Assemblea Generale delle Nazioni Unite: il confine tra centralità e irrilevanza
Seppur con aspettative e obiettivi ridimensionati, le Nazioni Unite possono comunque dare un contributo importante nell’ accorciare le distanze di un mondo che diventa sempre più frammentato
Il 23 settembre si è aperta l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, particolarmente sentita quest’anno sia per la coincidenza con l’ottantesimo anno di esistenza dell’Organizzazione, sia per il momento storico particolarmente delicato nel quale si innesta.
Le aspettative per il discorso di Donald Trump non sono state tradite: il Presidente americano, notoriamente molto critico nei confronti delle organizzazioni multilaterali, ha parlato per quasi un’ora (sebbene il tempo riservato ai leader internazionali fosse di 15 minuti) toccando tanti temi che interessano la politica contemporanea, con la consueta schiettezza cui la platea internazionale è ormai abituata.
Nella visione del Presidente, le Nazioni Unite sono un’organizzazione con grandi potenzialità, ma, allo stato attuale, priva di mordente, efficacia, ed incisività.
Un’istituzione principalmente dedita alla compilazione di elaborate dichiarazioni che non producono un impatto concreto nella risoluzione dei conflitti. Pur nello stile che abbiamo imparato a conoscere, Trump pone sul tavolo un tema reale, per quanto la soluzione implicitamente proposta possa essere opinabile, a seconda delle sensibilità politiche.
Il tema centrale che si legge in filigrana è quello caratteristico di tutte le maggiori organizzazioni multilaterali: la sostanziale mancanza di meccanismi efficaci di enforcement, ovvero l’impossibilità, allo stato attuale, di far rispettare le regole cui i propri membri hanno aderito.
La ragione principale di ciò risiede nel fatto che i paesi aderenti non cedono sovranità all’organismo multilaterale, e le risorse di cui esso dispone (essenzialmente donazioni dei membri stessi) non sono sufficienti a tradurre in pratica gli obiettivi fondamentali dell’organizzazione e ad assicurare un percorso di adesione diffusa verso la direzione tracciata. Il tentativo di costruire una
sovrastruttura di coordinamento globale ne risulta quindi incompiuto. Purtroppo o per fortuna, a seconda del set di valori cui si aderisce.
Ma quale può essere l’evoluzione di questo percorso? Nella visione dell’attuale amministrazione americana, la soluzione è molto semplice: diminuire i finanziamenti e articolare un progressivo disimpegno, perché i grandi temi globali vengono risolti con efficacia sulla base dei rapporti di forza, ed un approccio multilaterale non può funzionare. Il Financial Times ci ricorda come l’orientamento dei repubblicani americani sia d’altro canto confermato dalle oltre 20 proposte di legge che sono state presentate nel 2025 aventi ad oggetto il rapporto tra gli Stati Uniti e le Nazioni Unite: spaziano dal divieto di supportare economicamente nazioni che votano in maniera disallineata dagli americani sino al ritiro completo degli USA dall’Organizzazione ed alla chiusura dei suoi Headquarters a New York.
La tesi dei critici delle Nazioni Unite è inoltre rafforzata dai precedenti storici: la Lega delle Nazioni (antenato delle Nazioni Unite) nacque dopo la prima guerra mondiale, con l’obiettivo di scongiurare l’emergere di ulteriori conflitti. Lo scivolamento nel secondo conflitto mondiale sancì tuttavia l’inefficacia dell’organizzazione, trascinando il mondo in un altro conflitto globale dalle conseguenze drammatiche.
Ampliando la visione, le Nazioni Unite sono ad oggi caratterizzate da altri due problemi strutturali, in aggiunta alla mancanza di meccanismi di enforcement e di una dotazione di risorse adeguate per metterli in atto. Anzitutto vi è il tema della composizione e del funzionamento del Consiglio di Sicurezza, l’organo principale dell’Organizzazione con l’obiettivo di promuovere il
mantenimento della pace e della sicurezza mondiali. Il Consiglio si compone di 15 membri, dei quali 5 detengono il potere effettivo, essendo permanenti e con diritto di veto: parliamo di Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti.
Il Consiglio di Sicurezza può adottare misure, che si articolano in risoluzioni, interventi militari (caschi blu) e sanzioni, concepite per neutralizzare eventuali azioni di stati aggressori all’interno della comunità internazionale. Il ruolo del Consiglio risulta quindi centrale per il funzionamento dell’Organizzazione, tuttavia la sua composizione è oggetto di crescente critica da parte della maggioranza dei 193 stati membri , poiché riflette un’architettura globale pensata nel 1945, quando tanti paesi oggi rilevanti, sia da un punto di vista politico che economico, avevano un ruolo decisamente più marginale nell’arena globale.
Paesi come l’India, il Brasile e l’Indonesia reclamano un posto di primo piano al tavolo delle decisioni, rivendicando un peso diverso rispetto all’immediato dopoguerra.
L’ampliamento del Consiglio è tuttavia un’ipotesi decisamente remota al momento: in un contesto di crescente rivalità all’interno del gruppo dei 5 paesi permanenti, sarebbe impossibile all’atto pratico costruire una posizione di consenso in merito a nuovi ingressi. L’attenzione riformista si sposta quindi dalla governance all’azione operativa dell’Organizzazione (ad esempio chiedendosi se privilegiare operazioni di peace-keeping oppure iniziative umanitarie), lasciando irrisolto il nodo fondamentale degli assetti di governo dell’istituzione. In quest’ottica Trump manifesta un altro concetto condivisibile: le Nazioni Unite faticano a trovare una propria identità.
Il terzo e più recente problema strutturale è la competizione. Il Global South, desideroso di costruire alternative agli organismi multilaterali storicamente a trazione occidentale, lavora da tempo alla costruzione di alternative multilaterali a trazione cinese.
Il nuovo sistema di organizzazioni funzionali alla crescita economica ed alla sicurezza del Sud Globale spazia dalle banche di sviluppo (Asian Infrastructure Development Bank, New Development Bank) ai grandi progetti di espansione infrastrutturale e commerciale (Belt & Road Initiative) sino agli accordi di sicurezza internazionale (Shanghai Cooperation Organization) che mirano a promuovere la tutela e gli interessi di paesi aderenti al blocco dei BRICS+ (gruppo di paesi emergenti alternativo al G7 occidentale) sotto la leadership cinese. In quest’ottica, se veramente gli Stati Uniti continuassero a perseguire una traiettoria di disimpegno, per la Nazioni Unite si aprirebbero due scenari: una crescente influenza della Cina all’interno dell’Organizzazione, oppure un’ulteriore perdita di efficacia dovuta allo sviluppo di alternative più o meno sovrapponibili targate Global South.
Il futuro per l’Organizzazione delle Nazioni Unite è quindi denso di ostacoli ma ancora tutto da scrivere, e l’evoluzione dell’Organizzazione dipenderà in larga parte dalla visione di fondo dei membri di peso dell’istituzione. La visione di un mondo basato su un sistema, per quanto imperfetto, di regole condivise (rules-based international order), sarebbe terreno fertile per un’organizzazione di questo tipo.
Viceversa, la visione di un mondo basato prevalentemente sui rapporti di forza renderebbe l’istituzione sempre meno coerente con il contesto di riferimento, decretandone un significativo ridimensionamento, se non addirittura la chiusura. In quest’ottica, l’efficacia e la rilevanza dell’Organizzazione non sono definibili in maniera indipendente dalla visione dei singoli stati, ma ne sono una diretta conseguenza. La domanda appropriata non è quindi se le Nazioni Unite siano o meno un’organizzazione rilevante, ma quale rilevanza i Paesi membri (in particolare gli “azionisti di maggioranza” dell’Organizzazione) vogliano attribuirle. Si va dunque ad attingere al serbatoio dei valori, della weltanschauung (visione del mondo) dei leader e del modo di intendere una comunità.
La visione di Trump differisce in questo caso marcatamente da quella prevalente in Europa: una comunità internazionale che ritorni alla legittimazione dell’uso della forza per imporre la propria volontà segnerebbe un passo indietro nel percorso di civiltà dell’uomo, determinando una retrocessione verso il passato. Pur facendo proprio il concetto che la forza potenziale sia necessaria per assicurare la pace attraverso la deterrenza (da qui il consenso verso una politica di potenziamento della difesa), la sensibilità europea tende alla costruzione di una comunità internazionale che cerchi di limitare l’uso unilaterale della forza, e non di incoraggiarlo, ispirata da principi di democrazia e uguaglianza di fronte al diritto, anche internazionale. In quale misura questa visione possa trovare un’applicazione concreta nella realtà resta un tema aperto, ma il punto chiave dell’approccio europeo è che raggiungere parzialmente una meta ideale sia preferibile all’alternativa di prendere una direzione sbagliata.
A prescindere dalla visione che prevarrà, l’auspicio è che l’Organizzazione conservi la sua natura di punto di incontro tra leader globali ed il suo ruolo di crocevia della diplomazia internazionale: seppur con aspettative e obiettivi ridimensionati, le Nazioni Unite possono comunque dare un contributo importante nell’ accorciare le distanze di un mondo che diventa sempre più frammentato.
Oggi più che mai.

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.
In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.


