Gaza, Sudan e Haiti: “Medici Senza Frontiere nei luoghi feriti dalla guerra”
Venerdì 31 ottobre alla Sala Piatti, a Bergamo, si terrà una serata di musica e solidarietà: interverrà il dottor Stefano Di Carlo, direttore generale di Medici Senza Frontiere Italia
“Il nostro impegno si articola in una duplice missione: da una parte diamo risposte alle situazioni di emergenza nelle crisi umanitarie e dall’altra portiamo la testimonianza del nostro operato e di cosa accade nel mondo”. Così il dottor Stefano Di Carlo, direttore generale di Medici Senza Frontiere Italia, illustra le attività svolte da questa organizzazione che fornisce soccorso medico e assistenza a popolazioni in zone di conflitto, epidemie, disastri naturali o esclusione sanitaria.
Venerdì 31 ottobre alle 21 alla Sala Piatti, a Bergamo, parteciperà a una serata di musica e solidarietà in cui si terrà un concerto di chitarre e mandolini dell’Orchestra Estudiantina con finalità di sensibilizzazione e raccolta fondi.
Le situazioni complicate sono parecchie, spaziando fra Gaza, Sudan, Haiti, Congo e Ucraina: abbiamo intervistato il dottor Di Carlo per saperne di più.
Che cosa la porta a Bergamo?
Il 31 ottobre parteciperò a una serata di musica e solidarietà in cui si terrà un concerto dell’Orchestra Estudiantina. Iniziative come questa rappresentano una grande opportunità per Medici Senza Frontiere: ci danno l’occasione di incontrare le persone e far conoscere le attività che svolgiamo. Il nostro impegno, infatti, si articola in una duplice missione: da una parte diamo risposte alle situazioni di emergenza nelle crisi umanitarie e dall’altra facciamo testimonianza del nostro operato e di cosa accade nel mondo. Nel corso dell’evento alla Sala Piatti, parlerò con i bergamaschi e farò una breve introduzione prima che inizi l’esibizione musicale. All’ingresso sarà possibile effettuare donazioni e il ricavato verrà devoluto al sostegno delle attività di Medici Senza Frontiere.
Quando si parla di emergenze, il pensiero corre a Gaza. In che cosa consiste il vostro impegno in quel territorio?
Stiamo lavorando a Gaza da oltre vent’anni. Quando è scoppiato il conflitto, due anni fa, eravamo già nella Striscia e abbiamo modificato le nostre attività per rispondere all’emergenza. È mutato drammaticamente tutto: prima dell’escalation la situazione sanitaria poteva contare su un sistema molto efficace, con ospedali attrezzati e la capacità di eseguire interventi chirurgici avanzati. Con i bombardamenti e i raid, purtroppo, gran parte del servizio sanitario è stato distrutto, molti ospedali sono stati colpiti e le infrastrutture rase al suolo. In precedenza le esigenze si concentravano su interventi ordinari, casi di ustione e alcune persone che avevano ferite da armi da fuoco perché qualche attacco si verificava comunque, mentre in seguito alla recrudescenza c’erano tantissimi feriti che avevano subito colpi negli attacchi o negli scontri a fuoco oltre a molti casi di malnutrizione acuta a causa del blocco degli aiuti. Altra necessità era quella del supporto psicologico perché molti hanno sviluppato forme di stress post traumatico.
E com’è la situazione a Gaza ora?
Il cessate il fuoco è importante perché i bombardamenti si sono quasi azzerati ed è un sollievo per la popolazione, che si sente più sicura a muoversi all’interno della Striscia, ma anche per gli operatori sanitari, che possono svolgere la loro attività senza stare sotto i continui bombardamenti che sono stati effettuati negli ultimi due anni. Dal punto di vista umanitario la situazione è ancora critica, perché nell’ultimo biennio è stato fortemente limitato l’ingresso di aiuti: adesso sono ripresi ma ci troviamo in un luogo in cui la comunità è stata completamente rasa al suolo. Il numero dei feriti è enorme e i bisogni non sono paragonabili a quelli di altri scenari attuali di crisi.
Ci spieghi
Non ci sono i bombardamenti, ma la crisi umanitaria rimane grave. In questo contesto sono fondamentali le evacuazioni mediche dei casi non gestibili a Gaza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che siano circa 15.600 i pazienti in attesa di evacuazione medica salva-vita. I dati evidenziano che nell’ultimo anno 750 persone sono morte in attesa di spostarsi in strutture sanitarie di altri Paesi che potessero dare loro adeguate cure. Casi complessi, infatti, necessitano di interventi diversi da quelli che si possono effettuare in questo momento a Gaza.
E quanti sono gli operatori di Medici Senza Frontiere impegnati a Gaza?
La nostra presenza evolve a seconda delle esigenze del momento, quindi in genere c’è molto turn-over. Ora il nostro staff conta circa 200 operatori palestinesi mentre quelli provenienti dall’estero per affiancarli sono una quarantina.
Oltre a Gaza, quali sono le altre emergenze nel mondo?
Lavoriamo in tantissimi Paesi. Alcuni stanno vivendo situazioni molto difficili, come nel caso del Sudan, dove nel 2023 è scoppiata una guerra che ha avuto parecchie e pesanti ripercussioni sulla popolazione. Ora si parla di un contesto segnato da moltissima violenza ed è difficile lavorarci a causa di problemi di sicurezza. Gli sfollati sono circa 12 milioni: milioni di persone si sono spostate in nazioni vicine come il Ciad, mentre altre all’interno dei confini. Si sono raggiunti livelli di malnutrizione catastrofici sia per la geografia del Paese sia per l’impossibilità di mettere in campo operazioni umanitarie a causa dell’insicurezza del momento.
Come agite in un contesto complicato come quello del Sudan?
Diamo risposte di emergenza, per esempio attraverso la chirurgia e il trattamento di molti casi di difterite, il lavoro sulla salute materna e infantile, la distribuzione dell’acqua e l’organizzazione di campagne di vaccinazioni. È molto complicata anche la situazione ad Haiti, malgrado se ne parli poco. Una decina d’anni fa il Paese è stato colpito da un drammatico terremoto e ha cominciato ad avere gravi difficoltà. È scoppiata un’epidemia di colera e nel 2021 è stato scosso dall’assassinio del presidente. Da allora si è creata una spirale di violenza e caos con un governo non più stabile e l’azione di gang criminali in un quadro umanitario catastrofico. È difficile negoziare l’accesso con questi gruppi e riuscire a svolgere le attività in uno scenario così complicato. Lavoriamo soprattutto con pazienti che hanno subito traumi a causa delle violenze, violenza sessuale e di genere, ma anche per evitare il proliferare di nuove epidemie.
In quali altri Paesi siete operativi?
Ci sono contesti in cui lavoriamo in modo costante perché le emergenze sono diventate croniche. È il caso della Repubblica Democratica del Congo, che è caduta in una spirale di violenza alla fine degli anni Novanta. Da molti anni in questo Paese lavoriamo in un’area segnata da parecchia violenza: abbiamo un’equipe pronta a rispondere alle urgenze con diverse basi all’interno del Paese.
Com’è, invece, la situazione in Ucraina?
Non siamo mai riusciti a svolgere le nostre attività all’interno delle aree di conflitto perché è difficile negoziare l’accesso da parte russa. Per rispondere alle esigenze della popolazione, abbiamo lavorato molto sulle evacuazioni mediche dal fronte: sin dall’inizio della guerra, abbiamo colto la necessità di evacuare pazienti ma anche persone con fragilità dalle zone afflitte dagli scontri ad altre più sicure all’interno del Paese per essere prese incarico dalle strutture del territorio. Abbiamo svolto questa operazione attraverso treni attrezzati, ma anche mediante ambulanze e nel 2023 sono state trasferite oltre 20mila persone.
Spesso le guerre vengono percepite come avvenimenti lontani da noi. Quali sono le ripercussioni sulle nostre vite e sul nostro Paese?
In molti dei conflitti che si sono scatenati recentemente è difficile vedere che le parti rispettino il diritto internazionale, umanitario e alcuni principi come la protezione dei civili e delle missioni umanitarie. A Gaza, ma anche in Ucraina e in Sudan, per esempio, molti civili sono stati attaccati, così come le strutture sanitarie. A fronte di queste situazioni, i governi degli altri Paesi dovrebbero chiedere il rispetto di questi diritti, ma purtroppo non lo fanno più. Nel secondo dopoguerra siamo cresciuti in un’epoca in cui si chiedevano il rispetto di questi diritti e giustizia nei confronti di chi li ha calpestati e il fatto che non sia avvenuto – nemmeno da parte del governo italiano e di molti altri Paesi – è grave. Spero che non si verifichino altre guerre in futuro, ma non si può mai esserne certi e in un mondo in cui non ci sono più limiti nelle guerre e i civili non vengono rispettati, le prospettive non sono sicuramente positive.
Per concludere, quali sono i progetti per il prossimo futuro?
Rispondendo alle emergenze, abbiamo tantissimi progetti che nascono e si chiudono nei vari Paesi. La caratteristica più importante su cui puntare nel presente come nel futuro perché consente alla nostra organizzazione di attivarsi rapidamente per rispondere alle crisi nel mondo è l’indipendenza, ossia il sostegno dei privati che dedicano tempo e risorse perché credono nella nostra azione. Non dover dipendere da fonti pubbliche ci permette di ovviare alle lentezze negli stanziamenti dei fondi: non so in quali scenari opereremo, ma so che l’indipendenza ci consentirà di continuare a essere presenti tempestivamente laddove ce ne sarà bisogno.


