“Migrazioni verticali: la montagna torna a vivere”
Dopo decenni di spopolamento, i paesi alpini e appenninici registrano nuovi abitanti. A Molte Fedi il sociologo Filippo Barbera spiega come la pandemia, il telelavoro e la ricerca di nuovi stili di vita stiano cambiando i territori montani. “La montagna non è condannata all’abbandono. Le nuove presenze possono renderla più abitabile, ma servono servizi, case disponibili e istituzioni capaci di governare la metromontagna”
La montagna sta diventando più fragile a causa della crisi climatica: alluvioni, frane, siccità mettono sotto pressione un ecosistema già delicato. Lo spopolamento, intanto, rende sempre più difficile prendersi cura dei paesi e dei territori montani. Eppure, si osserva anche un fenomeno inverso: quello delle “migrazioni verticali” dalle città e dalle pianure densamente sviluppate e congestionate verso le terre alte. Un ritorno reso più visibile dalla pandemia e dalla diffusione del lavoro da remoto, motivato anche dalla ricerca di nuovi stili di vita.
Quest’anno la sezione sull’ambiente di Molte Fedi, la rassegna culturale delle Acli di Bergamo, è dedicata ai cambiamenti dei territori montani. Dopo l’antropologa Marta Villa, il 13 settembre a Vilminore, sarà la volta del sociologo Filippo Barbera, che interverrà sul tema “Una montagna non più vuota” il 30 settembre alle 20,45 al Palamonti di Bergamo (con il sostegno del Cai, ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su moltefedi.it). Professore ordinario di Sociologia economica e del lavoro all’Università di Torino e al Collegio Carlo Alberto, Barbera si occupa di innovazione sociale, economia fondamentale e sviluppo delle aree marginali. Tra le sue pubblicazioni, “Le piazze vuote. Ritrovare gli spazi della politica” (Laterza, 2023) e, con Antonio De Rossi, “Metromontagna. Un progetto per riabitare l’Italia” (Donzelli, 2021).
Professore, le “migrazioni verticali” possono davvero essere un antidoto allo spopolamento?
“La pandemia e la diffusione del telelavoro hanno accelerato un processo già in atto: la migrazione verso la montagna, legata al desiderio di stili di vita e di lavoro diversi. I dati degli ultimi anni mostrano un cambio di passo. L’Uncem, l’Unione nazionale dei Comuni e delle Comunità montane, segnala che nel biennio 2022-2023, nei centri sopra i 600 metri, si registra un saldo migratorio positivo di circa centomila abitanti. Con una differenza territoriale marcata: segni positivi soprattutto in Piemonte, Lombardia, Nordest, Emilia e Toscana; molto meno nell’Appennino centro-meridionale. Certo, vivere a 610 metri non è lo stesso che stabilirsi a 1.500: le alte quote restano in difficoltà, mentre crescono soprattutto i paesi delle valli medie e basse. Le ragioni? Qualità della vita, costi insostenibili delle case in città, ricerca di rifugi climatici durante estati sempre più torride. Non sempre si tratta di trasferimenti definitivi: accanto ai cambi di residenza cresce la multiresidenza, famiglie che vivono parte dell’anno in città e parte in montagna. Ma restano nodi irrisolti: servizi insufficienti e un’offerta abitativa ridotta. Dietro le facciate e i tetti delle case vuote, in realtà, poche abitazioni sono disponibili”.
Ci spieghi il concetto di “metromontagna”.
“La metromontagna è uno spazio né pienamente urbano né interamente montano: è l’area di intersezione e di scambio tra città e montagne, che in Italia sono molto vicine e storicamente connesse. In 12 città metropolitane su 14 ci sono territori montani rilevanti; una novantina di città con più di 50mila abitanti dista meno di 15 km dal bordo di un’area montana. Nella metromontagna passano filiere alimentari, servizi ecosistemici, modelli di vita, flussi di persone e conoscenze. È lì che si gioca una partita decisiva per il futuro del Paese. Oggi, però, l’indebolimento delle Province e delle Comunità montane ha lasciato un vuoto di governo intermedio: i Comuni da soli sono troppo piccoli per affrontare sfide complesse, le Regioni troppo distanti. Servono nuove istituzioni territoriali capaci di coordinare mobilità, energia, scuola, sanità, gestione forestale e idrica. Anche le Università possono avere un ruolo: la nuova rettrice di Torino mi ha chiesto di occuparmi proprio di aree interne e montane”.
La crisi climatica rende la montagna più fragile. Le nuove presenze possono aiutare a prendersene cura?
“La montagna è molto vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico: eventi estremi che provocano frane e alluvioni, inverni con sempre meno neve, siccità che riducono le portate idriche. Una montagna spopolata è più esposta al dissesto idrogeologico, mentre una montagna abitata può diventare presidio di resilienza: manutenzione del territorio, custodia dei boschi, contrasto agli incendi. Il ritorno alle terre alte non è solo una scelta individuale di benessere, ma anche una strategia collettiva di adattamento alla crisi climatica”.
Lei studia lo sviluppo delle aree marginali e l’“economia fondamentale”. Ci sono esperienze promettenti in Italia?
“Sì. In aree marginalizzate, più che marginali, si stanno ricostruendo pezzi di economia fondamentale, quella che riguarda i servizi essenziali: mobilità, scuola, energia, acqua, commercio di
prossimità. Esperienze di questo tipo si trovano in tutte le Regioni, dal Cuneese – con Ostana come caso-modello – all’Abruzzo, passando per Lombardia e Veneto. Le cooperative di comunità e le comunità energetiche hanno un ruolo cruciale. Serve però una politica nazionale per le aree interne, centrata sulla persona e non sulla mera attrattività turistica. Il principio dev’essere: prima l’abitabilità quotidiana, poi l’offerta turistica”.
Nel suo libro “Le piazze vuote” riflette sulla necessità di ricostruire luoghi di confronto e azione collettiva. La montagna può ospitarli?
“Sì, perché offre spazi per reinventare la politica dal basso. Una comunità energetica, ad esempio, è già un luogo politico nella vita quotidiana. Le aree montane possono attrarre giovani che cercano opportunità di protagonismo e spazi di confronto, spesso difficili da trovare nelle città”.
Che rapporto personale ha con la montagna?
“Trascorro quattro o cinque mesi all’anno in Val Borbera, nell’Appennino delle Quattro Province, Alessandria, Genova, Pavia, Piacenza, tra Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia. È una zona che ha sofferto lo spopolamento ma che oggi vive forme di ripopolamento. I nuovi residenti partecipano attivamente alla vita locale, anche con mobilitazioni collettive, creando un incontro tra vecchi e nuovi abitanti. È un laboratorio vivente di ciò che studio: la montagna come luogo non solo di vita, ma anche di politica e innovazione sociale”.




