Hamas esca dal tunnel e si arrenda, solo così può cambiare gli assetti statali del Medioriente
Quando Hamas sarà scomparsa dalla scena, allora si potrà incominciare a parlare seriamente degli assetti statali del Medioriente
La guerra Israele-Hamas ha generato negli Atenei italiani la corsa a rompere i rapporti con le Università e i centri di ricerca israeliani.
Una generazione adulta, che sta in cattedra, dovrebbe avere il coraggio di fornire ai giovani studenti, tragicamente ignoranti della storia del ‘900, gli strumenti per comprendere il dramma di Gaza.
La propaganda Pro-Pal descrive le migliaia di morti di Gaza come l’effetto di un assalto all’arma bianca di un esercito armato di tutto punto contro abitanti inermi. A questo punto, scatta l’uso della
categoria del “genocidio”. In realtà, un primo dato obbiettivo è che il 7 ottobre 2023 è stata dichiarata una guerra da Hamas e da altre organizzazioni jihadiste contro Israele.
A quale fine? Per conquistare un pezzo di territorio di Israele, per allargare il territorio di Gaza?
A suo tempo per ambizioni territoriali si mossero Mussolini e Hitler. Il Nostro nel 1936 voleva l’Etiopia, nel 1940 la Dalmazia, l’Albania, qualche isola greca e rivoleva indietro Nizza e la Savoia.
Hitler aveva annesso i Sudeti, l’Austria e voleva colonizzare una parte di Russia e di Balcani.
Hamas, no, non vuole allargare Gaza, vuole fare sparire Israele dalla geografia del Medioriente.
La tecnica del “pogrom” è anche simbolicamente coerente con il fine mai nascosto, dichiarato da sempre: annientare l’Entità sionista. Hamas è un esercito? Hamas è un esercito, nel quale solo da
un certo livello organizzativo in su esiste una distinzione tra militari e civili. Perché, non solo nella retorica della propaganda, ma nella realtà effettuale ogni civile è un soldato, vocato al martirio per la causa.
Non tutti i civili palestinesi sono d’accordo? Ad Hamas questo non importa un bel niente. Perciò Israele si trova di fronte un’Entità che non chiede patteggiamenti, sicurezza, territorio: chiede di annientare Israele.
Per questo obbiettivo Hamas si è lungamente preparata, con l’accumulo di missili, bombe, droni e con lo scavo di centinaia di km. di tunnel, al costo di miliardi di dollari. La rappresentazione, secondo cui Hamas è un popolo di civili inermi, sui quali l’Esercito israeliano spara sadicamente, fa parte della propaganda quotidiana, non è la realtà.
È la realtà atroce della guerra. Israele non aveva e non ha alternative alla guerra. A meno che Hamas restituisca gli ostaggi. Finora ne ha restituiti pochi alla volta sia per spaccare la società civile israeliana, nella quale le famiglie degli ostaggi rivendicano la restituzione a qualsiasi costo, sia per prolungare la propria esistenza e rafforzare le proprie difese. Solo dopo due anni Israele ha preso atto che questa tattica della restituzione logorava il Paese.
Di qui l’assalto finale a Gaza come estremo atto di guerra. La storia del ‘900 – inutile andare più indietro – ha visto due guerre mondiali e decine di conflitti in tutte le aree del mondo. Eccetto che
nella Prima guerra mondiale, i civili sono stati uccisi a milioni, assai più dei militari, o sono stati costretti a diventare profughi. Oggi 6 milioni di Ucraini hanno lasciato il loro Paese. La guerra
oggi è “ibrida” e “totale”. Perciò, servono a poco le lacrime, le manifestazioni, gli appelli, i Senati accademici, se non si pone fine alla guerra.
Come? O Hamas si arrende e depone le armi e scompare politicamente dalla scena del Medioriente – ed è ciò che hanno chiesto l’Autorità nazionale palestinese e la Lega araba, composta da 22 Stati – oppure deve essere sconfitta. Chi volesse fare finire la guerra dovrebbe scendere in piazza e chiedere ad Hamas di consegnare gli ostaggi, di uscire dai tunnel, di arrendersi.
In nessuna manifestazione si è mai sentito questo appello elementare.
Quando Hamas sarà scomparsa dalla scena, allora si potrà incominciare a parlare seriamente degli assetti statali del Medioriente. Solo la sconfitta totale di Hamas potrà togliere gli alibi ai settori più integralisti della politica israeliana, quelli che oggi vogliono Israele dal Nilo all’Eufrate e Gaza come nuova riviera mediterranea.
Giovanni Cominelli*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


