Don Poletti: “Inclusione ed eccellenza, la scuola educhi e formi persone grandi nella mente e nel cuore”
Don Emanuele Poletti, rettore della Fondazione Opera Sant’Alessandro: “Accogliamo le diversità (soprattutto le fragilità) come ricchezza e garantiamo a chiunque lo desideri la possibilità di entrare in questo percorso, anche grazie alle borse di studio che sostengono le famiglie”
L’Opera Sant’Alessandro – che riunisce otto scuole – taglia il traguardo dei 180 anni, festeggia e pensa già al domani. Quasi due secoli di storia, un progetto educativo per il presente e un manifesto che getta lo sguardo sul futuro dei ragazzi e della scuola senza remore o tentennamenti. Abbiamo incontrato don Emanuele Poletti, rettore della Fondazione Opera Sant’Alessandro.
Festeggiate i 180 anni di fondazione. Un anniversario non è soltanto un traguardo: è anche un punto di partenza. Allora ci chiediamo: dove vogliono arrivare le Scuole dell’Opera Sant’Alessandro?
Vogliamo essere sempre di più scuole d’eccellenza, capaci di affrontare le sfide del presente e delfuturo con didattiche innovative e con un ascolto costante dei ragazzi, delle famiglie e del territorio.
Per questo investiamo nella ricerca educativa, nella formazione dei docenti e istituiremo presto un Comitato scientifico che ci stimoli a migliorarci. Vogliamo essere scuole sempre più aperte: non luoghi chiusi e rassicuranti, ma laboratori vivi in cui far crescere gli studenti affinché siano capaci di stare nel mondo. Inclusione ed eccellenza per noi camminano insieme: accogliamo le diversità (soprattutto le fragilità) come ricchezza e garantiamo a chiunque lo desideri la possibilità di entrare in questo percorso, anche grazie alle borse di studio che sostengono le famiglie.
Infine, siamo e restiamo scuole cattoliche: radicate nell’umanesimo cristiano, crediamo in un’educazione integrale di mente, cuore, mani e spirito. Senza alcun intento di proselitismo, la proposta cristiana rimane per noi una chiave di lettura che apre futuro e speranza nella complessità del nostro tempo. I 180 anni sono dunque un punto di slancio: grazie al nuovo Progetto Educativo e al suo Manifesto, riprende un cammino che continuiamo insieme, come comunità educante, verso la “terra promessa” di una scuola capace di formare persone grandi nella mente e nel cuore.
Qual è la cifra, la caratteristica peculiare di questa istituzione?
La cifra distintiva dell’Opera Sant’Alessandro sta nell’essere scuole paritarie d’eccellenza, aperte e cattoliche, ma con una peculiarità in più: siamo scuole diocesane, cioè espressione viva della
Diocesi di Bergamo. La nostra presenza è radicata da secoli nel territorio e vuole continuare a servire la vita delle giovani generazioni proprio là dove essa accade, in uno dei luoghi più decisivi:
la scuola. Viviamo in un mondo complesso, attraversato da molteplici linguaggi, appartenenze, culture e religioni. Anche la nostra comunità educante, proprio perché diocesana, è “multi”: dentro questa pluralità di presenze e di storie innanzitutto del corpo docente, i ragazzi – anch’essi portatori di identità uniche e molteplici – trovano adulti che si prendono cura di loro, accomunati da una
stessa visione educativa, capaci di offrire attraverso la cultura strumenti e opportunità di crescita integrale dove la diversità può diventare ricchezza e opportunità.
In questo senso, anche l’Opera Sant’Alessandro è essa stessa un “multi”: un mosaico di esperienze diverse per territorio, storia, carismi e proposte formative, che tuttavia convergono in un’unica e
allo stesso tempo pluriforme, visione. Il nostro Progetto formativo e il Manifesto educativo indicano con chiarezza la direzione: formare persone competenti, curiose e intraprendenti, desiderose di costruire una nuova umanità, capaci di abitare con fiducia il multiculturale e il multireligioso di oggi e di domani.
Osservando i ragazzi di oggi che cosa si sente di dire loro?
Osservando i ragazzi di oggi, mi colpisce come i racconti su di loro siano spesso polarizzati: c’è chi li descrive tutti bravi e sensibili, e chi invece solo fragili e in difficoltà. In realtà entrambe le
cose sono vere: i nostri ragazzi custodiscono grandi ricchezze e risorse, ma portano anche fragilità che conoscono bene e che, a volte, li spaventano soprattutto quando guardano al futuro. Sono
generazioni che vivono in un mondo complesso e incerto, con più domande che risposte, ma che sanno anche stupire per lucidità, freschezza e capacità di immaginare scenari nuovi.
Accanto a queste fatiche, vedo crescere un desiderio forte: la voglia di dare vita a qualcosa di nuovo, di non accontentarsi di modelli già pronti, di inventare strade inedite. Hanno sete di autenticità: non cercano adulti perfetti, ma adulti veri, che li ascoltino senza giudicare e li accompagnino senza soffocarli.
Qui sta il nostro compito: camminare al loro fianco, incoraggiarli, offrire strumenti culturali solidi e strumenti interiori robusti, sostenerli nelle fragilità e, al tempo stesso, avere il coraggio di lasciare loro spazio. Perché il futuro non dobbiamo costruirlo noi al posto loro, ma creare le condizioni perché siano loro a plasmarlo con fiducia, libertà e creatività. In fondo, ogni generazione ha la sua missione storica: a noi spetta quella di educare, custodire e accompagnare; a loro quella di osare e costruire il domani.
Insegnare è educare alla vita, quali sono le difficoltà per chi oggi è chiamato a stare in cattedra?
La prima riguarda la capacità di attenzione e di pensiero critico: competenze decisive per apprendere davvero, ma che nei ragazzi risultano sempre più fragili. In un mondo segnato da stimoli
continui e frammentati, spesso veicolati dal digitale, diventa difficile soffermarsi, concentrarsi, fare silenzio interiore. I docenti si trovano così a dover rinnovare ogni giorno la propria proposta,
cercando modalità didattiche innovative e diversificate, capaci di catturare l’interesse, di proporre ambienti ed esperienze di apprendimento che stimolino la mente, il cuore e le mani, coinvolgendo la persona nella sua interezza.
La seconda difficoltà riguarda l’individualismo, sempre più diffuso, che rende faticosa la costruzione di un autentico senso di gruppo e di appartenenza. È un paradosso del nostro tempo:
iperconnessi, ma spesso soli. Eppure il livello del “noi” è cruciale, perché il sapere diventi cultura condivisa e quindi esperienza di crescita. Attività integrative e laboratoriali possono aiutare a
ricostruire questa dimensione comunitaria, ma resta il fatto che la scuola – e in particolare i docenti – sono sempre più spesso gli ultimi avamposti di comunità, chiamati a un compito prezioso ma
anche impegnativo, che rischiano di portare avanti in solitudine.
Per questo abbiamo scelto di investire nella formazione sulle competenze socio-emotive, attraverso un progetto triennale in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore: un percorso che ci aiuta a sostenere i docenti e, con loro, a rinnovare la cultura educativa, personale ma anche comunitaria, della scuola. Educare non è solo trasmettere conoscenze: è insegnare a vivere insieme, a dare senso alle esperienze, a scoprire la propria vocazione umana e professionale. E questo richiede insegnanti non solo preparati sul piano didattico, ma anche capaci di empatia, di ascolto, di resilienza e di speranza.
Oggi stare in cattedra significa accettare una sfida alta: essere maestri di vita, non solo di materie. Una sfida che non può essere affrontata da soli, ma sostenuta da una comunità educante che si
riconosce corresponsabile del futuro delle nuove generazioni.
Condivide la scelta di vietare il cellulare in classe?
La scelta del Ministero di vietare i cellulari in classe apre una questione molto più ampia di quella puramente disciplinare: riguarda il nostro rapporto con la tecnologia in generale e il suo utilizzo
virtuoso nella didattica. Non si tratta soltanto di dire “sì” o “no” allo smartphone, ma di educare a un uso consapevole e responsabile di strumenti che fanno ormai parte integrante della vita
quotidiana dei ragazzi.
Personalmente considero questo divieto un tentativo positivo e meritevole, ma ancora acerbo. Ha bisogno di essere approfondito e affinato, altrimenti rischia di ridursi a una norma sterile, da
applicare in modo meccanico, senza incidere davvero sul modo in cui gli studenti vivono e utilizzano il digitale.
In classe, infatti, la questione non è semplicemente “togliere” il cellulare, ma insegnare quando e come usarlo. È importante che i ragazzi comprendano che esistono tempi e spazi diversi, e che non
tutto è sempre disponibile e immediato. Allo stesso tempo, il digitale può diventare un alleato prezioso se inserito dentro un progetto educativo e didattico ben pensato.
Per questo credo che al divieto debba accompagnarsi una seria riflessione culturale ed educativa: serve investire sulla formazione dei docenti, perché sappiano integrare la tecnologia senza esserne
schiacciati, e serve accompagnare i ragazzi in un percorso che li renda capaci non solo di usare i dispositivi, ma di governarli con senso critico.
L’intelligenza artificiale cambiare in meglio il mondo della scuola?
L’intelligenza artificiale può certamente cambiare in meglio il mondo della scuola, ma solo se usata con discernimento. Uno dei suoi punti di forza è la personalizzazione dell’apprendimento:
l’Intelligenza artificiale è in grado di adattare percorsi e strumenti alle esigenze di ciascuno, offrendo un supporto su misura. Questo però non deve mai farci dimenticare che la relazione educativa non può essere sostituita da soluzioni standardizzate o automatizzate: l’incontro personale tra docente e studente resta insostituibile.
L’Intelligenza artificiale è poi un ottimo supporto per gli insegnanti. Può alleggerire il peso dei carichi burocratici, liberando tempo ed energie per la didattica, e offrire strumenti innovativi per stimolare l’apprendimento. Ma qui c’è una seconda attenzione da tenere: non si deve correre il rischio di perdere autonomia professionale, delegando alla macchina ciò che richiede invece il discernimento umano e la responsabilità educativa.
Un ulteriore grande contributo dell’Intelligenza artificiale è l’accesso alla conoscenza: rende disponibili, in tempo reale, enormi quantità di contenuti culturali, stimolando curiosità e ricerca. Anche in questo caso, però, senza una guida si rischia di cadere nella superficialità, nella disinformazione o nella mancanza di pensiero critico.
Per questo credo che la vera domanda non sia soltanto “che cosa fa la tecnologia?”, ma anche “che cosa disfa di prezioso questa nuova tecnologia?”. È necessario vigilare affinché non vengano
meno aspetti essenziali dell’educazione, come la relazione, la capacità critica, il confronto umano. Ed è per questo che ci stiamo formando, insieme ai docenti, sulle competenze socio-emotive: perché la scuola del futuro, anche con l’IA, resti sempre una scuola profondamente umana. L’Intelligenza artificiale può offrire molto alla scuola, ma non deve mai sostituire ciò che è insostituibile: la relazione educativa. La tecnologia ci aiuta, ma solo l’incontro umano fa crescere davvero.

