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Arte contemporanea a Bergamo: di chi è la città dell’arte?

L’arte contemporanea, oltre alle foto sui social e ai banner patinati (non sarà un po’ troppo grande quello esposto a facciata, a lato del famedio?), deve costruire memoria, tessuto umano e culturale, se vuole farsi voce condivisa, e non linguaggio di pochi, lingua straniera incompresa o comunque presto dimenticata

È di nuovo novembre, i giorni dei morti. Sulla facciata del Cimitero Monumentale di Bergamo, un’installazione dorata firmata Contemporary Locus cattura l’attenzione — e scatena un putiferio. Sui social si fronteggiano due fazioni: da una parte i difensori a oltranza dell’allestimento, pronti a imbastirvi valenze che vanno anche al di là delle intenzioni, dall’altra i detrattori che lamentano lo “sfregio” e la mancanza di rispetto verso un luogo sacro.

L’opera intende parlare di impermanenza, di passaggi, di soglie tra la vita e la morte. Un tema universale, ancora oggi ricco di suggestioni: l’effimero e l’eterno, la luce e la memoria. Non c’è dissacrazione in questa operazione artistica vibrante di echi e di voci perdute, né nelle intenzioni né nelle forme, niente di irriverente né destabilizzante. D’altronde, culture antiche di altre latitudini continuano a celebrare la morte con feste e festoni luccicanti. E l’oro da sempre è corredo prezioso e privilegiato del viaggio dei defunti, di valenza rituale oltre che votiva. Sono vaste le risonanze che Daniel Gonzalez, magari involontariamente, riecheggia con le sue strisce dorate, senza bisogno che si appesantisca l’impresa con spiegazioni troppo cerebrali.

Occorre però porsi almeno un interrogativo, se il messaggio, per quanto poetico, non viene percepito dalla cittadinanza come “proprio”, esattamente nei giorni in cui i bergamaschi varcano la soglia del cimitero per rendere saluto e omaggio ai loro cari. La domanda è questa: quanto è davvero “site specific” – come si dice – un intervento pensato da un artista che del luogo non conosce la storia, dei suoi abitanti non conosce lo spirito, né il dolore ancora sordo e vivo della città martire del Covid? O meglio, e prima ancora: che cosa si intende nel contemporaneo per “site specific”? Un intervento pensato “per” un luogo, o soltanto collocato in esso? Gonzalez da anni lavora con il mylar, il materiale riflettente e vibrante che ha applicato alle finestre di Venezia, alle porte medievali di Genova, a rutilanti sculture indossabili, a “personal disco” rotanti in cui ballare collegandosi alla playlist preferita. E adesso, sempre in chiave di “urban art”, al Monumentale di Bergamo.

CIMITERO DI BERGAMO INSTALLAZIONE

Prescindendo dal valore artistico di “Golden Gate” – nel contemporaneo non contano le categorie del bello e del brutto, conta l’attualità della proposta – queste non sono domande da niente. Il lutto, la memoria, la relazione con i morti sono esperienze intime. Non è questione di apertura mentale o di chiusura culturale: è questione di empatia. Dall’editto di Saint Claud i cimiteri sono diventati materia architettonica, vere e proprie città dei morti, spesso imponenti e monumentalizzate. Per la verità esistono anche altre formule, che subordinano l’opera costruita al processo di rigenerazione della natura, ma questo accade più spesso nei cimiteri-parco di Germania e Gran Bretagna, dove i luoghi del lutto diventano paesaggi viventi, esposti a una continua e spontanea trasformazione. Tuttavia non è questo il caso nostro: in Bergamo la struttura è monumentale, il perimetro è assediato da percorsi stradali sempre più addossati, la facciata si impone con arcana, eclettica, altisonante prosopopea. Le istituzioni dovrebbero essere responsabili del suo decoro con particolare sensibilità. Così come si sono impegnate, all’indomani della realizzazione della bretella di Chorus Life, a studiare soluzioni sul lato nord per porre fine ai furti di arredo sacro e per ridurre l’impatto di auto e motocicli rombanti a pochi metri dai colombari. Ugualmente, se una parte della cittadinanza ritiene indecoroso un allestimento artistico provvisorio, proprio nei giorni in cui più le persone ne percorrono gli spazi, sarebbe opportuno che gli ideatori e le istituzioni si interrogassero sul confine tra evocazione e invasione di campo (di camposanto) e, se necessario, fossero disponibili a rivedere la formula allestitiva. Non sarebbe la prima volta, anzi, che un’opera d’arte viene ripensata alla luce della percezione che i cittadini ne hanno. Se il disagio c’è, con l’avvicinarsi della commemorazione dei defunti, non basta relegare la questione a provincialismo. Evviva, invece, se l’arte fa discutere e se all’occorrenza sa cambiare in progress.

La querelle, in realtà, si inserisce in una cornice più ampia. Negli ultimi anni, Bergamo è diventata sempre più una vetrina per il contemporaneo: Gamec, The Blank, Baco, Contemporary Locus hanno portato progetti ambiziosi, a volte memorabili, ma qualche volta percepiti come estranei al tessuto cittadino. Guardando anche solo all’anno in corso, in dieci mesi di mostre e installazioni, dal progetto “Pensare come una montagna” di Gamec agli interventi di Cattelan, il bilancio non può limitarsi alla quantità di eventi: occorre chiedersi cosa resta davvero alla città. “Pensare come una montagna” — scriveva Aldo Leopold — significa assumere un punto di vista distaccato, più alto, capace di comprendere il tutto. Ma forse, a Bergamo, quella distanza si è fatta eccessiva: tra curatori che la montagna la frequentano solo per sopralluoghi e vernissage, e artisti che arrivano, espongono e ripartono, le comunità rimangono praticamente sullo sfondo e gli artisti locali restano ai margini, a volte invisibili, come se parlare del territorio significasse farlo sostanzialmente da fuori. E, in caso di eccezioni: è sufficiente davvero che tra tanti artisti coinvolti ce ne sia uno “nato a” Bergamo? È l’origine e provenienza che fa di una voce l’espressione di un luogo?

Garibaldi Cattelan

Lo stesso vale per operazioni di forte richiamo come le installazioni di Maurizio Cattelan. Dopo lo stupore iniziale, che cosa resta? Il clochard esposto al Palazzo della Ragione voleva denunciare la marginalità sociale e la vulnerabilità degli homeless, ma esposto nella prestigiosa Sala delle Capriate sembrava lontanissimo dal disagio reale. Non sarebbe stato più coerente collocarlo alla stazione, o in strada, dove la fragilità abita davvero? L’arte può e deve provocare, ma la provocazione perde forza quando diventa formula, quando sembra pensata più per il circuito delle fondazioni, dei collezionisti e degli addetti ai lavori che per la città viva.

Cattelan

E poi ci sono i costi. Le operazioni di queste consorterie dell’arte, per esempio, per molte stagioni hanno beneficiato di spazi pubblici concessi gratuitamente, in deroga a una serie di vincoli, spazi inaccessibili ai cittadini (a volte anche per norme di sicurezza) ma attraversabili in occasione di tali interventi eccezionali, e di allestimenti complessi a carico dell’amministrazione. Nel frattempo, molti artisti del territorio faticano a trovare luoghi dove esporre, perché gli spazi pubblici idonei sono stati destinati ad altro uso, a volte per le liturgie del potere, per quelli esistenti le trafile burocratiche sono spesso scoraggianti, mentre gli spazi privati sono oggettivamente diminuiti.

Intanto certe opere restano abbandonate: a pochi metri da Piazza Vecchia, la stella di Gilberto Zorio giaceva fino a poco tempo fa (o vi giace ancora?) dimenticata nella cisterna sotterranea dell’ex Ateneo, simbolo eloquente di una gestione che privilegia l’evento all’eredità.

Certamente Bergamo a questo punto non ha bisogno di chiudersi, ma almeno di ritrovarsi. Di chiedersi per chi si fa arte pubblica, chi ne beneficia, che cosa lascia dietro di sé. Che serva una pausa di progettualità? Magari un tempo per rimettere al centro il territorio, gli artisti che qui vivono, le persone che ogni giorno attraversano le strade e i luoghi della città: la città dei Mille, che non si sa quale memoria avrà in futuro del bimbo di Cattelan in spalla a Garibaldi, e che già non ricorda più il Garibaldi appiedato di Sislej Xhafa con in mano le zollette di zucchero, in cerca di un cavallo, che un ventennio fa fece assai parlare di sé in Gamec – con tanto di appendice al Parco Suardi, per chi non dimentica il Padre Pio in formato “alieno” del medesimo artista albanese. .

L’arte contemporanea, oltre alle foto sui social e ai banner patinati (non sarà un po’ troppo grande quello esposto a facciata, a lato del famedio?), deve costruire memoria, tessuto umano e culturale, se vuole farsi voce condivisa, e non linguaggio di pochi, lingua straniera incompresa o comunque presto dimenticata.

Forse il contemporaneo a Bergamo necessita di tornare a essere popolare nel senso più vitale del termine: partecipato, sentito, non meno ambizioso, ma più vicino – capace di parlare con la città e non solo alla città. Come nel caso del TTB, eccellenza made in Bergamo e aperta al mondo. Ci chiediamo perché non ripartire proprio dalle competenze, dalle energie, dai talenti che la città già custodisce, per dialogare con l’esterno da una prospettiva che sia, prima di tutto, sua. Ricordiamoci anche che si sono tantissimi artisti bergamaschi di primo livello.

Le intelligenze e le professionalità ci sono, i network sono consolidati e ormai prestigiosi, di “contenitori” se ne costruiscono e patrocinano di nuovi. Qualche dubbio emerge, e per fortuna. Qualche polemica riemerge, dalla cenere di precedenti dibattiti esauriti nell’accettazione di un modus operandi. In questi giorni tanta gente, anche chi non è usa a tutte le pratiche artistiche, si pone domande: non si può non ascoltarla, salvo parlarsi tra i soliti insider. Un interrogativo tra altri è se davvero ci sia bisogno di colonizzare con l’arte tutto, anche i luoghi pubblici sensibili: luoghi che, come i cimiteri, sono emissione anch’essi di un potere e di un’istituzione ma che sono vissuti, per loro natura, come spazi personali e intimi, di raccoglimento e di memorie private. L’arte che li invade può finire percepita come mera scenografia istituzionale e deve mettere in conto di poter non essere “sentita”, o anche di essere rifiutata da parte di chi ritiene un po’ “sua” la città dei morti. Chiudendo il 2025, dopo svariate occasioni di confronto pubblico cercate dai cittadini e dal mondo delle arti con le istituzioni della cultura, restano e si percepiscono emozioni e perplessità, belle scoperte e amarezze, bagliori e ombre. Non solo “de’ cipressi e dentro l’urne”, ma soprattutto nella città dei vivi, dove l’arte, se vuole restare necessaria, deve tenersi aperta all’ascolto.