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Il diritto di parlare e di distinguere

Le manifestazioni Pro-Palestina vanno interpretate in chiave simbolica, evitando le classiche contrapposizioni politiche. È importante coglierne la dimensione etica, politica e sociale con rigore e onestà, senza però ignorare o giustificare le derive violente che, purtroppo, si sono manifestate in alcuni casi

Le manifestazioni pro-Palestina che si stanno svolgendo in molte città italiane stanno attirando una partecipazione significativa. Allo stesso tempo, suscitano reazioni contrastanti: tra chi esprime solidarietà e chi manifesta timori, tra mobilitazioni di massa e richieste di interventi repressivi.

C’è chi le considera un segnale di risveglio della coscienza civile e chi, al contrario, le interpreta come una deriva ideologica preoccupante.
Chi crede nella pace e nella nonviolenza dovrebbe cercare di capire il significato profondo di questi eventi. Serve uno sguardo attento, che vada oltre la superficie e sappia leggere ciò che accade al di là delle narrazioni dominanti.

Queste manifestazioni vanno interpretate in chiave simbolica, evitando le classiche contrapposizioni politiche. È importante coglierne la dimensione etica, politica e sociale con rigore e onestà, senza però ignorare o giustificare le derive violente che, purtroppo, si sono manifestate in alcuni casi.

L’ampia e variegata partecipazione nasce da un bisogno diffuso: il bisogno di prendere parola. In un contesto internazionale sempre più confuso, dove spesso i leader politici impongono le proprie verità con arroganza, molti — soprattutto giovani, studenti, minoranze e persone ai margini — sentono di essere esclusi dallo spazio pubblico. La protesta per Gaza diventa, così, molto più di una semplice richiesta politica: è un gesto di esistenza, un modo per dire “ci siamo”.

Dietro alla richiesta di giustizia per Gaza o per la Palestina, si intravede il bisogno di rompere il silenzio, di sfidare l’indifferenza, di essere ascoltati. In questo contesto, azioni come occupare un’università, manifestare in corteo, scrivere slogan, organizzare presìdi o costruire accampamenti diventano pratiche quotidiane di resistenza. Piccoli atti, ma capaci di mettere in discussione il potere della comunicazione ufficiale, della politica, dell’economia e perfino della forza militare.

Queste proteste non sono soltanto una reazione a quanto sta accadendo a Gaza. Sono anche un modo per denunciare l’atteggiamento ipocrita e spesso indifferente di chi chiede neutralità persino di fronte a massacri di civili, all’uccisione di bambini, donne e anziani, all’espulsione di un popolo dalla propria terra.
Detto questo, è fondamentale ricordare che non tutte le voci che si alzano sono necessariamente portatrici di libertà. Accanto a molte manifestazioni pacifiche e consapevoli, si sono verificati episodi gravi: violenze verbali, minacce, vandalismi e, in alcuni casi, atti antisemiti o discriminatori. Questo è inaccettabile. Il diritto alla protesta non può mai giustificare il ricorso alla violenza. È importante condannare con chiarezza questi comportamenti, senza però screditare l’intero movimento, che in gran parte rimane pacifico e legittimo. Una causa giusta perde di forza se viene portata avanti con fanatismo o negando l’umanità dell’altro. La giustizia non nasce dalla rabbia cieca, ma dalla capacità di dialogare, anche nel conflitto.
Il vero valore di queste manifestazioni non sta nell’imporre una verità assoluta, ma nell’aver riaperto lo spazio della parola, in un momento in cui il dibattito pubblico è spesso appiattito sulle posizioni ufficiali o mediatiche.

Possiamo dire che queste proteste hanno anche un significato relazionale: sono momenti in cui si creano connessioni tra persone, si costruisce senso collettivo, emergono esperienze condivise. Politica, etica e solidarietà nascono da queste relazioni, non da individui isolati.
Il punto centrale è che molte soggettività, spesso invisibili, hanno finalmente trovato un modo per farsi sentire. Ma perché questa voce resti credibile e legittima, deve anche restare responsabile. La sfida è questa: mantenere viva la forza del dissenso, senza che si trasformi in sopraffazione o violenza. Solo così la protesta può diventare una vera possibilità di cambiamento. Usare la parola non vuol dire zittire l’altro.

La legittimità del dissenso non può coprire l’illegittimità morale di atti violenti, qualunque sia la loro origine: dai manifestanti o dalle istituzioni.


Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.