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L’evoluzione della specie. È uscito il primo album dei PRIMATE, in perfetto equilibrio tra hip-hop ed elettronica

Oggi i PRIMATE (tutto maiuscolo, si badi bene) si sono, per così dire, reincarnati in un duo italiano che propone un hip-hop strumentale acidissimo e contaminato

Primate è il nome che Les Claypool, funambolo del basso dalla voce inconfondibile, aveva scelto per il suo trio. Ma un bel giorno ricevette una lettera di “cease and desist” firmata dal legale di una band omonima e optò per un’altra ragione sociale, Primus. In seguito, Les conobbe quel legale, il quale gli confessò di non essere un vero avvocato, ma semplicemente uno della band. Ormai però i giochi erano fatti, i Primus erano una band affermata e i Primate si sciolsero poco dopo.

Oggi i PRIMATE (tutto maiuscolo, si badi bene) si sono, per così dire, reincarnati in un duo italiano che propone un hip-hop strumentale acidissimo e contaminato. Contaminato da che? chiederanno i più curiosi. Da anni di ascolti, rumori e sensazioni di chi ha calcato palchi e macinato strade, suonando ovunque e respirando l’aria delle metropoli.
Un supergruppo guidato dal batterista Matteo Marchese (Ghemon, Viva Viva, Malagiunta) e dal dj/producer FiloQ (Istituto Italiano di Cumbia, Almamegretta e Capossela). Il loro sound attraversa le varie anime della cultura black, passando dall’Africa berbera al funk, dall’afrobeat al soul, con al centro sempre ben chiaro il mantra del groove declinato nel mondo elettronico e contemporaneo.
Un progetto che va alle origini del ritmo, alla sua forma più primordiale, saldamente al centro della matrice sonora. In ogni traccia si alternano alcuni tra i migliori musicisti della scena italiana, creando textures musicali inaspettate: da Riccardo Onori, chitarra (Jovanotti, Vasco Brondi), a Drago, basso (Calibro 35, Marracash), a PierFunk, basso (Motel Connection, Subsonica), a DJ Kamo, scratch (Tormento, Primo Brown) e Mista P, scratch (Ernia, DJcity Italia), sono ben 13 i super ospiti di questo album.

38 minuti di groove e pulsione costante, scandita da percussioni quasi Zeppeliane, riverberate e profonde. Immaginatevi un mix tra i Gorillaz, i Calibro 35 e i Nine Inch Nails. Una roba che ribolle, un susseguirsi di pattern e cadenze, punteggiato da melodie essenziali, voci di sottofondo ed elettronica che non ingombra. Ce ne parla Matteo Marchese, batterista del gruppo.

Parlaci dei tuoi esordi, delle tue influenze e delle tue collaborazioni.

Sono un produttore, batterista e polistrumentista e ho sviluppato la mia voce collaborando con artisti pop (Sirya, Tonino Carotone), hip-hop (Ghemon, Mistaman, Kiave), jazz (Mario Biondi, Rosalia de Sousa) e afro (Nestor Sawadogo, Fatoumata Diawara). Dopo il covid ho iniziato a dare precedenza ai miei progetti solisti, sia col mio disco “Dot” che con la mie band Il Funk Degli Orsi (funk hip-hop), Viva Viva Malagiunta (cumbia elettronica) e Sunomi Sain (world music). Ultimi nati sono i PRIMATE con il mio socio FiloQ.

Quali sono le origini dei PRIMATE?

PRIMATE nasce da una collaborazione di tanti anni con il produttore genovese FiloQ. Collaboriamo a vari progetti e condividiamo la stessa visione musicale. Non poteva che andare così.

Quando nasce l’idea di registrare un disco?

È stata la naturale evoluzione del nostro percorso musicale. Filo ha collaborato al mio disco solista e lavorando a quello ci siamo detti Ma perché non facciamo un progetto a quattro mani? E da lì ci siamo mossi.

Come avete scelto gli ospiti all’interno dell’album? 

Sono tutti amici che abbiamo incontrato durante il nostro percorso musicale. Penso a Drago col quale ho suonato per tanti anni in tour con Ghemon e che ora è il bassista dei Calibro 35. Lui è un po’ mio fratello, stiamo bene sia a suonare che a conversare davanti a un bicchiere di vino. Musica, insomma. Ogni artista coinvolto ha una voce molto personale e sapevamo bene quale brano affidargli.

Il suono dell’album è, al mio orecchio, molto old school. Si tratta di una soluzione intenzionale o spontanea?

Un mix di entrambe. Volevamo fare un lavoro che ricordasse i vecchi dischi dei Beastie Boys, poi, in studio con Dave e Andre dell’Edac, che hanno un attitudine molto rock, abbiamo deciso di sporcare e accentuare il lato grezzo.

primate

La tua esperienza dal vivo spazia dai piccoli locali alle grandi arene. Che differenza c’è a livello di impostazione, approccio, libertà espressiva e sensazioni?

Ho un aneddoto divertente a riguardo: la domenica in Piazza San Giovanni a Roma al Primo Maggio davanti a diecimila persone e il lunedì seguente a Milano in un locale sui navigli col barman che sbadiglia perché non c’è nessuno. Sono situazioni molto diverse che danno input a più livelli, ma in generale ti direi che suonare è sempre una figata. Invecchiando, le menate egocentriche le lasci andare e riesci ad assaporare lo stare bene mentre suoni il tuo strumento. Oltre ad essere un valente musicista, sei anche arrangiatore e produttore. Mai come negli ultimi 10/15 anni questo
ruolo è salito in auge soppiantando la vecchia concezione dell’uomo dietro al vetro.

Quale pensi sia la ragione?

Indubbiamente la tecnologia ha aiutato il musicista a poter fare tutto da sé. In secondo luogo, le nuove generazioni sono cresciute in un contesto più solitario. Più casa e videogame, diciamo. Non c’e’ più la strada in cui giocare con gli amici tutto il giorno. Per quelli della mia età, la musica era stare insieme. Oggi si può fare da soli perché si è sostanzialmente soli. Ma non ne farei una questione di giusto o sbagliato. Il mercato ha preso una direzione, il mondo ha preso una direzione e i ragazzi vivono in questo mondo. Una cosa che mi piace molto, però, è che, rispetto al passato, il bravo musicista di oggi ha una visione della musica molto più aperta e una capacità di attraversare i confini tra i generi decisamente superiore a prima.

Quanto è importante la tua esperienza di docente?

Ho smesso di insegnare musica un decina di anni fa, mi rimangono ancora alcuni allievi storici e, quando serve, do lezioni per tematiche specifiche, ma la didattica ormai è parte del mio passato. La metà della mia vita lavorativa da “non performer” è occupata dal mondo della musicoterapia e del disagio giovanile. Si tratta di “luoghi” in cui il silenzio interiore e il saper ascoltare sono armi tanto vincenti quanto su un palco.

Mi nomini 5 album che consiglieresti a chi vuole “capire” il disco di esordio dei PRIMATE?

Certamente:
“Check your Head” dei Beastie Boys,
“Red Hot + Riot” dei Red Hot Org,
“The Chronic” di Dr Dree,
“One” di Bob James,
“Hi Teknology” di Hi –Tek.

Prossimi impegni, traguardi e sogni che vorresti (o stai per) realizzare?

Un bel po’ di concerti in arrivo con le mie varie formazioni, stiamo organizzando il tour di PRIMATE e tra poco uscirà il primo video. Poi ci sarà la collaborazione tra i Viva Viva Malagiunta e il rapper Aku, inoltre mi piace molto il lavoro con la cantante Fatoumata Diawara. Il nuovo traguardo per il 2026 è rendere sempre più strutturato il mio corso di meditazione.