La recensione
|“Aim in Time”, la mutevolezza dell’essere nel diario fotografico sperimentale di Magnolini
Negli spazi di SanBe 15/C Gallery la fotografa bresciana ha presentato il proprio progetto di sperimentazione personale e ricerca introspettiva con autoscatti in bianco e nero con tempi di posa lunghi, sviluppati a mano in camera oscura
Bergamo. Attesa, aspettare, aspettarsi. È un lavoro intimo e personale, quello di Enrica Magnolini, fotografa bresciana che nel suo “AIM IN TIME” presenta una ricerca introspettiva che si vede come soggetto e corpo in costante trasformazione.
Un progetto fotografico ospitato all’interno degli spazi di SANBE 15/C gallery (fino al 25 ottobre) che, attraverso un bianco e nero che annulla i riferimenti temporali, rende però visibile un corpo in mutazione che si fa medium della rappresentazione del tempo stesso.
Un concetto ripreso qui nella sua complessità, nelle sue molteplici sfumature di significato. “È una riflessione sulla caducità del tempo – spiega la fotografa, in occasione dell’incontro con il pubblico di sabato 18 ottobre – , attraverso fotografie che, in potenza, immortalano una compresenza di vita e morte”. Un progetto ancora in divenire, questo “AIM IN TIME”, coltivato da Magnolini nell’arco di oltre vent’anni attraverso lo sviluppo di pochi rulli analogici all’anno, scattati con una Pentax, sempre in bianco e nero, sviluppati in camera oscura, senza alcun utilizzo del digitale, donando così alle proprie opere la consistenza di una sorta di deposito materico””
Nell’esposizione presentata in SANBE 15/C gallery (spazio recentemente aperto in via San Bernardino 15/C da Paola Amadeo e Francesca Parisi), curata da Paola Riccardi, sono presenti 21 fotografie, scattate tra il 1999 e il 2016, ambientate in interni e luoghi intimi, dove il corpo appare e scompare, si riflette o si dissolve nello sfondo, evocando la fragilità e la mutevolezza dell’essere nel tempo. Uno scorrere del tempo che ‘prende forma’ nell’auto-rappresentazione del corpo della fotografa, un corpo che sembra mimetizzarsi nell’ambiente, attraverso una serie di autoscatti con tempi di posa lunghi, comparendo davanti all’obiettivo soltanto per metà del tempo di esposizione “dando luogo visivamente ad un effetto di presenza-assenza o di metamorfosi del soggetto nello sfondo che lo accoglie”. La fotografa entra ed esce dalla zona inquadrata dall’obiettivo, facendo del proprio corpo qualcosa di appena più percettibile di un’ombra, immagini evanescenti in cui la traccia è sia momento di attesa sia sviluppo in divenire. Una sorta di presenza ectoplasmatica che però, nella sua astrazione, riflette sull’identità, sul passare del tempo nel singolo, “un lavoro molto esperienziale, che si avvicina alla performance”. Fotografia che si fa elemento visibile di transitorietà, immagine di un tempo nel suo ineluttabile divenire che, nel suo scorrere, trova inevitabilmente una sua caducità.

Nelle singole immagini, interni ed esterni vengono immortalati nel loro rigore prospettico e architettonico, in uno studio della composizione e delle forme che viene sottolineato anche dai diversi ‘pattern’ creati dai riflessi della luce, in cui il corpo della fotografa si inserisce con una forma di performance improvvisata, in una “celebrazione dell’istante nel suo naturale accadere”.
Un lavoro di ricerca e sperimentazione dichiaratamente debitore della forza espressiva nell’intimità autobiografica (più corporea) di Francesca Woodman, ma anche delle immagini sfuggenti e sporche di Sarah Moon, oltre che dei giochi allusivi di Duane Michals, della resa espressiva del corpo in Robert Mappelthorpe e dell’approccio sperimentale nelle opere di Man Ray.

Non compaiono, per precisa scelta stilistica, le didascalie delle immagini: si perdono così i riferimenti di luogo e tempo, dando così alle opere esposte una maggiore continuità. Resta quindi l’immagine, che si forma nell’attesa dello scatto, facendosi essa stessa testimonianza dell’attesa. Un’attesa tutta personale, che, nello spazio intimo di un autoscatto, porta la fotografa a riflettere su di sé, ma anche su una rinnovata importanza della tecnica dello sviluppo fotografico, un lavoro in camera oscura che richiede tempo e che si risolve nello stupore di un risultato che si imprime (potenzialmente) per l’eternità. Il tempo di un singolo scatto che, dopo l’attesa, si proietta all’infinito, portando con sé una resa (anche) materica. Nulla di più lontano dall’ istantaneo che invade la nostra quotidianità.
“Aim in Time” riporta allora al tempo dell’attesa, ma anche allo stupore di fronte all’inaspettato. Un’attesa che può riguardare un attimo o una vita intera, parte di uno sviluppo temporale in cui, a volte, serve avere il coraggio anche di ‘aspettarsi’, per prendere consapevolezza delle singole mutazioni che raccontano di vita in divenire, ma anche del suo, purtroppo necessario, opposto.


