“Entrare in via Gleno mette i brividi”: il racconto della disumanità nel carcere di Bergamo
La relazione di Valentina Lanfranchi, garante dei diritti delle persone private della libertà personale: nell’istituto penitenzario cittadino i detenuti sono il doppio di quelli previsti. La sindaca Carnevali: “Il carcere non può essere la soluzione per chi vive in severe condizioni di dipendenza”
Bergamo. “Entrare nel carcere di via Gleno mette i brividi”. È una testimonianza colma di dolore e angoscia quella che riecheggia nella sala consiliare del Comune di Bergamo. A restituirla è Fausto Gritti, presidente di Carcere e Territorio, associazione che opera per l’inclusione sociale delle persone in esecuzione penale, favorendone il reinserimento attraverso il supporto al di fuori della detenzione.
Lunedì sera, 13 ottobre, la seduta di consiglio comunale si apre con la relazione della garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Valentina Lanfranchi. Ex deputata, 86 anni, da tempo si dedica a iniziative sociali: per mesi ha incontrato i detenuti della casa circondariale e i loro familiari, ma anche la direzione e gli agenti della polizia penitenziaria. “Ho visto con i miei occhi il sovraffollamento, la carenza di personale – osserva -. Rimane ancora tanto da fare: vorrei che l’istituto diventasse parte della comunità cittadina, un vero e proprio quartiere che possa ridare speranza”.
Nel primo semestre del 2025 nel carcere di Bergamo il numero dei detenuti è continuamente oscillato tra le 580 e le 600 unità. Previste, secondo i piani regolatori, sarebbero poco più di 300. “La popolazione del carcere è cambiata – precisa Gritti -. Per più del 50% è composta da migranti, dal Beccaria sono arrivati cinquanta giovani tra i 18 e i 25 anni “. “Le dipendenze e i disagi psichici sono accentuati dalla reclusione: si tratta di fenomeni esplosivi per gli stessi detenuti, ma anche per la polizia penitenziaria – riflette il presidente -. Per svuotare le celle non si può non pensare all’applicazione di pene alternative. Per accedervi i detenuti devono però avere la disponibilità di casa e lavoro, i due perni del reinserimento sociale necessari per offrire un’occasione di riscatto”.
Nonostante la nutrita presenza di detenuti in giovane età, via Gleno resta a tutti gli effetti una casa circondariale per adulti. “Il personale non ha la formazione per intervenire correttamente – sostiene la sindaca, Elena Carnevali, nel suo intervento -. La reclusione in carcere non può essere la soluzione per chi vive in severe condizioni di dipendenza: come già affermato dalla direttice dell’Istituto (Antonina D’Onofrio, ndr), rischia di diventare il luogo in cui si impara la criminalità”.
Grazie al lavoro di associazioni e volontari, sono molte le attività svolte all’interno delle mura di via Gleno. Tra queste il polo penitenziario universitario, i diversi laboratori culturali (teatro, scrittura, arte…) e manuali (tessile, ceramica…), ma anche pratica sportiva e iniziative legate al cibo (il progetto “Forno al Fresco” o la coltivazione degli orti). “Tutte attività che potrebbero essere più soddisfacenti se si applicassero in modo aperto ed estensivo le normative in atto”, precisa la garante Lanfranchi.
La garante durante il suo intervento“Sentiamo un’enorme responsabilità nel curare la persona all’interno e immaginarla all’esterno in un progetto di recupero più ampio – afferma l’assessora alle Politiche Sociali, Marcella Messina -. Anche i familiari che fuori aspettano il detenuto hanno bisogno di sostegno”. “Il sovraffollamento non si risolve facendo uscire dal carcere chi compie reati – ragiona il capogruppo della Lega, Alberto Ribolla -. La percentuale di detenuti stranieri, vicina al 50%, riflette la situazione nazionale: la loro pena non deve essere cancellata, ma scontata nelle carceri dei Paesi di provenienza”.
Legati alla relazione della garante, due ordini del giorno presentati dalle liste di maggioranza. Nel primo, condiviso con l’opposizione, la consigliera Laura Brevi (Lista Futura) parla della presenza di “dati preoccupanti, ma anche di molteplici esperienze positive” e chiede di “rafforzare il dialogo istituzionale per fare rete e continuare a lavorare per risolvere dinamiche complesse”. Nel secondo Francesca Riccardi, consigliera comunale del Pd, chiede all’amministrazione di considerare la casa circondariale come un vero e proprio quartiere della città. “Gli istituti penitenziari sono parte integrante del tessuto urbano in cui sorgono – spiega -. Vi risiedono cittadini temporaneamente privati della libertà personale, ma che sono e restano titolari di diritti inalienabili”. Dopo i ringraziamenti di Andrea Pezzotta alla garante – “Per la mia esperienza di avvocato penalista sono testimone dell’importanza del suo ruolo” -, entrambi gli ordini del giorno vengono approvati con il voto favorevole di tutti i consiglieri presenti in aula.



