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L’energia salverà il mondo

In un Continente privo di fatto di materie prime, occorre usare equilibrio e ragionevolezza nelle scelte utilizzando tutte le fonti energetiche accessibili con un mix equilibrato che suddivida il rischio ed eviti una concentrazione delle forniture

Energia: uno scenario mondiale

La storia umana è strettamente intrecciata con l’uso della tecnica che ha fatto imprescindibilmente dell’energia il motore per il suo sviluppo.
Senza energia nulla di umano sarebbe stato ne sarebbe possibile ed è per questo che essa ricopre un ruolo fondamentale nella nostra civiltà.
Nella storia ogniqualvolta la carenza di energia si è manifestata per motivi esogeni, le civiltà hanno perso la propria spinta propulsiva: non importa se l’energia venisse prodotta da braccia umane o dall’utilizzo tecnico della materia, sta di fatto che le crisi economiche con i conseguenti abbassamenti del tenore di vita, sono state quasi sempre attraversate da restringimenti energetici più o meno accentuati.

Dopo la rivoluzione industriale il fattore energetico ha ricoperto ancor più un ruolo cardine e non questionabile: gli strumenti sia meccanici che digitali, hanno sollevando l’uomo da fatiche e problemi millenari ed il loro utilizzo sempre più esteso necessita di quantità energetiche crescenti.
Le stime più attualizzate prevedono entro il 2050 una crescita del fabbisogno energetico mondiale che va da un 18% (McKinsey) da un 34% (EIA).
A tutt’oggi il mix energetico mondiale (grafico 1) è per l’86,6% sostenuto dai fossili, il 9% da fonti rinnovabili e dal 5% dall’energia nucleare e da ciò si evince facilmente come il nostro benessere e sviluppo non possano non prescindere da questo contesto fondamentale.

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L’enorme crescita dei fabbisogni energetici degli ultimi 30 anni ha creato in tutte le società occidentali un allarme per le emissioni di CO2 sebbene le responsabilità della crescita dell’anidride carbonica nell’atmosfera risiedano principalmente nell’eccezione della velocità dello sviluppo cinese.


In circa due secoli di industrializzazione l’Occidente ha portato le parti per milione (ppm) di CO2 nell’atmosfera da 285 a 360 nel 1998 e nonostante negli ultimi 30 anni sia Stati Uniti che Unione europea abbiano ridotto le proprie emissioni del 30%, esse sono cresciute nello stesso periodo fino a 420 ppm proprio per le intense attività industriali di Pechino che emette circa il 34% di tutte le emissioni mondiali mentre l’Europa contribuisce con il 7% e gli USA con il 14%.

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Le cause di questo salto quantitativo delle emissioni non sono solo da ricercare nella quantità di energia consumata dalla Cina ma soprattutto dal suo mix energetico, principalmente carbonifero (grafico 3) e dall’inefficienza dei sistemi produttivi utilizzati, due elementi che congiuntamente concorrono a far si che per ogni dollaro di PIL prodotto, le emissioni dell’Impero di mezzo siano 4 volte quelle europee e 3 volte quelle statunitensi.

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Decarbonizzazione: un grande equivoco europeo

L’Europa, il cui scenario energetico non si può dispensare dal macro trend di crescita, contiene in sé molti equivoci e paradossi che sarebbe qui opportuno descrivere anche con uno spirito critico, al fine di avere un quadro più completo dello stato di fatto delle cose.
Necessariamente le politiche energetiche europee sono frutto delle direttive derivanti dal Green deal varate alla fine del 2019 e rappresentano un’accelerazione rispetto al già oneroso restringimento energetico sviluppatosi negli ultimi 20 anni giustificato da diversi motivi sia ideologico-ambientalisti sia da finalità strategiche fortemente opinabili e dovrebbero condurre l’Europa ad una totale decarbonizzazione in diverse tappe entro il 2050.
Tuttavia gli ultimi svolgimenti mondiali fanno sempre più stringente, la necessità di una revisione del progetto di decarbonizzazione europeo per via della sua comprovata insostenibilità economica e sociale.
Come visto in precedenza le emissioni di CO2 europee rappresentano il 7% di quelle mondiali e qualora l’Europa le dimezzasse immediatamente, non avrebbero alcun effetto sensibile sul clima soprattutto considerando il fatto che l’Asia nel suo insieme aumenta le proprie emissioni di circa il 4% l’anno.
D’altro canto il costo della decarbonizzazione europea in termini di restringimento energetico e di investimenti necessari, sta di fatto accelerando la deindustrializzazione del Continente creando non solo una stagnazione economica ma potenzialmente milioni di disoccupati.
I costi energetici dell’Unione per esempio sono progressivamente saliti fino al 158% in più rispetto ad USA e Cina (fonte: Skynews 24).

L’esempio della Germania, capofila di un restringimento energetico senza precedenti con la pretesa chiusura di tre centrali nucleari e di una spinta ad ingenti investimenti sulle energie rinnovabili, l’ha portata non solo ad utilizzare più carbone ma ad ostacolare di fatto una sua crescita economica nei prossimi anni.


Tra mito e realtà

Il mito delle fonti rinnovabili quale solare ed eolico (tra l’altro tutte made in China), si scontrano con la realtà dei numeri: troppo spesso infatti si leggono ingiustificati entusiasmi sul loro reale contributo che tuttavia rappresenta circa solo il 6% del fabbisogno energetico europeo.

La quota di energia elettrica è pari infatti a circa il 22% dei consumi totali di energia e tutte le rinnovabili (compreso l’idroelettrico difficilmente espandibile), rappresentano in questo contesto il 47% e cioè non più dell’11% sui consumi finali energetici dell’Unione europea.

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L’auspicata decarbonizzazione del continente inoltre ha bisogno di enormi infrastrutture per essere implementata attraverso elettrificazione del suo utilizzo e ciò significa un ingente consumo di materie prime che l’Europa non possiede.
Secondo The Oregon Group (grafico 5) per esempio, il consumo di rame necessario per la totale decarbonizzazione entro il 2050, dovrebbe essere pari alla quantità estratta in tutta la storia dell’umanità e non di meno lo dovrebbero essere materie prime quali alluminio, cobalto, litio, nichel, manganese, terre rare solo per citarne le più importanti.

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L’errore compiuto dall’Italia ma più in generale dall’Europa di inibire l’utilizzo dell’energia nucleare ha inoltre ridotto le nostre capacità energetiche che confrontate con quelle dei nostri maggiori competitor USA e Cina, è concausa dei nostri attuali problemi di crescita e competitività.

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Equilibrio e ragionevolezza

Crediamo quindi di poter affermare, che per lungo tempo dovremo essere imprescindibilmente accompagnati dalle fonti energetiche fossili e negarlo ideologicamente significa non investire nella loro ricerca ed utilizzo tanto da causare in futuro forti carenze di energia indispensabile per il nostro sviluppo da cui poi dipende il benessere dei cittadini europei.
In un Continente privo di fatto di materie prime, occorre usare equilibrio e ragionevolezza nelle scelte utilizzando tutte le fonti energetiche accessibili con un mix equilibrato che suddivida il rischio ed eviti una concentrazione delle forniture.
L’obiettivo deve essere quello di rendere l’energia sempre più economica, fruibile ed a basso costo per fare si che l’industria europea torni ad essere competitiva e protagonista sugli scenari economici globali.


Andrea Taschini

*Andrea Taschini è un manager che ha ricoperto posizioni di rilievo per 25 anni in aziende come Brembo, Bosch, Sogefi con responsabilità internazionali. È appassionato d’impresa, di geopolitica e cose del mondo. Attualmente si occupa di consulenza aziendale e scrive per riviste di management e giornali nazionali.