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Il boom del private credit: quando i fondi sostituiscono le banche: rivoluzione macroeconomica e impatti su azioni, PMI e obbligazioni

Il private credit non è solo un riempitivo: è il nuovo motore del credito PMI, che nel 2025 ha sbloccato 38 miliardi di euro in Italia, ma amplifica disuguaglianze (grandi PMI vs micro)

In un’Italia dove le PMI rappresentano oltre l’80% circa del tessuto produttivo e il credito bancario si contrae del 12% annuo per effetto di Basilea IV, il private credit è diventato la nuova linfa vitale. I numeri parlano chiaro: 38 miliardi di euro erogati nel 2025, +42% rispetto al 2023. Non è una moda passeggera, ma una rivoluzione macroeconomica che sposta il rischio dal bilancio bancario a quello dei fondi, creando un “shadow banking 2.0” con leva 3-5x e opacità crescente. Per gli investitori, significa azioni PMI in potenziale accelerazione e obbligazioni high-yield con yield 8-12% di rendimento, ma anche illiquidità e default in agguato. Con gli attuali tassi BCE e inflazione al 2,1%, il private credit non è solo un’alternativa: è il futuro del finanziamento aziendale.

Si chiude la settimana delle banche centrali. Tutto è andato come era nelle attese. La Fed ha ridotto i tassi di 25 bps portandoli al 3,75%-4% e ha deciso di concludere le operazioni di riduzione del bilancio. È il secondo taglio consecutivo del 2025. La Fed non ha mancato di sottolineare che ha preso la decisione in assenza dei dati generali. Anche il comunicato ufficiale risente della relativa assenza di nuovi dati. E, per quanto riguarda quelli disponibili, questi mostrano un’attività economica in moderato sviluppo, mentre il mercato del lavoro continua a rallentare. L’inflazione è in aumento in dall’inizio di quest’anno e resta un po’ elevata.

Nel corso della conferenza stampa, Powell ha detto che un’ulteriore riduzione non è scontata. Vista la sostanziale mancanza di dati e una tendenziale crescita dei prezzi, ci saremmo aspettati che la Fed lasciasse invariati i tassi in questo meeting per poi ridurli in quello di dicembre. Sembra quindi che la Fed abbia agito in via preventiva, cosa che peraltro non ha mai fatto, aspettandosi un forte peggioramento del mercato del lavoro e/o dei consumi.

Nessun taglio invece per la BCE, che ha lasciato invariati per la terza volta i tassi di interesse. Secondo la BCE, l’inflazione rimane prossima all’obiettivo di medio termine del 2%, la valutazione del Consiglio direttivo sulle prospettive di inflazione è sostanzialmente invariata e l’economia ha continuato a crescere nonostante il difficile contesto globale. Il solido mercato del lavoro, i solidi bilanci del settore privato e i passati tagli dei tassi di interesse da parte del Consiglio direttivo rimangono importanti fonti di resilienza.

Tuttavia, le prospettive rimangono incerte, in particolare a causa delle continue controversie commerciali globali e delle tensioni geopolitiche.
Il Consiglio direttivo fa sapere che è sempre determinato a garantire che l’inflazione si stabilizzi al suo obiettivo del 2% nel medio termine e che adotterà un approccio basato sui dati per determinare l’orientamento appropriato della politica monetaria. In particolare, le decisioni del Consiglio direttivo sui tassi di interesse si baseranno sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi che la circondano, alla luce dei dati economici e finanziari in arrivo, nonché delle dinamiche dell’inflazione di fondo e della forza di trasmissione della politica monetaria. Il Consiglio direttivo non si è quindi impegnato a priori a seguire un percorso specifico per i tassi. I portafogli APP e PEPP stanno diminuendo a un ritmo misurato e prevedibile, poiché l’Eurosistema non reinveste più i rimborsi del capitale sui titoli in scadenza.
Contrastati gli indici. In crescita quello delle big caps – FTSE MIB – che guadagna l’1,62% (+26,29 dall’inizio dell’anno). In contrazione quello dei titoli star – FTSE ITALIA STAR – che fa segnare un -0,94 nella settimana (+8,84% dall’inizio dell’anno) e quello delle micro caps – FTSE ITALIA GROWTH – che scende dello 0,27% (+9,75% dall’inizio dell’anno).

Miglior titolo della settimana Tenaris (10,81%) che, nonostante la flessione dei ricavi del 7% a 8,99 miliardi di dollari nei primi nove mesi dell’anno quale effetto del calo dei volumi e dei pezzi di vendita, ha visto crescere l’Ebitda margin al 24,3% (dal 24% dei primi nove mesi del 2024). In leggera flessione a 1,48 miliardi di dollari (da 1,52 miliardi di dollari dei primi nove mesi del 2024) l’utile netto.

Generico novembre 2025

Secondo e terzo miglior titolo, BPER Banca (+7,39%) e Banca Popolare di Sondrio, (+7,29) grazie alla revisione positiva dei rating da parte di Morningstar DBRS. Nel dettaglio, l’agenzia di rating ha migliorato il Long-Term Deposits credit rating di BPER Banca ad “A (low)” da “BBB (high)” e ha confermato lo Short-Term Deposits a “R-1 (low)”. Il trend del Long-Term Deposits è stato modificato a “stabile” da “positivo”.
Migliorato di un livello anche il rating di credito a lungo termine sui depositi bancari di Popolare di Sondrio, portandolo da “BBB” (high) ad “A” (low) e ha confermato il rating a breve termine sui depositi a R-1 (low). Al contempo, il trend assegnato al giudizio a lungo termine sui depositi è passato da “positivo” a “stabile”.
Peggior titolo della settimana Stellantis, che lascia sul campo il 6,12%. Al mercato non sono piaciute le anticipazioni dei risultati del 3Q25 che hanno visto i ricavi crescere del 13% YoY a 37,21 miliardi di euro, grazie alla crescita in Nord America, Europa allargata, Medio Oriente e Africa, mentre il Sud America ha registrato una moderata flessione. Nei primi nove mesi del 2025 i ricavi di Stellantis sono tuttavia scesi del 6% a 111,47 miliardi di euro. Sulla base dei risultati del 3Q25, Stellantis ha confermato la guidance per la seconda metà del 2025.
Secondo peggior titolo Amplifon (-5,40%), quale effetto dei risultati dei primi 9 mesi che anno visto ricavi sostanzialmente stabili rispetto ai primi nove mesi del 2024 a 1,74 miliardi di euro (a cambi costanti il fatturato sarebbe salito dell’1,8%). In contrazione l’Ebitda adjusted, che scende del 4,1% a 394,98 milioni di euro; di conseguenza, l’Ebitda margin adjusted flette al 22,7%, principalmente per effetto della minore leva operativa, del mix geografico dell’area EMEA e della diluizione derivante dall’accelerazione della crescita del network diretto di Miracle-Ear negli Stati Uniti.
Terzo peggior titolo Inwit (-3,38%). Continua la debolezza in parte indotta dalla conclusione dell’offerta di riacquisto rivolta ai portatori dei titoli obbligazionari denominati “€1,000,000,000 1.875 per cent. Notes” in scadenza l’8 luglio 2026. Al 10 ottobre scorso, Inwit ha accettato per il riacquisto la totalità delle obbligazioni offerte per un importo complessivo pari 526,72 milioni di euro, corrispondente al 75,25% dell’ammontare residuo delle obbligazioni (700 milioni di euro).



Il credito che non passa più dalle banche

Immaginate un mondo in cui le PMI del nostro Paese, pilastri del Made in Italy come quelle del settore alimentare, meccanico o tessile, non bussano più alle porte delle filiali bancarie per un prestito. Invece, si rivolgono a fondi di investimento privati, gestiti da giganti come Blackstone o Ares, che erogano capitali in 48 ore con condizioni flessibili ma a tassi doppi. Questo non è un futuro distopico: è la realtà del private credit (o private debt), un mercato che nel 2025 ha raggiunto i 3 trilioni di dollari globali, con proiezioni a 5 trilioni entro il 2029 (Morgan Stanley).
In Italia, il private credit ha toccato i 38 miliardi di euro erogati alle PMI (Bankitalia), +42% rispetto al 2023, riempiendo il vuoto lasciato dalle banche strette da Basilea IV e dalle normative anti-riciclaggio. In un contesto macro di tassi BCE intorno al 3% e inflazione al 2,1%, il private credit non è solo un’alternativa: è una forza trasformativa che ridefinisce il finanziamento aziendale, con implicazioni dirette su azioni di PMI quotate e obbligazioni high-yield. Mentre le banche riducono i prestiti alle PMI del 12% annuo (ABI), i fondi privati stanno creando un “shadow banking 2.0” che premia la velocità ma amplifica la volatilità sui mercati.


Il quadro macroeconomico: perché il private credit esplode nel 2025

La crisi del credito bancario post-pandemia ha accelerato una tendenza strutturale. Basilea IV, pienamente operativa dal 2025, impone alle banche accantonamenti di capitale del +35% per prestiti alle PMI, spingendole a privilegiare le grandi corporate. Risultato? Un “credit crunch” che ha contratto lo stock di credito alle imprese italiane di 30 miliardi di euro nel solo 2024. Qui entra il private credit: fondi non bancari che erogano direct lending, minibond e mezzanine finance senza intermediari, con costi operativi bassi grazie alla digitalizzazione. In termini globali, il mercato è passato da 1,5 trilioni di dollari del 2024 a 3 trilioni del 2025, trainato da investitori istituzionali (pension fund, assicurazioni etc.) in cerca di yield superiori al 7-8% in un’era di tassi “alti per più tempo”.
In Europa, l’ESRB (European Systemic Risk Board) nota una crescita del 25% annuo, con l’Italia al +40% grazie a misure regionali come per esempio il “Basket Bond Lombardia” (140 milioni di euro di garanzie per PMI, domande fino al 2026).

Generico novembre 2025

In Lombardia, dove le PMI rappresentano l’85% del tessuto produttivo, il private credit ha erogato 5 miliardi di euro nel 2025, con Bergamo leader grazie a partnership come quella tra Confidi Systema, Confindustria Bergamo e Confartigianato: 613 milioni di euro deliberati dal 2016, con un plafond diretto di 100 milioni.
In un probabile scenario da soft landing, il private credit potrebbe sostenere una crescita dell’1,5% del PIL italiano. Da qui la prima domanda: per le PMI si tratta di crescita accelerata o bolla speculativa? Il private credit è un catalizzatore per le PMI, visto che consente finanziamenti flessibili (senza covenant rigidi) e abilita M&A, capex e internazionalizzazione. Sul mercato delle PMI quotate – Euronext Growth Milano – le aziende con accesso a private debt hanno visto un +15% di capitalizzazione media nel 2025, grazie a yield elevati che attraggono equity follow-on.


Implicazioni per le obbligazioni: yield premium o trappola illiquidità?

Il private credit compete con le obbligazioni high-yield (HY), offrendo rendimenti simili (7-10%) ma con maggiore personalizzazione. Nel 2025, gli HY globali hanno visto spread compressi a 350 bp vs Treasuries (da 500 bp 2024), grazie a refinancing facili. Ma il private credit erode quota: +15% emittenti PMI optano per minibond privati vs quotati. Diverse sono infatti le opportunità per i potenziali investitori in fixed income. Dai minibond privati, alle obbligazioni ESG e ricovery prioritario in caso di default. Il rischio principale, oltre a quello dell’emittente, è quello dell’illiquidità (no secondary market) e PIK (payment-in-kind) in aumento, che potrebbe mascherare stress (interest coverage <2x per 15% borrowers).


Cavalcare la rivoluzione o subirla?

Il private credit non è solo un riempitivo: è il nuovo motore del credito PMI, che nel 2025 ha sbloccato 38 miliardi di euro in Italia, ma amplifica disuguaglianze (grandi PMI vs micro). Per le azioni è un turbo, mentre per gli HY, costituisce un “premium yield” ma con illiquidità. Chiudiamo con una citazione Dan Pietrzak: “Il private credit è il subprime del futuro? No, è l’evoluzione necessaria in un mondo post-bancario”.


Antonio Tognoli testinaAntonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.