Logo

Temi del giorno:

La filosofa Laura Boella: “Prendiamoci cura di questo nostro mondo ferito”
La filosofa Laura Boella

L’empatia come capacità ecologica trasforma l’angoscia in amore. “Abbiamo il dovere morale di offrire speranza ai giovani”. La filosofa Laura Boella il 14 ottobre al Palamonti per Molte Fedi

Un nuovo rapporto con questo nostro mondo ferito. Ce lo può offrire l’empatia, la capacità di immedesimarci nell’altro da noi, rendendo più concreto il dibattito e liberandoci da teorizzazioni affrettate e schieramenti ideologici. La crisi contemporanea non è solo economica o politica ma sempre più affettiva e richiede il recupero di valori fondamentali per la convivenza: l’amore, la cura, la compassione, l’ospitalità, la solidarietà. L’empatia è ecologica perché certifica l’interconnessione con tutto il vivente.

La filosofa Laura Boella ne esplora la forza concettuale per riflettere sul rapporto tra mondo umano e non umano, sulle “pratiche empatiche” come forma concreta di cura che trasforma l’angoscia, la paura e l’indifferenza in sguardo verso il futuro, in un nuovo amore per il mondo di cui siamo ospiti. Laura Boella, già professoressa ordinaria di Filosofia morale e di Etica  dell’ambiente all’Università Statale di Milano, sarà la protagonista del terzo e ultimo incontro della sezione sull’ambiente di Molte Fedi, la rassegna culturale delle Acli di Bergamo, dopo l’antropologa Marta Villa e il sociologo Filippo Barbera.

Interverrà sul tema “Per amore del mondo” il 14 ottobre alle 20,45 al Palamonti di Bergamo (con il sostegno del Cai, ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su moltefedi.it). La professoressa Boella, grande esperta di Hannah Arendt e di Ágnes Heller, recentemente ha pubblicato “Empatie. L’esperienza empatica nella società del conflitto” (Raffaello Cortina Editore, 2018), “Cuori pensanti. 5 brevi lezioni di filosofia per tempi difficili” (Chiarelettere, 2020) e “Per amore del mondo. L’ecologia e la nuova condizione umana” (Castelvecchi, 2025), il libro al centro dell’incontro al Palamonti.

Professoressa, perché ha scelto di focalizzare il suo nuovo libro sull’empatia, da tempo suo oggetto di studio?

“Perché l’empatia è una capacità innata, già riconosciuta da Darwin come ‘simpatia’. Dalla fine degli anni Novanta, in relazione alla crisi dei rapporti interpersonali, le neuroscienze ne hanno studiato le basi. Nel mio ultimo libro ho voluto aprire una nuova pagina: prima ancora dell’empatia della riflessione psicologica, filosofica o scientifica, esiste quella con la natura. È lo stato d’animo per cui proiettiamo emozioni sul mondo, come quando definiamo triste o sereno un paesaggio o quando percepiamo aggressività in un leone scolpito su una cattedrale. L’empatia non ha un’unica modalità: alla base c’è la nostra relazionalità. Anche Robinson Crusoe sull’isola deserta incontra Venerdì e si definisce in relazione con lui. Oggi, in un mondo digitale dove tutto è interconnesso, l’empatia diventa il segno della nostra identità relazionale”.

Lei scrive di essere stata interpellata dalla proposta dell’ecologia integrale, formulata da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’.

“L’ecologia integrale di Papa Francesco è un concetto potentissimo. Non possiamo separare la crisi della natura dall’economia, dalla finanza, dalle diseguaglianze, dalle discriminazioni. Viviamo in un’epoca di policrisi: la crisi climatica è intrecciata a quella sociale, politica, economica. Il riscaldamento globale, per esempio, non è lo stesso per tutti: in Africa o in Bangladesh è vissuto in modo più drammatico rispetto a noi occidentali, che siamo i principali responsabili delle emissioni di gas serra che ne sono la causa. L’empatia, in questo intreccio, ci permette di non fermarci all’angoscia e di trasformare la consapevolezza in cura e responsabilità”.

Quindi l’empatia è anche un antidoto al catastrofismo?

“Sì. Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione, fusione dei ghiacciai, acidificazione degli oceani, eventi estremi, senza fermarci all’angoscia. L’empatia è un modo per non vedere tutto come una minaccia paralizzante. Nel dibattito ambientalista prevalgono spesso narrazioni apocalittiche: la fine dell’umanità come destino inevitabile. Penso, invece, che abbiamo un obbligo morale: non possiamo consegnare ai giovani solo l’immagine della ‘casa in fiamme’, che non condivido”.

Che cosa intende per “nuova pagina” dell’empatia?

“L’empatia non deve fermarsi all’ambito interpersonale, ma estendersi agli altri viventi e agli ecosistemi. Ha una componente emotiva, come quando si è colpiti da un volto o da una creatura sofferente, e una di prospettiva, come il mettersi nei panni delle popolazioni più colpite dalla crisi climatica o delle specie minacciate. Non basta sentirci interdipendenti: dobbiamo esercitare l’empatia come pratica attiva, che ci avvicina a nuove forme di convivenza. Una società avida è il contrario dell’empatia”.

Nel libro parla di “pratiche empatiche” e ne fornisce qualche esempio concreto.

“Le pratiche empatiche sono modalità di relazione personale con il mondo. Rappresentano esercizi di immaginazione che ci allontanano dal nostro punto di vista per avvicinarci a quello dell’altro e sperimentare nuove relazioni con la costante trasformazione che ci circonda, con fenomeni che hanno caratteristiche totalmente diverse da quelle già conosciute: è uno slancio verso ciò che è ignoto, impensabile, senza precedenti. Le pratiche empatiche possono nascere nella scienza, nella letteratura, nell’arte. Lo scienziato, lo scrittore o il fotografo si mettono in gioco personalmente e accettano di trasformarsi”.

Non ci sono limiti all’empatia?

“L’empatia, come capacità umana, può avere limiti: non possiamo empatizzare completamente con le balene, che hanno un cervello molto diverso dal nostro. L’alterità, però, spinge il soggetto empatico a mettersi in relazione con ciò che è sconosciuto. Sapere, per esempio, che le balene comunicano tra loro con sonorità anche musicali stimola rispetto e responsabilità. Il rispetto aiuta a percepire l’allarme per l’uccisione delle balene per l’olio o quello per lo sbiancamento delle barriere coralline. L’empatia ci porta a promuovere azioni concrete di protezione e tutela”.

Lei è tra le maggiori studiose italiane di Hannah Arendt. In che modo le sue riflessioni hanno contribuito a “Per amore del mondo”?

“Ho trovato nel suo libro “Vita activa” del 1958 un presagio di alienazione dalla Terra. Arendt aveva intuito, più di sessant’anni fa, che il ‘pianeta B’ non esiste. Oggi molti ambientalisti ribadiscono lo stesso concetto: non c’è un altro pianeta su cui rifugiarsi. Dobbiamo prenderci cura della fragilità di questo che abitiamo”.

Quindi “amore per il mondo” significa anche preoccuparsi delle generazioni future.

“Certo. Ci dobbiamo domandare quale mondo lasceremo a loro. I giovani vedono il futuro come una minaccia. Nell’ultima parte del libro sostengo che dobbiamo condividere il futuro con loro, cercando alternative e spazi di speranza. Aprire possibilità di futuro, negate dal discorso apocalittico, è un dovere morale. Non tutto è perduto”.

Generico ottobre 2025