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Esplodere con chi amiamo: cosa c’è davvero dietro alla rabbia?

Ci capita spesso di esplodere per motivi apparentemente banali: qualuno che non ricambia il nostro saluto, una dimenticanza di una persona cara, un brutto voto. Ma se guardiamo con più attenzione, ci accorgiamo che la rabbia non nasce mai “dal nulla”

Siamo abituati a definire la rabbia come un tratto caratteriale negativo, un difetto, una componente da reprimere. La verità è che la rabbia è un’emozione e, come tale, veicola un messaggio. Qualcosa che per noi è importante: un confine che sentiamo oltrepassato, un valore che non viene rispettato, un bisogno che non trova risposta. È la nostra mente che ci sta dicendo “Qui c’è qualcosa di importante per me”. Il punto è che, nella fretta, ci fermiamo al sintomo: il cuore che accelera, la voce che si alza, le parole che scappano. E non ci chiediamo: “Cosa mi sta dicendo questa rabbia?”. Dal punto di vista costruttivista, la rabbia nasce dal significato che attribuiamo a ciò che accade. Non è solo “qualcuno mi ha tagliato la strada”, ma “non ha rispettato me e il mio spazio”; è la narrazione che costruiamo a rendere quell’evento così carico.

Ci capita spesso di esplodere per motivi apparentemente banali: qualuno che non ricambia il nostro saluto, una dimenticanza di una persona cara, un brutto voto. Ma se guardiamo con più attenzione, ci accorgiamo che la rabbia non nasce mai “dal nulla”. Non è solo “anche oggi, partner non ha pulito i piatti”, ma:

“Ancora una volta tocca a me”,
“Non si è accorto di quanto sono stanco”,
“Il mio tempo non viene rispettato”.

In questa ottica, la rabbia non è solo una reazione istintiva, ma una narrazione emotiva, portatrice di bisogni, valori e confini che percepiamo come violati. Ognuno ha i propri. Siamo immersi in contesti relazionali a cui attribuiamo un senso, un significato personale: la relazione che ho instaurato con i miei genitori, l’amica o il partner corrisponde ad un insieme di aspettative, bisogni, rappresentazioni personali e altrui, personali e soggettivi. E quando ci arrabbiamo, non stiamo reagendo semplicemente ad un comportamento esteriore, ma stiamo rispondendo a ciò che, quel gesto, rappresenta nella nostra personale narrazione di quella relazione. Ad esempio:

X scrive al partner: “Oggi è stata una giornata pesante, ho bisogno di parlare.”
Y risponde solo dopo un paio d’ore con: “Ok, poi ne parliamo.”

X si arrabbia. Ma non è solo per il ritardo: quel silenzio rappresenta una mancanza di presenza emotiva. Nella sua storia relazionale, “esserci” corrisponde a rispondere subito, sentire insieme, faticando a vedere il “pezzo” dell’altro, che magari in quel momento era indaffarato, stanco, pieno di lavoro. La rabbia che prova non è verso il messaggio, ma verso ciò che quel gesto rappresenta nella sua personale narrazione.

Ed è proprio questo il punto, un paradosso che tutti abbiamo sperimentato: esplodiamo di più con chi amiamo. Sorridiamo al collega che ci interrompe, ringraziamo cordialmente il vicino di casa che non ci presta il tosaerba, ma ci irritiamo profondamente con il partner per il tono di voce o con il figlio per una richiesta ripetuta. È semplice: con chi amiamo ci sentiamo al sicuro. Sappiamo che, nonostante i nostri scatti, l’altro rimarrà lì. E allora abbassiamo le difese. Psicologicamente, questi scatti non nascono dal nulla. Dentro le relazioni più importanti si giocano le storie più profonde: il bisogno di essere visti, ascoltati, riconosciuti. La rabbia non è solo contro “quel piatto lasciato nel lavandino”: è la voce che dice “conta anche quello che sento io”. La rabbia, nelle relazioni, è segnale di investimento emotivo. Se ci arrabbiamo con chi amiamo, non è perché lo amiamo di meno, ma perché lì c’è qualcosa che per noi ha davvero peso, e che forse non viene visto.

Il problema non è la rabbia in quanto tale, ma le modalità con cui la esprimiamo: urla e accuse rischiano di ferire, generando un vortice di emozioni forti dal quale è difficile uscire illesi. Ma se impariamo a tradurla in parole chiare (“mi sento trascurato”, “ho bisogno di aiuto”), la rabbia diventa un modo per rafforzare il legame. Quindi no, non siamo “cattivi” se ce la prendiamo con chi amiamo. Fa parte dell’essere umani. E la rabbia, se gestita correttamente, può diventare un ponte.

COME TRASFORMARE LA RABBIA?

Esprimere rabbia spesso significa esplodere, senza confini. Esprimere rabbia in modo costruttivo, invece, significa darle voce, comprendendo il significato che porta.

Come fare?

  • RICONOSCERE L’ATTIVAZIONE: Il primo passo per gestire la rabbia in modo consapevole è riconoscere i segnali dell’attivazione emotiva: ognuno ne sperimenta di diversi (tono della voce che cambia, il respiro che si fa più veloce, la tensione muscolare, il rossore, la tachicardia). Sono indicatori che ci permettono di dire: “Sta succedendo qualcosa”. Prenderci un secondo per osservare questi segnali ci permette di creare un piccolo spazio tra ciò che proviamo e ciò che potremmo fare. È un frangente che ci permette di ridurre, anche solo parzialmente, una reazione automatica ed incontrollata.
  • SOSPENDERE IL GIUDIZIO. Etichettare la rabbia (nostra o altrui) come “esagerata”, “infantile” o “fuori luogo” rischia di sminuirne il significato. Le emozioni, purtroppo o per fortuna, sono una delle poche cose che non possiamo controllare (spoiler: il comportamento che ne consegue, invece, sì).
  • ESPLORAZIONE DEL BISOGNO: Cerchiamo, poi, di capire qual è il bisogno sotteso a quell’espressione emotiva: cosa la genera. Rispetto? Invasione di spazi? Riconoscimento? Aiuto? Dare un nome permette di apporre una cornice di senso che favorisca la comunicazione. La riformulazione permette di spostare il focus e abbassare, anche solo parzialmente, l’attivazione emotiva, canalizzandola in un linguaggio più accessibile e comprensibile, che l’altro possa comprendere senza sentirsi attaccato. Ad esempio: “Mi sento ignorato quando non rispondi, e per me è importante sentirmi preso sul serio” oppure “Mi arrabbio perché mi sento sopraffatta, e ho bisogno che dividiamo meglio i compiti”.
  • CONDIVIDERE ED ACCOGLIERE: Nella stessa misura in cui cerchiamo di dare un significato alla nostra rabbia, possiamo farlo con quella dell’altro.
    Spesso dietro a una reazione brusca c’è una storia, un dolore, una richiesta che non sa ancora come essere espressa.

Ricordiamoci che il rispetto deve essere reciproco e accogliere la rabbia comporta un’apertura verso sé e verso l’altro che non giustifica le modalità o i comportamenti aggressivi ma che mira ad una comprensione del bisogno sottostante. E decodificare la rabbia, può diventare una delle nostre più grandi risorse relazionali.

BIGLIOGRAFIA

Semerari, A. (n.d.). Storia, teorie e tecniche della psicoterapia cognitiva. Gius.Laterza & Figli Spa

Toscano, A. (2002). DANIEL J. SIEGEL, La mente relazionale. Neurobiologia dell’esperienza interpersonale,tr. it. a cura di Luisa Madeddu, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001

Liotti, G., Fassone, G., & Monticelli, F. (2017). L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Teoria, ricerca, clinica. Psicoanalisi e ricerca.

Dott.ssa Michela Berta

Psicologa ad orientamento cognitivo-costruttivista con Master in Sessuologia clinica e Consulenza di coppia e Master in Psicotraumatologia clinica