Conclusa con grande partecipazione la prima edizione, che ha visto opere murali diventare patrimonio condiviso della città
Bergamo. Mettere in contatto la dimensione pubblica dell’arte e il concetto di comunità: con questo desiderio è nato M.UR.A Festival, il primo festival di Street Art di Bergamo, che ha animato diverse zone della città dal 28 settembre al 12 ottobre.
Un acronimo che significa “Museum of Urban Arts” (letteralmente “Museo delle Arti Urbane”) ad indicare proprio un museo ospitato nello spazio pubblico, un progetto culturale promosso dall’amministrazione comunale e dall’assessorato alla cultura in particolare, realizzato da Cooperativa Sociale Patronato San Vincenzo – progetto Tantemani con HG80 impresa sociale – progetto Street Art Ball Project, nato per promuovere la cultura urbana come bene collettivo e partecipato, attraverso murales, laboratori, visite guidate, talk e live painting.
L’acronimo che dona il nome al Festival unisce le mura come spazio fisico, che diventano luogo di espressione creativa, insieme al valore storico delle Mura di Bergamo, patrimonio UNESCO e simbolo di Città Alta. Mura che non dividono, ma che, anzi, desiderano rafforzare il legame tra spazio pubblico e cittadinanza, diventando simbolo di una dimensione pubblica dell’arte, capace di farsi ulteriore veicolo di comunità.
“La partecipazione collettiva è una delle modalità più importanti per mettere in contatto la dimensione pubblica dell’arte e il concetto di comunità – spiega Paolo Baraldi di HG80 – Street Art Ball Project, tra i realizzatori dell’evento – Da diversi laboratori di comunità (che hanno coinvolto bambini, studenti, giovani, residenti e realtà locali), realizzati in diverse zone di Bergamo, sono nate poi parole-chiave e illustrazioni divenute la base delle opere murali realizzate dagli artisti sul territorio”.
Cinque artisti di rilievo internazionale che hanno lavorato in dialogo con i quartieri di Bergamo, scelti in base “alle modalità artistiche che sono soliti utilizzare, ma anche all’approccio che mostrano verso l’arte pubblica e il muralismo in particolare”. In cinque zone di Bergamo hanno così preso forma diverse opere murali di grande formato, divenute patrimonio condiviso e testimonianza di una comunità che si riconosce nell’arte e nello spazio pubblico.
Uno spazio condiviso, in cui tutto ciò che viene custodito diventa risorsa comune, è protagonista nell’opera realizzata da A m’l rum da me all’Istituto Comprensivo Camozzi (via Pinetti 25) a Conca Fiorita. Il collettivo, formato da Martina Ceccarelli e Carlotta Moretti, utilizza un linguaggio simbolico e comunitario, intrecciando memoria e contemporaneità. Comunità e condivisione sono infatti al centro dell’opera realizzata, che prende ispirazione dal lumbung, una pratica indonesiana che significa “granaio comunitario”, dove ogni persona deposita una parte del proprio raccolto in uno spazio condiviso, diventando risorsa a disposizione di tutti. Viene quindi raffigurata una capanna-risaia, da cui si diffondono chicchi di riso e figure che portano e ricevono semi, segni di vita e futuro condiviso. In questo senso, sono i ragazzi i semi delle nuove generazioni, che crescono attraverso un senso di condivisione ed empatia fondamentale nella costruzione di una comunità.
Un grande serpente tra rovi di more, simbolo di metamorfosi ed interconnessione, è protagonista dell’opera realizzata dallo street artist romano Hitnes all’Archivio di Stato (via Fratelli Bronzetti 26). I serpenti, quando si nutrono, modificano il proprio corpo: in quest’opera, nel ventre della biscia avviene una trasformazione misteriosa, dove ciò che viene assimilato genera nuovi mondi di vegetali e animali. Una metamorfosi della materia, che rivela la potenza creativa e rigenerativa della natura.
Sulle pareti del nuovo impianto di depurazione delle acque reflue urbane a Grumello al piano (via Fratelli Bandiera 45) ha preso forma “Acqua è vita”, un’opera che guarda alla sostenibilità ambientale, realizzata dall’artista bergamasco Luca Font. Colori e forme che celebrano l’acqua come forza generatrice, origine di ogni forma di vita e simbolo di connessione universale, come tra abitanti e ambiente che li circonda. Un manifesto di appartenenza, che invita a riconoscere l’acqua come bene comune.
Un invito alla cura delle risorse e della cosa pubblica, che si può notare anche nell’opera dell’artista polacco-greco Taxis (Dimitris Trimintzios) realizzata a Loreto (Viale Pietro e Maria Curie 13), sull’edificio della succursale del Liceo G. Falcone. Nato da un laboratorio dedicato all’abitare come forma di cura, il murale raffigura un paesaggio sospeso, dove cielo, montagna e figure umane convivono in un’atmosfera intima e sognante. I personaggi, ispirati al celebre “Un dimanche après-midi à l’Île de la Grande Jatte” di Georges Seurat, raccontano la delicatezza dei legami e il valore del prendersi cura, un simbolo di attenzione condivisa che intreccia arte e comunità.
Una combinazione di pittura, collage e transfer identifica subito l’opera della pittrice basca Udatxo (Udane Juaristi), realizzata all’Istituto Comprensivo Muzio (Via Don Bepo Vavassori 1) al Villaggio degli Sposi. Il muro diventa qui memoria collettiva, animata dalle emozioni che emergono dai soggetti irradiati di luce. Nata da un laboratorio con i giovani del Villaggio degli Sposi, l’opera invita a ritrovarsi e riconoscersi in un racconto comune. Un racconto di energia, emozioni ed incontri, racchiuso nella raffigurazione di bambini e ragazze che giocano e fanno sport. Il tutto svolto in uno spazio aperto, che qui diventa luogo e metafora di crescita, sia del singolo che comunitaria.
Oltre a questi, nel corso del festival sono stati realizzati alcuni interventi, legati alla cultura Hip Hop, del collettivo CDS Fam all’interno del Parco Nilde Iotti in Borgo Palazzo e del gruppo BGML’S in Via Rosolino Pilo.
Opere che, ora, abbelliscono la città, ulteriore esempio di un’arte che, negli anni, sta acquisendo sempre più importanza. Opere che, già in fase di realizzazione, hanno incuriosito gli abitanti dei quartieri. “Una risposta ottima, che ha circondato il nostro lavoro di attenzione e calore – spiega ancora Baraldi – una risposta tangibile a quello che è sempre stato l’intento di M.UR.A., cioè incontrare le persone anche attraverso opere di grande formato”.
Un progetto, quello del festival, che immerge le proprie radici all’interno del movimento del muralismo contemporaneo, un’arte urbana parente nobile della tradizione dei graffiti (e della cultura Hip Hop più in generale) che si tramanda anche a Bergamo dai primi anni Novanta. Da qui, la nascita del festival, “realizzato dopo una gestazione molto lunga – spiega ancora Baraldi – un’idea nata più di dieci anni fa, che si è concretizzata nell’ultimo anno, con la prima edizione. Un’edizione alla quale speriamo di riuscire a dare un seguito: mi sembra che le premesse per proseguire ci siano tutte”. Un’edizione che si è potuta realizzare grazie ad un’unione di intenti, “con il concorso di tanti attori, sponsor e privati. Il comune e l’assessorato alla cultura in particolare hanno sposato completamente il progetto, una novità per la città”.
Una prima edizione che segna così l’inizio di un percorso, sempre nel solco del dialogo tra arte, città e cittadini: nuove storie da raccontare che possano diventare arte urbana vitale, che parli dei e con i luoghi con cui entra in contatto, ogni giorno.