“Sangare vessava madre e sorella con consapevolezza e volontà”: le motivazioni della sentenza
Lo scorso luglio l’uomo accusato dell’omicidio di Sharon Verzeni è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per maltrattamenti in famiglia
Suisio. Moussa Sangare era capace di intendere e di volere quando maltrattava la madre e la sorella. Non episodi isolati, ma violenze continue, un’abitudine quotidiana fatta di minacce, insulti e aggressioni, nonostante i ripetuti interventi delle forze dell’ordine e la fragilità estrema della madre, invalida dopo un ictus. “Non si trattava di episodi isolati ma agiti frequenti, nonostante i diversi interventi delle forze dell’ordine e le condizioni di fragilità della madre”, scrive il gup Maria Beatrice Parati nelle motivazioni della condanna a 3 anni e 8 mesi pronunciata lo scorso 16 luglio in rito abbreviato. Elementi questi, che sono alla base del reato di maltrattamenti. Sangare, 31 anni, originario del Mali, è lo stesso uomo accusato dell’omicidio di Sharon Verzeni, uccisa con 4 coltellate in via Castegnate, a Terno d’Isola.
Tra l’aprile 2023 e il maggio 2024, la sorella Awa, studentessa di ingegneria di 24 anni, aveva più volte chiesto aiuto componendo il 112. Viveva nel terrore. La madre, Kadiatou Diallo, 65 anni, non poteva difendersi: non parla più, non muove un braccio, eppure anche lei era bersaglio di offese e spintoni. Moussa urlava, lanciava oggetti, spaccava tutto ciò che gli capitava tra le mani. In ospedale, mentre la donna era ricoverata, aveva aggredito Awa cercando denaro. Una notte, alle tre, mentre cucinava aveva appiccato un principio d’incendio. Un’altra volta aveva distrutto la scrivania della sorella, mandando in frantumi computer e televisore.
Il 20 aprile 2024, la scena che resta impressa: la ragazza è seduta sul divano e sente la madre urlare, si volta e vede Moussa alle sue spalle con un coltello da cucina. Ha il braccio alzato, come se stesse per colpire la sorella. Poi il sorriso, il gesto sospeso, l’arma abbassata. Tre mesi dopo, Sangare ha accoltellato Sharon per strada e l’ha uccisa perforandole un polmone.
Nelle motivazioni, il gup sottolinea l’attendibilità della testimonianza di Awa: “Il suo narrato restituisce il timore provato per i comportamenti imprevedibili del fratello e per l’incolumità della madre”. Per il giudice, quelle di Moussa sono state vere e proprie “condotte intimidatorie quasi quotidiane”, un’”abitualità vessatoria portata avanti con piena consapevolezza e volontà”.
Determinante la perizia psichiatrica. Secondo la dottoressa Valentina Stanga, psichiatra clinica e forense, Sangare è affetto da un disturbo di personalità di stampo narcisistico e antisociale: un uomo che “antepone le sue esigenze a quelle degli altri, i cui sentimenti non hanno importanza per lui, nemmeno le loro sofferenze”, con “scarsissima empatia e risonanza affettiva” e difficoltà a comprendere gli stati mentali altrui perché concentrato solo su se stesso. Non risultano disturbi cognitivi, psicotici, né dipendenze da sostanze: “In seguito alla carcerazione non ha mai avuto crisi di astinenza”.
Lo psichiatra Sergio Monchieri, consulente della procura, ha confermato le conclusioni della perita. Di diverso avviso il consulente della difesa, lo psicologo Alessandro Calvo, che ha contestato la valutazione perché basata su un solo colloquio e senza test approfonditi. Ma per il gup è stato sufficiente, dato che “Sangare era apparso lucido, orientato, vigile, ripercorreva i fatti in modo ordinato e con un eloquio adeguato e a tratti forbito”. Elementi che hanno convinto il giudice della sua capacità di intendere e di volere.
Eppure, nonostante anni di violenze, né la sorella né la madre si sono costituite parte civile. Entrambe continuano a fargli visita in carcere, come se quel legame familiare spezzato dalla paura non potesse mai essere davvero reciso.



