Recupero in sicurezza
Tendinopatie del gomito e sport: tutte le migliori terapie per tornare in campo
Diagnosi precoce, fisioterapia mirata e lavoro multidisciplinare: come curare le tendinopatie del gomito e tornare in campo in sicurezza
Traumi maggiori o piccoli traumi ripetuti nel tempo: è così che negli sportivi possono comparire sovraccarichi al braccio, come le tendinopatie del bicipite e del tricipite brachiale, o dei tendini estensori e flessori di carpo e metacarpo.
Tra le discipline più a rischio ci sono tennis, padel, golf, nuoto, sport di lancio e sollevamento pesi.
Dolore, perdita di forza e riduzione della performance sono i primi segnali di un sovraccarico che non va ignorato.
“Il primo passo verso la guarigione è una diagnosi precoce, seguita da un percorso conservativo e fisioterapico personalizzato”, spiegano Matteo Bartoli, ortopedico consulente dell’Istituto Clinico Quarenghi, e Mattia Mazzoleni, fisioterapista dell’Istituto Clinico Quarenghi.
Affidarsi a centri che adottano un approccio multidisciplinare, come l’Istituto Clinico Quarenghi, fa la differenza: “Nella collaborazione tra ortopedico e fisioterapista si costruisce davvero un percorso vincente. Attraverso questo lavoro integrato, basato su comunicazione e competenze condivise, è possibile offrire al paziente un trattamento efficace, sicuro e personalizzato”, affermano.
Tendinopatie del bicipite e del tricipite brachiale
“La tendinopatia del bicipite brachiale è spesso legata a movimenti ripetitivi di sollevamento di carichi, rotazione e flessione del braccio – spiega Bartoli – è comune in discipline sportive come il sollevamento pesi, il nuoto e il tennis. Il trattamento iniziale include il riposo, la fisioterapia, il trattamento con onde d’urto e, in rari casi, l’infiltrazione di corticosteroidi o di PRP”.
La tendinopatia del tricipite brachiale è meno comune rispetto a quella del bicipite, ma può presentarsi in atleti che praticano sport che comportano estensioni ripetute del braccio, come il sollevamento pesi e gli sport di lancio. “Il trattamento conservativo è simile a quello per il bicipite e si basa su fisioterapia, modifiche dell’allenamento e, in alcuni casi, infiltrazioni di plasma ricco di piastrine. Nei casi più gravi o resistenti a terapia conservativa, si rende necessario l’intervento chirurgico”. sottolinea l’ortopedico.
Tendinopatia degli estensori e dei flessori (note come “epicondilite ed epitrocleite”)
La tendinopatia degli estensori del carpo e delle dita, comunemente ma impropriamente indicata come epicondilite laterale, è una delle tendinopatie più comuni tra gli sportivi, in particolare in coloro che praticano tennis, padel o attività che richiedono movimenti ripetitivi del gomito. “Il trattamento inizia con riposo, fisioterapia, terapia manuale e rinforzo muscolare, possibile tutorizzazione. Gli approcci strumentali includono l’uso di onde d’urto focali, PRP e, in rari casi, infiltrazione di corticosteroidi”
La tendinopatia dei flessori, comunemente ma impropriamente definita epitrocleite, è una condizione simile, ma che colpisce i tendini flessori del carpo e delle dita. È comune tra i golfisti, ma può verificarsi anche in atleti che eseguono movimenti ripetitivi di flessione del polso, come i giocatori di baseball o i sollevatori di pesi.
Recentemente anche i tennisti per le modifiche del gesto tecnico, ne sono più frequentemente affetti. Spesso le due tendiniti di muscoli apparentemente antagonisti convivono nello stesso paziente. “Il trattamento conservativo include esercizi specifici, terapia fisica, e tecniche di modulazione del dolore come l’elettroterapia”, aggiunge lo specialista.
La chirurgia delle forme cronicizzate oggi non si limita al trattamento del tendine ma individua come obiettivo la stabilizzazione di un gomito che spesso nasconde a quel punto un quadro di micro-instabilità. Rispetto al passato i risultati sono assolutamente incoraggianti” ci conferma il dottor Bartoli.

La gestione fisioterapica del dolore
Mattia Mazzoleni, fisioterapista dell’Istituto Clinico Quarenghi, spiega: “Come già illustrato dal dottor Bartoli, il primo approccio alla gestione delle tendinopatie degli estensori è di tipo conservativo e si basa principalmente sulla fisioterapia”.
Si tratta di una condizione nota comunemente come epicondilite laterale o, con un termine più diffuso, tennis elbow. “È una patologia da sovraccarico che si manifesta con un dolore localizzato nella porzione laterale del gomito, in corrispondenza dell’inserzione tendinea dei muscoli estensori del polso. È una problematica molto frequente – prosegue Mazzoleni – non solo tra gli sportivi, ma anche tra lavoratori manuali e persone che svolgono attività ripetitive”.
Il punto di partenza è sempre una valutazione accurata. “La presa in carico fisioterapica comincia con un’analisi approfondita, indispensabile per impostare un percorso terapeutico efficace e personalizzato. Si parte dall’anamnesi del paziente, indagando l’origine, la localizzazione e le caratteristiche del dolore, ma anche lo stile di vita, le abitudini lavorative e sportive, e l’esposizione a movimenti ripetitivi o carichi elevati nel tempo”.
La fase di analisi comprende anche test mirati. “Durante la valutazione vengono esaminate eventuali limitazioni articolari, frequenti nella fase acuta, e la forza muscolare dei distretti coinvolti, confrontandola con l’arto sano o con valori di riferimento. Si valuta inoltre la funzionalità dei distretti limitrofi, come il cingolo scapolare e il polso, che possono influenzare il quadro clinico. In alcuni casi – aggiunge – può essere utile il questionario PRTEE, che misura la percezione del dolore e la disabilità funzionale riferita dal paziente in questa particolare patologia”.
Il percorso terapeutico
Una volta definita la diagnosi funzionale, il percorso terapeutico può iniziare. “La prima tappa è l’educazione del paziente. Spiegare con chiarezza di cosa si tratta, cioè una sindrome da sovraccarico, aiuta a comprendere l’importanza di modificare alcune abitudini e gestire consapevolmente il dolore”.

Secondo Mazzoleni, “è essenziale imparare a usare il dolore come guida: evitare le attività che lo aggravano e assicurarsi che i sintomi si risolvano completamente dopo l’esercizio. In questo contesto, la gestione del carico è cruciale. Un aumento graduale e controllato dell’attività fisica consente ai tendini di adattarsi alle richieste funzionali, riducendo il rischio di nuovi sovraccarichi. Al contrario, il riposo assoluto prolungato può essere controproducente.”
La progressione del carico, spiega ancora, “deve essere calibrata in base alla tolleranza del paziente, con un programma che aumenti gradualmente frequenza e intensità senza forzare i tempi. Nel breve periodo, la terapia manuale e le onde d’urto focali possono offrire sollievo dal dolore, nel medio-lungo termine la chiave è l’esercizio terapeutico”.
“Gli esercizi vengono inizialmente eseguiti sotto la supervisione del fisioterapista, per poi essere proseguiti in autonomia. Si comincia con contrazioni statiche, per passare poi a esercizi eccentrici e concentrici, in base alla risposta del paziente. L’obiettivo è migliorare forza, controllo e funzione, includendo movimenti di estensione del polso, pronazione, supinazione e prensione.”
La fisioterapia, conclude Mazzoleni, “non mira solo a ridurre il dolore, ma a ripristinare la piena funzionalità dell’arto, prevenire recidive e restituire al paziente la possibilità di tornare alle proprie attività, nello sport come nella vita quotidiana”.
Percorsi efficaci, sicuri e personalizzati
“Una gestione efficace del dolore laterale di gomito comincia sempre da una diagnosi precisa che consenta di escludere altre condizioni e di definire con chiarezza la natura della tendinopatia. In questo senso, il ruolo dell’ortopedico è fondamentale per orientare correttamente il percorso terapeutico fin dalle prime fasi. Nella collaborazione tra ortopedico e fisioterapista si costruisce un approccio vincente: l’uno individua il problema, l’altro lo prende in carico in modo attivo e progressivo, guidando il paziente verso il recupero. Solo attraverso questo lavoro integrato, basato su comunicazione e competenze condivise, è possibile offrire al paziente un percorso efficace, sicuro e personalizzato”, concludono Bartoli e Mazzoleni.
Avvia il tuo programma di recupero, prenota la visita all’Istituto Clinico Quarenghi.


