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Oltre gli errori e le difficoltà fisiche: l’Atalanta ha il carattere di Pasalic e la grinta di Juric

Altri due giocatori persi per infortunio, ma la panchina stavolta incide per davvero. E il croato si conferma uomo chiave nelle notti importanti. Dalla ‘chiamata’ a Brescianini alla determinazione sul gol del 2-1, i momenti chiave della serata

Bergamo. Nel giro della trentina di secondi a cavallo del gol decisivo del 2-1 ci sono una serie di momenti che sono particolarmente significativi ed esplicativi di quello che è lo spirito, prima di tutto, di quest’Atalanta. A partire dalla cattiveria con cui Musah sul primo palo e Pasalic sul secondo si buttano dentro l’area per mettere in porta quel pallone crossato da Samardzic dalla sinistra. Poi c’è il boato, quello che Juric ha definito semplicemente come “bellissimo”. E che anche lui ha vissuto a pieno.

Momenti, dicevamo. L’Atalanta ha saputo cogliere quelli giusti nell’ultima mezz’ora, dopo aver insistito per la prima ora senza risultati. Anzi, facendosi del male da sola, perché il retropassaggio di De Roon che porta al gol di Tzolis non è frutto di alcuna pressione, di linee di passaggio interdette. È, molto semplicemente, un errore. Grosso, anche. Capita. Il tema vero però è come si reagisce a questi passaggi a vuoto.

Ecco, la Dea contro il Brugge lo ha fatto senza andare in panico “da risultato”. Anche se ne aveva tutte le ragioni del mondo, soprattutto dopo aver già effettuato due cambi obbligati da problemi fisici. Gli ennesimi. Era successo a Torino con Hien e Zalewski. Risultato? Reazione nervosa, nel senso più positivo del termine, che ha portato a tre gol in neanche una decina di minuti.

Questa volta di tempo ce n’è voluto un po’ di più, anche perché, all’ora di gioco, Juric ha sostituito anche i due titolari ad autonomia limitata, ovvero Ederson e Lookman. Quattro cambi praticamente obbligati spesi nel giro di un quarto d’ora a inizio ripresa. Non proprio una situazione comoda, considerando la panchina corta: solo sette giocatori di movimento. Sono entrati tutti, tranne Maldini e Obric.

Sembrerà un paradosso, ma forse la fotografia più simbolica è quella che riguarda l’ultimo di quei cambi, ovvero Brescianini, subentrato nel finale al posto di Krstovic. Il numero 44 stava festeggiando insieme a compagni e membri dello staff il gol del 2-1 quando si è sentito strattonare: non era altro che il suo allenatore, che è corso immediatamente a prelevarlo per avvisarlo di sbrigarsi ad entrare. Lucidità nella foga, ma soprattutto voglia di vincere.

E poi c’è la fame. Quella che il tecnico ha trasmesso con la sua reazione sotto la Nord dopo il triplice fischio, condivisa con il suo concittadino Mario Pasalic. “Anche lui è di Spalato come me, noi ci capiamo, abbiamo lo stesso carattere”, dice. Il croato è diventato il miglior marcatore nerazzurro in Champions League con 8 gol, staccando Duvan Zapata e Ilicic.

Ha segnato a Man City, Man United, Psg, Barcellona. Portano la sua firma il primo punto della Dea nella massima competizione europea (1-1 col City nel girone del 2019), la qualificazione agli ottavi ottenuta in Ucraina nello stesso anno, l’illusorio gol al Psg. E poi il pareggio in terra catalana dello scorso gennaio. Ora ne aggiunge un altro alla sua personalissima collezione: quando conta, all’appuntamento arriva sempre. Questione di feeling, con la competizione e anche con l’allenatore.

È una di quelle vittorie che possono portare a un cambio di passo, di quelle che cambiano una stagione per il modo in cui arrivano e per la consapevolezza che garantiscono. Starà all’Atalanta fare tesoro di una serata di cui a Bergamo si sentiva il bisogno, con il brivido che solo le notti europee sanno dare.