte all’eventualità della morte, ha un momento di rivelazione personale: si sente nel punto più basso della sua esistenza e capisce che la guerra non è altro che un massacro senza senso.

Fra le moltissime e incredibili opere che vengono pubblicate tra la prima e la seconda guerra mondiale, Lagioia ha scelto di analizzarne una che nelle ultime pagine cela una riflessione cosmica e visionaria. Si tratta de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, che verso la fine del romanzo comincia a ragionare sulla specie umana e ciò che la caratterizza. Oltre al linguaggio, propria dell’essere umano è la capacità di creare protesi, estensioni del nostro corpo che ci facilitano la vita e ottimizzano le nostre capacità. Siamo solo nel 1923 e Svevo, dimostrando una sensibilità tale da permettergli di anticipare gli eventi, immagina che un uomo, un po’ più malato degli altri, sgancerà una bomba e devasterà il mondo. L’autore realizza, in tempi non sospetti, che questo ordigno dalla potenza incontrollabile segna un punto di non ritorno; intuisce che l’essere umano, costruendo protesi, è in grado di distruggere sé stesso. Anche in questo caso, purtroppo, la scena evocata non è remota, non rimane necessariamente confinata nelle pagine di un romanzo e, forse, è più spaventosamente simile alla realtà che all’immaginazione.

Nonostante la gravità dei concetti discussi durante la serata, la sensazione che si stia scivolando nelle spirali della violenza, l’angoscia di sentirla dilagare, sempre più (auto)distruttiva, all’interno della società, Lagioia ha concluso offrendo una parola di speranza, una possibile soluzione. “La letteratura – spiega Lagioia – non serve ad evitare i disastri, non può risolvere i conflitti”. La letteratura può però testimoniare, può spingersi nel territorio interdetto del male. “Quando ci immergiamo nella lettura entriamo in una zona franca, un momento in cui si attenuano temporaneamente i nostri impulsi”. La letteratura da sola non basta, dipende da noi, perché a seconda di come la lasciamo agire sul nostro sentire, possiamo trasformarla in uno strumento di elevazione.

“Nel momento della lettura, lì può iniziare il cambiamento”.