“Le parole che non ho detto”, Luca Marchetti e le declinazioni del ricordo nell’Alzheimer
Presentato a BergamoScienza lo spettacolo in cui lo scienziato racconta dello stretto rapporto con il nonno e dell’importanza di una diagnosi precoce per le malattie neurodegenerative
Bergamo. Il tempo dello scambio di uno sguardo, un breve attimo di lucidità nella nebbia della malattia. Un attimo da cogliere, nel quale raccontare e raccontarsi: un attimo in cui, però, molto spesso, si rimane in silenzio. Si ritrova molta umanità nello storytelling di Luca Marchetti che, lunedì 13 ottobre, ha unito scienza, teatro e forti esperienze personali in “Le parole che non ho detto. Io, nonno Dino e l’Alzheimer”, organizzato da Arditodesìo in collaborazione con il Laboratorio di Modellistica Computazionale, Dipartimento CIBIO, dell’Università degli Studi di Trento, presentato a CULT! – Auditorium di Piazza della Libertà in occasione della 23ª edizione di BergamoScienza.
Direttore del Laboratorio di Modellistica Computazionale dell’Università di Trento, Luca Marchetti contribuisce a studiare tecniche di diagnosi precoce per le malattie neurodegenerative: un percorso di studi e poi professionale che nasce, appunto, dallo stretto legame con il nonno paterno. Legame che è al centro del racconto di Marchetti, in cui amalgama storia biografica, l’esperienza con l’Alzheimer e l’approccio scientifico alla malattia. Sulla scena, alcune sedie da studio ospedaliero richiamano alla memoria le difficoltà con il nonno, i momenti vissuti insieme ed anche l’oggi della ricerca scientifica. La memoria, anche in questo senso, è al centro dello spettacolo.
Immagini della memoria che parlano ad ognuno, a partire da quell’ “avrei dovuto trovare le parole giuste…” che racconta di quotidianità, ma anche di finitezza e, soprattutto, di umanità. Un’umanità che trapela dalle parole di Marchetti, che porta con sé sul palco il carico del ricordo, a partire da quando avrebbe voluto dire qualcosa di importante al nonno Dino, senza però riuscire a dire nulla. In vista nella struttura sanitaria che ospitava il nonno, quest’ultimo, in un breve attimo di lucidità, chiede al nipote cosa avrebbe dovuto fare: bloccato dalla situazione, il narratore non ha saputo trovare le parole giuste. Un vuoto che è diventato spinta essenziale per il percorso anche professionale di Luca Marchetti, una ricerca costante di parole giuste da dire, trasformatasi in ricerca nello sviluppo di nuovi farmaci.
Una scienza che, nel tempo che ci è concesso, può diventare “speranza per il futuro”. Dalle madeleine proustiane del passato al futuro si muove il racconto di Marchetti. Patatine mangiate insieme (di nascosto dai genitori), il suono di un’armonica a bocca, lo zoo con la vasca per i pinguini: immagini semplici che ancorano però la memoria al ricordo. Così come le visite in ospedale, con il nonno sempre più assente, attorniato da una “nonna viaggiatrice” (sempre intenta a preparare una valigia che non userà mai) e da un “nonno a cucù”, con il gilet catarifrangente che ne ricorda il lavoro passato. Oggetti che rimandano ad altro, tenendo viva la memoria dei giorni di quelle visite al nonno in ospedale.
Scava nella memoria personale, Marchetti, per esporre un’urgenza, quella delle malattie neurodegenerative, sempre più conclamata (“a livello globale, entro il 2050, si verificheranno 10 milioni di nuovi casi all’anno”). Una situazione che può migliorare attraverso test di diagnostica precoce, come, ad esempio, lo studio del livello di un biomarcatore (neurofilamento) che si diffonde nei neuroni quando si verifica uno stress degenerativo. Nel frattempo, è stato realizzato un farmaco per la cura dell’Alzheimer (per pazienti allo stadio iniziale), ma, afferma Marchetti, “a partire dallo studio dei biomarcatori, c’è ancora molto da fare”.
Lo spettacolo si muove così tra il racconto personale e la sensibilizzazione, attraverso un mezzo come il teatro che dà possibilità di raccontarsi. Lo fa con ironia, Luca Marchetti, ma anche con la precisione dello scienziato e l’emozione di chi si è visto portar via dalla malattia un proprio caro.
Un mezzo, il teatro, che scuote dal rischio di “anestetizzarsi di fronte alla morte”: un rischio che Marchetti conosce bene, ma che riesce ad esorcizzare grazie alla forza delle immagini evocate dalla memoria. Ricordo che qui, inevitabilmente, sottende molteplici significati e diverse direzioni di senso, riportando però, prima di tutto, a quell’umanissima panchina dello zoo su cui un nonno ed un nipote mangiano insieme le patatine, fantasticando, prima o poi, di farsi un tuffo con i pinguini.


