Questa deriva è pericolosa e inaccettabile. Perché la sicurezza vera non nasce dall’aumento delle spese militari, ma dal contrasto alle disuguaglianze, dall’accoglienza, dal lavoro di ricostruzione sociale
A Gaza si consuma ogni giorno un’ecatombe: case spianate, famiglie intere costrette a scappare, bambini uccisi sotto le macerie. Lo sterminio silenzioso di un popolo disarmato non può essere ridotto a un “effetto collaterale”. È la prova più cruda di quanto la logica della guerra non conosca limiti né confini.
Eppure, invece di raccogliere l’urlo delle vittime e trasformarlo in una politica di pace, l’Europa — e l’Italia con essa — sceglie la via opposta: si prepara a nuovi conflitti. Le esercitazioni militari in Oriente e in Occidente disegnano scenari di guerra per il nostro continente. Non è più solo retorica: si pianifica apertamente l’ipotesi di uno scontro armato su larga scala.
L’Italia, nel cuore del Mediterraneo, segue la stessa logica. Miliardi vengono destinati a nuove armi, a programmi di riarmo e di deterrenza, mentre le voci per la cooperazione, la diplomazia e gli aiuti umanitari vengono ridotte al silenzio. È una scelta che urla ingiustizia: invece di rafforzare la pace civile, si rafforzano gli arsenali; invece di costruire futuro, si accumulano strumenti di morte.
Questa deriva è pericolosa e inaccettabile. Perché la sicurezza vera non nasce dall’aumento delle spese militari, ma dal contrasto alle disuguaglianze, dall’accoglienza, dal lavoro di ricostruzione sociale. Prepararsi alla guerra significa già rassegnarsi alla guerra.
La lezione di Gaza è lampante: quando si investe solo sulle armi, a pagare sono sempre i civili, gli ultimi, gli indifesi. Se non vogliamo che lo stesso destino travolga l’Europa, l’Italia deve dire basta a questa follia.
Non servono nuovi missili, servono nuove politiche di pace. Non servono arsenali, serve giustizia.
O si sceglie di stare dalla parte della vita, o si diventa complici della morte.


