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Franco Acerbis, una vita al massimo: “La conoscenza il valore più grande. Da Simone Moro la virtù di non superare i limiti”
Franco Acerbis

Il 79enne bergamasco, fondatore dell’azienda nata come produttrice di materiale plastiche con sede ad Albino, racconta a Bergamonews alcuni dei momenti più intensi della sua vita. E sulla Six Days andata in scena a Bergamo: “Un patrimonio umano che la nostra provincia è riuscita a regalare”

Franco Acerbis è un vulcano pieno di emozioni e storie da tramandare. Racconti vissuti in prima persona, ma che in qualche modo riesce a far vivere anche a chi lo ascolta. Prima di rispondere alle domande tiene a specificare: “Franco Acerbis, classe 1946, tra un anno farò gli 80 e come si dice in gergo mola mia”. Il suo motto di vita, il suo motore incarnato in lui fin dalla nascita, ancor prima di fondare nel 1973 Acerbis, azienda bergamasca con sede ad Albino nata come produttrice di materie plastiche.

Franco è un personaggio unico nel suo genere, ti travolge totalmente e a te resta solo che tenere lo sguardo fisso verso di lui e ascoltarlo. Al contrario, nella vita, lui si è fatto travolgere da poco: da un piccola officina allestita nel suo garage si è messo all’opera progettando inizialmente parafanghi con una visione e una tecnica che pochi altri prima di lui erano stati in grado di adottare.

Determinazione, perseveranza, energia. Sono solo alcune delle parole che l’imprenditore bergamasco ripete con insistenza: è come se le imponesse più a se stesso che agli altri. E in effetti, dopo una vita così, sembra abbia funzionato. Franco, parlando della sua storia, è come desse continuamente consigli, illuminazioni, spinte. Un uomo che non ha abbassato mai la testa di fronte a nulla e che ha saputo imparare dagli altri accumulando informazioni e incamerando consigli. A Bergamonews si è aperto raccontando alcuni dei momenti più importanti e cruciali della sua vita, soffermandosi anche sulla recente Sei Giorni di Enduro di Bergamo di cui Acerbis è stata Main Sponsor.

Franco Acerbis

Franco, alla base della sua storia c’è l’indipendenza, sin da quando all’età di 15 anni a Milano all’Istituto Professionale Correnti non c’era il numero minimo per dare inizio al corso di materie plastiche, così di sua spontanea volontà si mise a cercare le persone necessarie e le trovò.

Arrivo all’istituto con l’intenzione di fare il fotografo, dopo essere stato bocciato per due anni di fila in terza media. Ma purtroppo era pieno, e lo stesso discorso valeva per il corso di Odontotecnico. Mi dicono che era disponibile solo il corso di Elettrauto e Materie Plastiche, che all’epoca era considerata una tecnologia un po’ secondaria. Per la prima non mi sentivo portato così mi concentrai sulla seconda. Purtroppo non c’era il numero minimo di iscritti: eravamo in 12 e mancavano tre persone. Le trovai e il corso partii. Essere pionieri a volte comporta dei rischi, in altre occasioni invece ti apre a delle opportunità. Quando tu diventi esperto di qualsiasi cosa che non è popolare cominci ad avere negli occhi di chi ti osserva una visione diversa.

A proposito di visione: nel 1975, quando Acerbis era già nata da due anni producendo parafanghi, capì che i serbatoi in plastica, bistrattati dalla maggior parte delle aziende fino a qualche momento, potevano invece rappresentare il futuro

Io vado in Massachusets nel 1973, alla Sei Giorni di Enduro, e lì incontro Preston, titolare di un’azienda americana produttrice di parti speciali in plastica per moto off road. Tramite la sua ditta vedo per la prima volta questi serbatoi in plastica, poco considerati fino a quel momento, e li osservo attentamente. Erano leggeri e caratterizzati da una facilità di produzione dal punto di vista tecnico e così ne metto alcuni nella mia valigia portandoli in Italia. Decido di fare un test direttamente a casa mia: vado al terzo piano e prendo tre tipologie di serbatoi, uno in alluminio, uno in plastica (il più leggero) e uno in metallo. L’unico che rimbalza e resiste è quello in plastica. Vado a proporlo a varie compagnie ma regnava lo scetticismo rispetto ai serbatoi di quel materiale. Solo una compagnia mi diede fiducia e da lì iniziai a produrre i miei primi serbatoi. Con il passare tempo quella soluzione venne presa in considerazione da sempre più aziende.

Quale fu lo step successivo nella crescita dell’azienda Acerbis?

Al tempo la parte tecnica della moto (motore, marce, telaio e sospensione) era quella che determinava qualità, valore e successo. La parte estetica era considerata quasi un aspetto non necessario. Il fatto di venire da una famiglia che si occupava di arredamenti/design mi ha permesso di proporre alle ditte l’idea di progettare mezzi non solo adeguati dal punto di vista tecnico ma anche estetico.

In quel momento seppe avere pazienza 

Sì, ci furono 10 anni di “deserto” nel senso operativo del termine: nessuno era interessato a spendere soldi per l’estetica della moto. Mentre dall’alba degli anni 80’ iniziò a diventare un aspetto rilevante nella scelta del mezzo. Oggi le moto vanno generalmente tutte bene, l’appeal di un’acquisto è quindi dato dalla bellezza e dalla vestibilità. E la plastica si presta moltissimo a tutto ciò.

Qual è il ragionamento, la mentalità, che spinge l’azienda ad allargare sempre più i propri campi di competenza? Acerbis opera in più settori: dalle plastiche, accessori e abbigliamento per motociclisti fino all’abbigliamento tecnico sportivo e non solo…

Il primo elemento è la curiosità che ti dà la giusta energia per scoprire. Questa qualità me l’hanno trasmessa le esperienze fatte negli Stati Uniti, perché io quando andavo in America nessuno mi domandava come mi chiamavo, ma mi chiedevano che idee avevo: questo indica la capacità di tracciare una strada. La curiosità vuol dire conoscenza e la conoscenza ti crea forza. La cosa migliore di tutti è sapere e quando tu sai sbagli molto meno. Chi è il miglior pilota? Colui che sa tanto, non quello che ha solo voglia. La conoscenza è il valore più grande che ti porta oltre ai pregiudizi e agli stereotipi. Essa implica anche chiedere, fare domande. E ogni volta che chiedi raramente hai delle risposte sgarbate. Io ho avuto la fortuna di fare tante Dakar (il rally raid più prestigioso al mondo), alcune delle immagini più belle in questo senso me le hanno regalate i piloti appena attraversata la linea del traguardo al termine di una tappa: con lo sguardo tipico di un bambino ti guardano iniziando a porti domande sulla loro prestazione. In quegli attimi i piloti diventano talmente umani che ti fanno quasi tenerezza.

Lei è tutta la vita che vive a contatto con piloti e sportivi. Uno di questi è l’alpinista bergamasco Simone Moro che ha accompagnato in due spedizioni nei primi anni 2000. 

Io ho fatto due spedizioni importanti con lui: all’Annapurna (8.091 metri ndr) in Nepal e al Cerro Torre (contraddistinto da una parete granitica di circa 900 metri, ndr) in Patagonia. Da Simone ho imparato la capacità di rinunciare, di non sorpassare il limite e questa per me è stata una scuola di vita. Simone ha una grande generosità con sé stesso, è un coraggiosissimo ma sa dire no nel momento più delicato. In una delle due spedizioni che feci con lui (Annapurna) e Denis Urubko (alpinista russo-polacco legato alla provincia di Bergamo) io rimasi un mese al campo base con alcuni sherpa. In uno dei tentativi di salita alla vetta dalla parete Nord Denis non stette bene così tornarono indietro verso il campo base. Pochi giorni dopo ci riprovarono, ma a pochi metri dalla vetta fu Simone a dover rinunciare, mentre Denis arrivò in vetta. Fu molto umano e lì apprezzi per davvero cosa è la vita.

Acerbis ha sponsorizzato anche un grande campione come il belga Stefan Everts, unico pilota nella storia del motocross ad aver vinto dieci titoli mondiali tra gli anni 90’ e primi anni 2000’. Altri sportivi che le sono rimasti nel cuore? 

Con Stefan Everts, parliamo di oltre 15 anni fa (2006), mi ricordo che in una gara in occasione dell’ultimo mondiale vinto preparammo per lui una divisa a completo unico che a livello di mercato non funzionò. Ai motocrossisti piace ancora avere la maglia che si sfila dalla cintura e che vola nei salti: nella vita anche le scelte che tu ritieni fotocopie di un sistema a volte non funzionano. Un altro campione che ha lasciato il segno in me è Johnny Campbell (fuoriclasse americano dell’off-road). Mi ricordo che lui vinse un Incas Rally, l’ultimo organizzato da me. Giunge all’arrivo e gli chiedo: “cosa vuoi come premio?” e lui: “Franco portami alla Dakar”. Io gli dissi che andava bene e lui mi chiese cosa desideravo in cambio. Io gli risposi che volevo la sua moto. Ci stringemmo la mano. Un anno dopo mi arriva una chiamata dalla dogana italiana in cui mi comunicavano che c’era un moto per me. Manteniamo entrambi la promessa e lui alla Dakar arrivò primo nei marathon. Sono piccoli episodi che indicano la spontaneità e vivere di essa, chiaramente nei giusti limiti, è sempre una bella cosa perchè ti permette di avere delle misure che al momento sembrano impensabili.

Lei ormai da circa 20 anni è vicepresidente dell’Albinoleffe, società calcistica bergamasca militante in Serie C, con Acerbis che ne è lo sponsor tecnico. Cosa ha dato questo ruolo a Franco Acerbis?

A quei tempi io il calcio non lo seguivo. Il presidente Andreoletti lo conoscevo solo di nome, poi quando lo conobbi mi chiese di entrare in società. Una volta arrivato all’Albinoleffe iniziò ad affascinarmi un aspetto che non avevo mai calcolato: lo spirito di squadra, soprattutto attraverso i calciatori che durante l’arco della stagione giocano poco, stando per la maggior parte dell’anno sempre in panchina e in tribuna. Lì ho capito cosa è lo spirito di squadra e l’armonia. Il successo dipende dalla capacità di essere un team. Pensavo di trovare un gruppo di giovani abili calcisticamente e fragili nelle discussioni ma mi sbagliavo. Anche il magazziniere, se motivato, rappresenta uno stimolo per tutti: devo ringraziare il presidente per avermi dato la possibilità di essere a contatto con tutto ciò. La cosa peggiore che una persona si può augurare è il non conoscere le cose che potrebbe conoscere.

Voi come Acerbis spaziate in più discipline nel panorama sportivo: oltre alle moto e al calcio, siete coinvolti in sport come il tennis, la pallavolo e il basket. In questo senso, in vista del futuro, l’azienda ha un sogno nel cassetto?

Il successo agonistico ti dà una gratificazione ma non è il primo obiettivo. Il progetto più importante è l’equilibrio all’interno dell’azienda e il rapporto con i dipendenti. La soddisfazione più grande la hai nell’equilibrio interno. Oggi noi siamo una realtà costituita da 500 dipendenti: 250 in Italia, 250 all’estero. Noi cresciamo di acquisizioni, negli ultimi 5 anni abbiamo fatto quattro acquisizioni e questo è segnale di crescita.

Il 2 giugno di quest’anno a Roma è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana dal presidente Mattarella. Un riconoscimento che pochi possono vantare di aver ricevuto. 

Una cosa del genere era inaspettata, una sorpresa. Ma allo stesso tempo, sapendo di non avere neanche il diploma della terza media, è stata una gratificazione e una conferma del fatto che le vie del nostro mondo e della nostra vita aprono sempre a nuove strade. Quindi non arrendersi mai alla prima sconfitta ma importante andare alla ricerca di opportunità.

Lei parla sempre di energia e determinazione. A proposito di ciò, come vede i giovani di oggi rispetto a quello che si dice su di loro di quesi tempi?

I giovani sono ragazzi stupendi. Smettiamola con questa storia della poca voglia, dipende dalle opportunità che gli dai: sta a noi adulti creare per loro degli spazi che siano adatti alla loro indole. Io stesso quando mi chiedevano cosa volevo fare da grande rispondevo che non lo sapevo. Anzi, tutti ridevano ma io mi sentivo solo confuso. Sono gli adulti a costruire una barriera con i giovani, convinti del fatto che debbano crescere da soli. Bisogna capirli e per farlo serve avere un senso di umiltà.

L’azienda attualmente è gestita dai suoi due figli, Guido (amministratore delegato) e Michela (responsabile marketing/racing). Lei spesso sostiene che gli Stati Uniti l’hanno aiutato a formarsi professionalmente ispirandola anche nella gestione dei figli.

Gli Stati Uniti hanno un grande valore. Loro vivono il futuro come un’opportunità ossessiva: questo li rende fragili dal punto di vista psicologico ma allo stesso tempo efficienti economicamente parlando. Le prime volte che andai lì capii che era importante sfruttare al meglio le capacità del sistema. Mi hanno insegnato anche a gestire il cambio generazionale e a considerare fondamentale l’aspetto finanziario di un’azienda. A 33 anni Guido era già amministratore delegato dell’azienda. A quell’età hai più energia e visione, perfetta per quell’età: più il cambio generazionale arriva in anticipo meglio è. È un cambio psicologico che nella vita devi avere e da parte tua devi misurare. Mia figlia Michela ha vissuto diversi anni proprio negli Stati Uniti. Lei porta uno stile diverso rispetto a quello che era il mio ma molto razionale e chiaro: da quelle parti nelle riunioni aziendali ognuno dice la sua con ordine mentre in Italia solitamente è tutto più confusionario.

Si è appena conclusa la Six Days di Bergamo con Acerbis nella veste di main sponsor. Una manifestazione caratterizzata da entusiasmo e dalla grande presenza del pubblico. 

Io di Six Days nella mia vita ne avrò viste una quarantina. Ma non ho mai assistito a una Sei Giorni così partecipata da piloti (record di presenza) e pubblico. La cosa più bella sono stati i commenti di piloti e staff dei paesi ospiti come messicani, giapponesi e americani che a detta loro non hanno mai visto gare in un posto così magnifico dal punto di vista naturalistico e con questa partecipazione: vedere il nonno con il nipote, il papà con la figlia, la mamma con I bambini aspettare sotto l’acqua tutti i corridori compreso l’ultimo che cercava di finire la propria gara è stato un patrimonio umano che la nostra provincia è riuscita a regalare e trasmettere a tutti. Pensi che questa mattina ero in un bar in paese gestito da persone di origine cinese e in loro ho percepito la soddisfazione e l’energia nell’aver interagito con clienti stranieri accorsi nelle nostre zone per la Six Days.