L’Europa, Ursula e le troppe domande (senza risposte)
Pubblichiamo l’intervento di Andrea Taschini apparso sulla rivista Parts
Pubblichiamo l’intervento di Andrea Taschini apparso sulla rivista Parts.
Un discorso davanti al parlamento di Bruxelles dai tratti surreali che si rifiuta di accettare la realtà; un incontro con i costruttori e i componentisti che avrebbe dovuto dare risposte urgenti al tema fondamentale del futuro del settore automotive che invece si è risolto con un nulla di fatto (ma ironicamente con fotografia di gruppo).
L’Unione europea appare sempre più in difficoltà e senza una guida sicura proprio nel momento in cui il mondo sembra incendiarsi. Se ciò preluda ad un cambio di direzione politica non è dato sapere ma certamente servono risposte urgenti ad una situazione che si sta degradando molto rapidamente.
Qui succede un ‘48
Ci sono troppe domande che si vorrebbe porre all’Europa ma che tuttavia rimarrebbero senza risposte. Il rientro dalle vacanze estive ha già posto sul tavolo delle questioni irrisolte molto complesse che derivano da un avvitamento delle criticità del recente passato, questioni cresciute di mese in mese e di anno in anno alle quali non si è stati in grado di fornire soluzioni efficaci. Di sicuro il mondo è cambiato, anche il clima generale si è parecchio deteriorato tanto che osservando le classi dirigenti e i commenti dei vari esperti non si può far altro che notare un generale smarrimento che a volte sconfina in parole di un accentuato surrealismo che denotano una perdita di contatto con la realtà.
È assai probabile che ciò sia il risultato dell’aver inseguito linee guida troppo astratte nelle quali è prevalsa la certezza che da sola la tecnica avrebbe potuto gestire il destino di miliardi di persone. George Orwell nel suo celeberrimo ma poco compreso 1984, ci aveva già messo in guardia dai rischi dello sviluppo scientista e tecnocratico divenuto un fine e non più un mezzo, che non teneva conto dell’aspirazione dei singoli individui; il tema non è giudicare la tecnica di per sé che è sempre un fonte di sviluppo ma la sua velocità di implementazione e soprattutto la sua indiscriminata applicazione noncurante della preparazione culturale degli esseri umani che le sono soggetti.
Le conseguenze saranno quindi una destabilizzazione generale dei sistemi precostituiti? Siamo forse alla vigilia di quelle epoche che quelli della nostra generazione hanno letto solo sui libri di storia? Come le sommosse 1848 o quelle successive della seconda metà dell’800 allorquando le tensioni sociali dovute ai movimenti di masse forzatamente industrializzate, si rivoltarono contro i regimi che sedevano sugli scranni del potere? La nostra speranza è che le catastrofi che si susseguirono dopo quegli eventi, ci vengano risparmiate.
Il discorso del tramonto
Il discorso sullo stato dell’Unione del capo della commissione europea Ursula Von der Layen di fronte al parlamento il 10 settembre, è stato un discorso privo di quelle svolte che i tempi richiederebbero. È stato un susseguirsi di conferme di linee guida programmatiche dettate dall’esigenza di non volere ammettere i propri errori (quando essi sono più che evidenti) perché si basano su presupposti ideologici scritti in un’epoca invecchiata molto velocemente, nella quale non si è mai voluto tenere conto della realtà dei numeri.
L’agenda Draghi seppur oggi troppo blanda rispetto agli accadimenti mondiali in forte accelerazione, è stata totalmente ignorata non solo allo scopo di non rinnegare le proprie decisioni ma per cercare di tenere in vita una maggioranza sempre più minoranza e in difficoltà in tutta Europa. È sembrato un discorso più che altro destinato a segnare un tramonto politico, quando purtroppo oggi l’Unione europea ha davanti a sé sfide immani.
Dal Green deal al settore automotive
Se dovessimo scorrere tra i temi che ci stanno più a cuore su cui il discorso al parlamento si è imperniato, sicuramente la conferma senza esitazioni del percorso del Green deal ricoprirebbe il posto più importante. Non voglio qui dilungarmi sui dettagli dei costi che il Green deal europeo sta affliggendo alla competitività delle nostre imprese perché già più volte su questa rivista gli abbiamo dedicato molti spazi ma riteniamo di dover sottolineare che nonostante eminenti economisti e rappresentanti del mondo imprenditoriale abbiano messo in guardia da un ambientalismo ideologico privo di una visione realistica delle cose, si è voluto ribadire un percorso molto temerario che metterà a dura prova la tenuta del sistema industriale europeo.
Due punti però mi hanno particolarmente colpito nei passaggi a sostengono dell’imposizione dell’auto elettrica dal 2035: il primo riguarda il perseguire un disegno impossibile da realizzarsi di una filiera competitiva delle batterie Made in Europe, il secondo l’idea di sviluppare piccole E. Car elettriche da produrre nel territorio dell’Unione. Nel caso delle batterie appare evidente che non si è ancora preso atto dell’impossibilità di costruire una catena di approvvigionamento delle materie prime in Europa e che invece il dominio cinese sulle batterie continuerà imperterrito a far proseliti: i vari tentativi di fondare Gigafactory europee sono miseramente falliti (Britishvolt e Northvolt).
Non si comprende bene perciò come l’Unione con solo 1,8 miliardi di sussidi, potrebbe risolvere un tema che ha creato decine di miliardi di perdite nei bilanci. Il tema della E. Car e cioè secondo la presidente della commissione piccole vetture elettriche per uso cittadino, appare ancora più paradossale.
Chi ci segue da tempo sa bene come le auto elettriche tendano alla propria commodizzazione dovuta alle loro caratteristiche dove prevale l’indifferenziazione di prodotto. Come sia concepibile in questo contesto che le case auto europee riescano a produrre vetture in competizione con i costruttori cinesi che sfornano auto sotto i 5.000 euro, rimane un vero mistero.
Quando la politica entra in campi non propri volendo disegnare non gli obiettivi ma i mezzi per raggiungerli, fa disastri e si espone al ridicolo. Andando avanti di questo passo ancor prima del 2035, consegneremo le chiavi del mercato automobilistico europeo direttamente a Pechino e forse non si sbaglia a pensare che le vere intenzioni siano proprio quelle.
La riunione del 12 settembre
La situazione dei costruttori d’auto e dei loro fornitori deve essere davvero problematica se hanno fatto il possibile per incontrare la Von der Layen a due giorni dal suo discorso in parlamento; tutto sommato è previsto un “tagliando” alla direttiva sull’obbligo delle auto elettriche nel 2026 e quindi la richiesta significa che la situazione del settore sta rapidamente deteriorandosi. Non si sa bene cosa si siano detti costruttori, componentisti e la commissione perché la discussione si è tenuta a porte chiuse ma il fatto che siano stati esclusi i 40 rappresentanti delle regioni che ospitano il sistema automotive europeo mentre era invitata la lobby ambientalista di T&E, la dice di gran lunga dell’approccio che l’Unione sta tenendo sul tema.
I territori regionali sono infatti coloro che in caso di grandi chiusure di fabbriche (e quindi di migliaia di licenziamenti), dovranno gestire i gravi problemi sociali derivanti. Sta di fatto che trapela che si sia rimandato tutto al 2026, il che a nostro modesto parere, avvalora la sensazione che si voglia gettare il problema sul tavolo di un possibile successore della Presidente della commissione. Purtroppo intanto il mondo va avanti e non aspetta certamente i tempi dilatati della politica europea.
Credo che al di là delle frasi di circostanza, tra gli imprenditori serpeggi un’amara delusione, non che loro siano esenti da colpe: forse dovevano alzare la voce anni fa invece che applaudire regolamenti che decretavano la loro estinzione, ma è così purtroppo che i fatti sono avvenuti.
L’Italia
Il nostro paese in questo momento apparentemente e nonostante tutto, sembra navigare in acque più tranquille ma che sono tali perché relative al caos politico generalizzato che regna tra Francia, Spagna, Regno Unito e Germania. La nostra bilancia commerciale è in forte attivo e significa che i nostri imprenditori tra mille difficoltà hanno imparato a gestire bene le proprie aziende.
Certamente il clima economico e geopolitico che è fortemente cambiato, impone un adeguamento ai tempi che corrono con l’auspicato aiuto del governo che deve da un lato mettere al riparo il nostro paese dalle follie ideologiche dell’Unione, dall’altro favorire il lavoro delle imprese cercando di disturbare il guidatore il meno possibile.
Se il mercato mondiale si restringerà, se il settore automotive ripiegherà necessariamente su volumi più bassi, bisogna non solo cercare nuovi contesti geografici e nuovi settori ma si deve rilanciare il mercato interno oramai in forte stagnazione da anni: levare tasse e orpelli che gravano sui cittadini in maniera subdola e nascosta, favorire lo sviluppo di nuove tecnologie e investimenti come lo fece in buona misura l’industria 4.0 in tempi ben più felici.
Ci sono troppe domande che attendono ancora una risposta, serve una classe dirigente capace di darle, con urgenza, pragmatismo e saggezza.

*Andrea Taschini è un manager che ha ricoperto posizioni di rilievo per 25 anni in aziende come Brembo, Bosch, Sogefi con responsabilità internazionali. È appassionato d’impresa, di geopolitica e cose del mondo. Attualmente si occupa di consulenza aziendale e scrive per riviste di management e giornali nazionali.


