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“L’aquila di Dalmine”, Cattelan e un simbolo di potere divenuto espressione di fragilità

In Fondazione Dalmine il firmacopie di Maurizio Cattelan è stato occasione di riflessione sul ruolo dei monumenti nella società contemporanea, in particolare rispetto all’aquila in bronzo commissionata nel 1939 per commemorare il ventennale del discorso di Mussolini a Dalmine

Dalmine. Un oggetto d’archivio, un simbolo di violenza che viene analizzato e depotenziato, riposizionato non più in senso verticale (dal basso verso l’alto), ma orizzontale, un simbolo di potere che diventa espressione di fragilità.

Un soggetto fragile come l’aquila raffigurata nella scultura “Bones” di Maurizio Cattelan esposta all’Ex Oratorio di San Lupo fino al 26 ottobre, nell’ambito della mostra diffusa “Seasons”.

Un’opera, insieme a quella da cui l’artista ha preso ispirazione, protagonista di “L’aquila di Dalmine”, evento ospitato in Fondazione Dalmine mercoledì 22 ottobre, organizzato in collaborazione con Gamec – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, in occasione appunto degli ultimi giorni di apertura della mostra diffusa “Seasons” di Maurizio Cattelan a Bergamo.

Fondazione che ha esposto proprio l’aquila in bronzo commissionata nel 1939 dalla Dalmine (all’epoca acciaieria di Stato) allo scultore Giannino Castiglioni, per commemorare il ventennale del discorso di Mussolini a Dalmine. Dopo la guerra, l’opera fu trasferita nel giardino della colonia estiva dell’azienda a Castione della Presolana e con la chiusura della colonia è tornata nei depositi della Dalmine Spa.

Un’esposizione che è stata occasione per presentare due volumi dedicati a Cattelan recentemente pubblicati: Beware of Yourself (Pirelli HangarBicocca, Milano – Marsilio Arte, Venezia 2025) e You Don’t Make a Masterpiece, You Survive One (Gamec, Bergamo – Lenz, Milano 2025).

Un lavoro di riflessione, che non dona risposte quanto interrogativi, quello di Maurizio Cattelan che, nel caso di “Bones”, “contamina il nostro archivio con l’arte contemporanea- ha spiegato Manuel Tonolini, direttore di Fondazione Dalmine – un lavoro di valorizzazione dell’archivio, che diventa vera e propria attività didattica”.

Un archivio che, in questo caso, vede una sua fonte “mettersi in mostra, rimanendo allo stesso tempo oggetto d’archivio e opera d’arte – ha commentato Silvia Giugno, Heritage Coordinatori di Fondazione Dalmine – Aquila che nasce all’interno della città industriale di Dalmine, per commemorare proprio il ventesimo anniversario del primo discorso di Mussolini a Dalmine. Un’aquila in bronzo che, da palazzo Colleoni, viene spostata negli anni Cinquanta nella colonia di Castione della Presolana, prima di essere conservata negli archivi”.

Un’opera che, nel dialogo con Maurizio Cattelan, vede un suo depotenziamento, allo stesso modo di altre statue (ad esempio di dittatori) di stili ed epoche diverse. “Monumenti che non prevedono l’orizzontalità, devono essere irraggiungibili, senza tenere conto dello spazio urbano” ha spiegato Lorenzo Giusti, direttore di Gamec in dialogo con la storica dell’arte Lisa Parola (autrice di “Giù i monumenti? Una questione aperta”).

Statue che vengono abbattute, distrutte, riposizionate (come quella del generale Robert Edward Lee a New Orleans), “esempi vivi di un ragionamento necessario sull’arte pubblica”. “Artisti e architetti donano un significato nuovo ai monumenti – spiega Lisa Parola – È importante seguire la loro opera di riposizionamento, che depotenzia e mette in discussione”.

Una messa in discussione provocata essenzialmente da un cortocircuito di senso delle immagini, come accade in molte opere di Maurizio Cattelan.

“Un lavoro che crea cortocircuiti, che pone continuamente domande, in dialogo continuo con lo spazio pubblico – ha spiegato anche Roberta Tenconi, curatrice di Pirelli HangarBicocca in dialogo con Valentina Gervasoni, curatrice Gamec.

A partire da “One”, il bambino a cavalcioni della statua di Garibaldi, ennesimo esempio del lavoro di Cattelan sull’infanzia, “spazio di sogni e traumi”. Un “simbolo di forza collettiva” che, ancora una volta, “pone domande, crea un cortocircuito attraverso immagini ambivalenti”.

“Cattelan lavora su un simbolo legato alla Storia – spiega Gervasoni – per analizzarla e depotenziarla. Un lavoro che, inevitabilmente, ci pone interrogativi e pone l’attenzione sulle opere che abitano la nostra quotidianità”.

“One” mostra un gesto che segna la distanza tra obbedienza e atto di ribellione, un conflitto che segna, in un certo senso, lo spazio pubblico. “Quello che interessa a Cattelan non è dare delle risposte, quanto porre spunti di riflessione. Basti pensare alla mano con le dita mozzate di “Love” in Piazza Affari a Milano, recentemente imbrattata da esponenti di Ultima Generazione. Opera posizionata in un luogo “di architettura autoritaria, dove, nel caso di Cattelan, la classicità viene riposizionata, assumendo significati diversi”.

Simboli di potere che diventano simboli di fragilità, specchio del nostro contemporaneo. “In ‘Bones’, l’aquila riporta ‘alle ossa’ ciò che rimane di un simbolo imperialista”.

Simboli storici che riflettono sul periodo preso in esame, ma anche sull’attualità, sull’opportunità di conservare o cancellare opere di un passato scomodo. Opere che, in un modo o nell’altro, riprendono importanza proprio nella valenza analitica che spinge ad interrogarsi sul passato che hanno rappresentato.

Più che la conservazione o la cancellazione, l’importante è tornare ad interrogarsi, affrontando anche quelle domande scomode che Cattelan materializza attraverso le sue opere.

“L’aquila di Dalmine”, Cattelan e un simbolo di potere divenuto espressione di fragilità