L'intervento
Un giovedì che profuma di pace: firmato l’accordo su Gaza
Accordo Israele-Hamas: primo passo verso una pace da rendere reale e duratura
Questo giovedì inizia con una notizia che porta una ventata di speranza: Israele e Hamas hanno firmato l’accordo su Gaza. Una notizia che, dopo mesi di dolore e distruzione, riaccende una parola che sembrava dimenticata: pace.
Sulla sua piattaforma Truth Social, Donald Trump ha commentato: “Tutti gli ostaggi saranno presto rilasciati e Israele ritirerà le truppe su una linea concordata. È il primo passo verso una pace forte, duratura ed eterna.” Dal canto suo, Hamas ha diffuso una nota in cui ringrazia i mediatori del Qatar, dell’Egitto e della Turchia, e riconosce anche gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti. “Questo accordo – si legge – può segnare la fine definitiva della guerra e il ritiro completo delle forze di occupazione israeliane dalla Striscia di Gaza”.
Anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha confermato la convocazione del governo per approvare l’intesa, segno che la diplomazia ha finalmente trovato uno spiraglio dove sembrava esserci solo buio.
Il significato di una tregua
La fine della guerra a Gaza è una buona notizia, come lo è la liberazione degli ostaggi. Ma la vera sfida comincia ora: trasformare la tregua in un cammino di pace stabile, che rispetti la dignità e i diritti del popolo palestinese.
Il trauma di Gaza è immenso: anni di bombardamenti, distruzione e isolamento hanno ferito una generazione intera. Le case si possono ricostruire, ma le anime ferite richiedono tempo, ascolto e cura. È un popolo che chiede non vendetta, ma vita, libertà, futuro.
Gaza, Ucraina, Sudan: la stessa richiesta di umanità
Oggi non possiamo parlare di pace solo in un punto del mondo. Gaza, l’Ucraina, il Sudan: tre teatri diversi, ma un’unica invocazione – basta guerra. Se davvero l’accordo di Gaza rappresenta un passo avanti, allora deve spingerci a chiedere con la stessa forza un cessate il fuoco in Ucraina e in Sudan, dove migliaia di civili continuano a morire nell’indifferenza generale.
Non ci sono guerre “giuste”: c’è solo la sofferenza delle persone. Il mondo non può più dividersi tra chi piange e chi volta lo sguardo.
Il dolore che non si cancella
Molti osservatori parlano di “genocidio” per descrivere ciò che è accaduto a Gaza. Interi quartieri rasi al suolo, ospedali distrutti, bambini senza casa né scuola. Questo dolore collettivo non sparirà con un accordo: serviranno anni di ricostruzione materiale e morale, e soprattutto la volontà di non ripetere gli errori del passato.
La pace non nasce dai documenti, ma dalle persone che scelgono di non odiare più. È un processo lento, fragile, ma necessario.
La forza della speranza
Eppure, in mezzo alle macerie, Gaza mostra una forza che commuove. Donne, uomini, giovani, anziani: un popolo che, nonostante tutto, continua a credere nella vita. La loro resilienza è la prova che la speranza è più forte della guerra.
È da qui che bisogna ripartire: dalla gente comune, dalle madri che vogliono solo proteggere i figli, dai giovani che sognano di studiare, dagli anziani che desiderano morire in pace, non sotto le bombe.
La comunità internazionale deve esserci
La firma dell’accordo è solo il primo passo. Ora serve un impegno concreto della comunità internazionale per la ricostruzione, per il sostegno psicologico e sociale, e per una vera giustizia.
Non basta ricostruire i muri: bisogna ricostruire la fiducia. Bisogna garantire che Gaza non sia più prigione di nessuno, ma terra di convivenza e dignità.
Conclusione: la pace non è un sogno, è una scelta
Oggi il mondo ha bisogno di un nuovo linguaggio politico e morale. Un linguaggio che non giustifichi le bombe, ma valorizzi il dialogo, il disarmo, la cura. La pace non è un’utopia, è una politica del coraggio: quella di chi crede che l’umanità sia più forte dell’odio. Se da Gaza arriva una luce, facciamo sì che illumini anche Kyiv e Khartoum, dove il fuoco non smette di bruciare.
È tempo di cessate il fuoco ovunque, di fermare le armi e dare spazio alla parola, alla cura, alla speranza. Perché la pace, se non è universale, non è ancora vera pace.
Savino Pezzotta, sindacalista, già segretario nazionale della Cisl, e politico italiano


