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“È vietato piangere”: al teatro di Loreto una lacrima diventa simbolo di crescita

Tra teatro fisico e clownerie, finzione e ricordo personale, Walter e Gregorio Maconi di Pandemonium Teatro hanno messo in scena una nuova produzione in cui un viaggio poetico diventa racconto di formazione, dove piangere diventa atto di coraggio

Bergamo. “Ci serve una lacrima”. Una richiesta che è dichiarazione d’intenti, ma anche serena affermazione, presa di coscienza esplicita di ciò che, invece, sempre più spesso deve essere nascosto, messo a tacere. Riflette sulla negazione delle emozioni “È vietato piangere”, nuova produzione della Compagnia Pandemonium Teatro, mostrata in anteprima domenica 26 ottobre al Teatro di Loreto, in replica domenica 16 novembre (16.30) al Teatro degli Storti di Alzano Lombardo.

Protagonisti in scena sono Walter e Gregorio Maconi, ad interpretare un padre e un figlio, in un doppio rimando tra realtà e finzione scenica che racconta di un viaggio geografico che si fa poetico, metafora esplicita del racconto di formazione in grado di racchiudere in sé la magia del quotidiano.

Una magia intrisa nell’atmosfera marina già mostrata nell’albo illustrato del britannico Jonty Howley, dal quale Walter Maconi, anche regista e drammaturgo, ha preso ispirazione per la messa in scena. Una magia che riprende una narrazione delle emozioni come strumento di crescita, parte essenziale dell’umano che la società moderna tende però, sempre più, a nascondere, in nome di un’aspirazione omologante alla perfezione.

Una magia che nasce da una lacrima, che prende forma tra il pubblico, con Teo (Gregorio Maconi) e il papà (Walter), speculari e cromaticamente opposti negli abiti (realizzati da Olga Mantegazza): camicia bianca, gilet e maglia a righe bianche e rosse per il primo, camicia scura e gilet, con maglia scura, per il secondo. Un rapporto speculare e opposto che si rivela subito anche nei gesti, che già dalle prime battute ricordano l’arte della clownerie.

Una figura complessa, nel campo delle arti sceniche, che spesso viene banalizzata, ma che, in “È vietato piangere”, sembra ritrovare tutta quella forza che ne avvicina la figura al pubblico, rendendosi umano nell’estremizzazione, e, quindi, reale. Si rintraccia così l’eco del clown augusto e bianco, attraverso una corporeità mimica ed un’intensa emotività, nell’impeto paterno di Walter Maconi e nella rarefatta emotività di Teo (diminutivo di Teodorico), che si ritrovano (anche grazie alla collaborazione artistica di Simone Lombardelli e la supervisione di Albino Bignamini) in una gestualità che spazia dall’ironia dell’equivoco, all’irruenza adulta, fino all’incedere paralizzato di Teo, sopraffatto dalle emozioni nel percorso verso la scuola che racconta del percorso di formazione di ognuno.

Un intrecciarsi di rimandi che dialoga spesso con Howley, con un’ambientazione marina evocata (anche grazie al sonoro), al quale spesso i protagonisti tendono, muovendosi però nell’essenzialità di una scena spoglia, con un telo sul fondo e un carrello che diventa finestra, spazio-limite tra interno ed esterno (scene realizzate da Paolo Scaglia e Nicola Bertoli).

Teo, come descritto dal padre “è proprio un bravo ometto, non piange mai”: un “ometto” che affronta, per la prima volta, il “mare aperto”, il percorso verso il primo giorno di scuola, che si fa viaggio di formazione. Un viaggio geografico che è anche viaggio nel tempo, verso quel futuro che canta Xavier Rudd in “Follow the Sun”: “Breath, breath in the air / Set your intentions / Dream with care / Tomorrow is a new day for everyone”. Un respiro nella brezza marina, il sogno di un futuro in cui il ragazzino deve diventare presto uomo. “Ricorda Teo, i veri uomini non piangono mai”, ripete il padre al ragazzo, in un mantra che sembra quasi autoconvincimento, mentre, in realtà, le emozioni scorrono veloci, ma dense di significato, nello spettacolo.

Basti pensare agli incontri di Teo lungo il percorso verso la scuola, che abbandona presto l’eco collodiana per ritrovarsi a confrontarsi con un’umanità varia, che si misura proprio nelle varie declinazioni del pianto.

Walter Maconi si fa interprete, alternativamente, (anche grazie all’efficace prostetica, realizzata da Tullia Dalle Carbonare e Stefano Perocco da Meduna), di un postino con un biglietto vincente della lotteria, di un pasticcere con “lacrime pesanti di un lutto taciuto” e di un clochard, verso un baratro sociale in cui ritrovare l’importanza dell’immaginazione e la gratitudine per le piccole cose. Personaggi di un viaggio di formazione che si conclude nello spazio di una giornata, in cui prendono sfogo tutte le apprensioni di un genitore, dove scoprire che “anche gli uomini veri piangono”. Un viaggio bagnato dalle lacrime, riflesso esteriore di un’emotività di cui si ritrovano le diverse sfaccettature. Un viaggio da affrontare con la leggerezza di un palloncino, nonostante i dubbi e le preoccupazioni che affliggono un padre e un figlio: emozioni che affiorano nonostante i divieti autoimposti.

Emozioni intense, che affiorano nella vulnerabilità che, nonostante i proclami, è insita in ognuno. Una vulnerabilità che, nell’incontro tra scena e platea, diventa empatia. Un confronto empatico, dalla gestualità marcata, che ritrova qui la tradizione della clownerie, di una quotidianità goffa (e di un’umanità ridicola, nel senso più nobile del termine) che racconta delle emozioni come parte fondante della vita stessa.

Bastano allora quattro barattoli di latta non per fare, ma per essere casa. Un edificio non di mattoni, ma di emozioni e di immaginazione, per il quale, forse, serve solo una lacrima. Una vulnerabilità che rende uomini, in una definizione che vede il teatro come proprio luogo d’elezione. Un luogo con sempre nuovi punti di vista, dai quali guardare verso l’oltre, verso un’immaginazione che è materia di cui sono fatti gli uomini. Un oltre in cui anche “il mare è più azzurro”, bagnato da quelle lacrime che non sono scarto, ma parte fondante della vita di ognuno.