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Uccise Roberto Guerrisi con un colpo di pistola al volto: Rocco Modaffari condannato in abbreviato a 15 anni

Il pm aveva chiesto 17 anni e 8 mesi, la difesa che il reato venisse riqualificato in eccesso colposo di legittima difesa. La gip ha riconosciuto l’attenuante della provocazione

Pontirolo Nuovo. Una condanna a 15 anni in abbreviato per omicidio volontario. È la pena che il giudice delle udienze preliminari Federica Gaudino ha comminato a Rocco Modaffari, il 58enne che, il 28 dicembre 2024, ha sparato e ucciso Roberto Guerrisi, operaio di Boltiere di 42 anni.

Il pubblico ministero Gianpiero Golluccio aveva chiesto una condanna a 17 anni e 8 mesi, mentre il difensore, l’avvocato Emanuele Occhipinti, che il reato venisse riqualificato in eccesso colposo di legittima difesa. Il gip ha mantenuto il capo d’imputazione originale (omicidio volontario, ricettazione della pistola e abrasione della matricola dell’arma) ma ha riconosciuto l’attenuante della provocazione.

Quel giorno d’inverno, intorno alle 14, Guerrisi si presenta alla ‘Db Car’ di Pontirolo Nuovo. Vuole parlare dei presunti maltrattamenti che avrebbe subito la sua figlia maggiore, fidanzata con uno dei figli del titolare della ditta di riparazioni e autonoleggio. L’operaio ha con sé un coltello, con il quale colpisce alla spalla un ragazzo senegalese, legato a una delle figlie del padrone dell’azienda. Poi si allontana e ritorna mezz’ora dopo con altri parenti, ma il cancello è chiuso.

La prima ad avvicinarsi è la moglie di Rocco Modaffari e, poco dopo, arriva anche lui, che è lo zio del fidanzato della figlia di Guerrisi. Il 58enne ha già l’arma in pugno, una Beretta calibro 6-35 detenuta illegalmente e con matricola abrasa. Poco dopo, all’inferriata si avvicinano anche il titolare della ditta con il figlio, mentre un altro parente se ne sta in disparte con un coltello nascosto dietro la schiena. I due gruppi alzano la voce, poi tutto sembra rientrare, tanto che c’è uno scambio di strette di mano. Ma Modaffari preme due volte il grilletto e colpisce Guerrisi mirando ad altezza volto. Il proiettile attinge la regione orale e quella laterocervicale sinistra, recide l’arteria carotide e procura al 42enne una grave emorragia. Roberto si gira, barcolla verso la strada principale e, all’altezza della pensilina dell’autobus, cade a terra e muore.

Con Guerrisi quel giorno c’è anche il fratello Salvatore: pure lui viene sfiorato al braccio da un proiettile, ma viene medicato sul posto dal personale del 118 e non c’è un referto che attesti la prognosi. Per questo all’imputato non vengono contestate le lesioni nei suoi confronti.

Giovedì 23 ottobre, accompagnato dall’avvocato Cristina Maccari, è in aula con altri familiari per assistere all’udienza, mentre l’imputato è rimasto a Sant’Eufemia, in Calabria, dove si trova agli arresti domiciliari a casa di parenti. “Certo, c’è stata la condanna, ma non possiamo dirci contenti – dichiara -. Perché in questi casi non ti accontenti mai, nemmeno se ci fosse la pena di morte, perché Roberto comunque non tornerà più”.

Guerrisi non tornerà da sua moglie Emanuela, rimasta sola ad occuparsi delle loro tre figlie, Simona, di 23 anni, Marica di 19 e Alessia di 16. Non tornerà dai suoi genitori, che non riescono a riprendersi dal dolore. “Era il punto di riferimento per tutti, la nostra stella Polare, sempre pronto ad intervenire se qualcuno di noi fosse stato in difficoltà – continua Salvatore -. Ha sempre anteposto la serenità degli altri alla sua, credo che questo lo rendesse felice, come si poteva pensare che non avrebbe protetto la sua bambina? Mai si poteva immaginare un epilogo simile, un gesto così vile e vigliacco ad animi raffreddati e con tanto di strette di mano”.

Roberto Guerrisi