La lettera
Giorgio Zenoni, l’entusiasmo di un giovane e la sapienza di un maestro
Pubblichiamo la lettera di Paolo Vitali che ricorda l’amico e architetto Giorgio Zenoni, scomparso giovedì 23 ottobre all’età di 90 anni
L’architetto e regista Paolo Vitali ricorda l’amico e architetto Giorgio Zenoni, scomparso giovedì 23 ottobre all’età di 90 anni a Bergamo. Nel 2020 Giorgio Zenoni era stato protagonista del film “Il condominio inclinato” dei registi Paolo Vitali e Alberto Valtellina.
Caro Giorgio,
mi immagino che se oggi potessi commentare la mia intenzione di dedicarti un ricordo, mostreresti con le consuete scarne parole un certo fastidio verso l’idea di
commemorazione. Tutto ciò che è retorico so che non è mai stato di tuo gradimento e cercherò di evitarlo.
Con te se ne va l’ultimo superstite del “gruppo”, quei quattro irriverenti che (sulle pagine di un “Casabella” del 1972 dedicate al loro lavoro) si sporgevano dalla balaustra del Duse con una certa sfacciataggine e uno sguardo sornione. D’altronde per immaginare nel 1969 un tale edificio nel cuore storico della compassata Bergamo ci voleva coraggio, oltre che bravura e sapienza architettonica.
Forse ci potrà consolare, non certo oggi che è appena accaduto, l’idea che finito il gruppo restano le sue canzoni. Che è diverso, soprattutto per chi ti ha conosciuto, e
ha avuto modo di scambiare con te anche solo due parole. Che comunque è diverso, perché le tue (le vostre) canzoni sono di mattone e cemento, di vetro e di metallo,
concrete e tangibili, dure e fragili.
Ce ne siamo accorti quando, figlie di sperimentazioni libere e scanzonate, hanno iniziato a richiedere cura, perché la loro poesia non sta nei formalismi ma nella forma, non sta in un’idea contemplativa dello spazio me nel suo uso, nel loro suggerirci domande e non certezze, nel loro lasciarci lo spazio di appropriarci dello spazio. Perché i materiali di cui sono fatte soffrono il tempo come noi. Sanno tenere insieme la matita e la cazzuola, la libertà del segno con la forza di gravità.
La loro poesia sta nel loro essere, a volte, anche ideologiche, estreme. Nella consapevolezza che esiste, nella sperimentazione, una necessità dimostrativa che, per essere chiara, ha bisogno di semplificazioni. E che non muove dalla volontà di compiacere, demagogicamente, ma di aprire nuove opportunità, rischiando in prima persona e prendendosi la responsabilità di scelte scomode.
Laddove appariva più evidente come scelta programmatica, Beppino Gambirasio la definiva “apparente banalità trascrittiva del processo”; tu, invece, la praticavi, senza
bisogno di definizioni. Solo qualche giorno fa, con il fotografo Marco Introini, si parlava della necessità di documentare questa storia così importante, perché le sue tracce materiali iniziano ad avere bisogno di attenzione. Ancora così poco riconosciute nonostante per molti, a Bergamo e non solo, abbiano rappresentato i luoghi della propria esperienza quotidiana. Esotismi (per scelta e per contestazione) addomesticati dall’imperversante mediocrità di ciò che li circonda. Spesso, purtroppo, quanto basta per neutralizzare la loro carica dirompente, la loro diversità, che non sta, come sa chi le ha vissute e attraversate, nell’arroganza del gesto formale gratuito, ma nella
sollecitazione a non dare nulla per scontato, neanche nei gesti semplici: un invito costante allo stupore, all’emozione come possibilità di uno sguardo nuovo sulle cose.
Ogni elemento di questa architettura è un dispositivo per porre una nuova domanda.
Così una rampa diventa una domanda, una finestra diventa una domanda, un lucernario diventa una domanda.
Forse, avendoti conosciuto, non solo (e non tanto) come scelta programmatica e ideologica, ma piuttosto come gioco, come forma radicale, con tutta la sua carica liberatoria.
Per diventare fatto architettonico tutto ciò è dovuto certamente passare attraverso i disegni, ma ha dovuto, al tempo stesso, fare i conti con le possibilità reali della
materia e la sua resistenza sia alla malleabilità (e qui si capisce il vostro amore per il cemento), sia a letture non convenzionali, al suo retaggio di custode cristallizzata di
codici, tradizioni e convenzioni (e qui, di nuovo, si capisce il vostro amore per il cemento).
Dopo averti conosciuto (ed essermi appassionato dei vostri esperimenti), mi sono immaginato che, per “narrare le vostre gesta”, fosse importante, tra le altre cose,
chiarire quale contributo ognuno di voi avesse portato alla causa comune. Poi, nel tempo, ho capito che non avere risposte era la risposta. Che la poesia del “gruppo” è
struggente proprio perché è figlia di più padri: è rapsodia. E che, per restituire il senso di quella entusiasmante esperienza, questa curiosità non aggiunge nulla e il vostro pudore nell’entrare nella questione era un modo per dire che, in fondo, si trattava di un esercizio critico di scarso valore.
Come libero interprete, per quello che può interessare, mi sono fatto comunque l’idea che la disinvoltura con cui i disegni venivano tradotti nelle forme fisiche delle vostre
architetture sia stata in buona parte un tuo merito. Però, nonostante a questa mia affermazione tu non possa purtroppo più replicare, immagino che avresti controbattuto che non ti è mai interessato ascriverti meriti che hai sempre considerato collettivi.
Mi piace ricordare questa umiltà come tuo tratto distintivo, emerso in vari episodi come quando, guidandoci nella visita delle Terrazze fiorite per le riprese del film “Il
condominio inclinato”, avresti potuto vantare le decine di pubblicazioni uscite su quel complesso e invece hai voluto portarci nel punto meno riuscito del progetto,
senza nascondimenti, facendo un esercizio di riscrittura virtuale che ha chiarito bene il significato di opera aperta, del continuo esercizio di fantasia e di trasformazione
che accade nella testa di un grande architetto quale tu sei stato.
E mi piace infine ricordarti all’università, quando, nel 2019, ti abbiamo invitato a tenere una lezione intitolata “nelle pieghe del discorso”, sulla strategia della scala
urbana, che voleva offrire agli studenti un esempio significativo di approccio efficace (senza compromessi formali), di dialogo con l’architettura storica, letta come
struttura spaziale e non come fatto stilistico. C’erano insieme l’entusiasmo di un giovane e la sapienza di un maestro, che sa dire le cose con il minimo di parole
indispensabili, quelle giuste e soprattutto con la lingua dell’architettura, dove le parole non sostituiscono mai, al massimo sottolineano, i segni e le forme.
Annullando così ogni questione generazionale. E dimostrando che per salire in cattedra bisogna saper scendere dalla cattedra e guardare il mondo dal basso, senza pregiudizi.
Paolo Vitali



