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La scuola ha bisogno di molti professionisti preparati e ben pagati, non di un manipolo di eroi

Nella scuola primaria il 58% degli insegnanti ha almeno 50 anni, nella secondaria di I grado e di II grado gli over 50 superano il 60%

Gli insegnanti a tempo indeterminato sono 709.105, quelli a tempo determinato sono 234.576.

Gli alunni sono quasi 8 milioni, in diminuzione di anno in anno. L’imponente macchina del sistema educativo nazionale costa circa 57 miliardi di euro l’anno, il 7,3% della spesa pubblica, al di sotto della media europea, che è del 9,6%.

Nella scuola primaria il 58% degli insegnanti ha almeno 50 anni, nella secondaria di I grado e di II grado gli over 50 superano il 60%. Il fenomeno dell’invecchiamento si deve a due fattori concomitanti: se sei un insegnante, lo sei per sempre, ti piaccia o no, “protetto” a vita, ma incatenato lì fino alla pensione. D’altronde, la professione è scarsamente attraente per i giovani.

Appare un mestiere di ripiego, da combinare possibilmente con qualcosa d’altro, soprattutto se disponi di una laurea tecnica. Esiste una carriera docente, in forza della quale chi è preparato, chi ha “la vocazione” viene premiato e chi non è preparato, chi lavora poco e male viene allontanato? No. “Missionari” e “lavativi”, tutti sono pagati allo stesso modo. Gli scatti di stipendio dipendono solo dall’anzianità di servizio. Così, secondo una grezza curva di Gauss, questa classe docente si distribuisce su un 30% di “missionari con vocazione”, su un 30% di “impreparati e lavativi”, su un 40% di ventre molle. Ma in ogni scuola le percentuali variano di molto: tutti gli insegnanti e tutti gli alunni conoscono benissimo chi è preparato e motivato e chi sta lì solo per scaldare la cattedra. Ma non possono farci nulla.

Finora gli insegnanti e i loro sindacati, nonché le forze politiche che hanno una constituency elettorale nel sindacato, hanno rifiutato ogni discorso di carriera. Luigi Berlinguer aveva proposto nel 1999 uno screening di massa, sindacati d’accordo, in base al quale procedere a differenziazione di stipendi. Dopo tre mesi i sindacati gli levarono il consenso, nel 2000 Berlinguer fu dimissionato. Nel 2003 Letizia Moratti propose una carriera a tre gradini: iniziale, ordinario, esperto. È arrivato il 2025, la carriera ancora no. Il fatto è che gli insegnanti sono bravissimi a lamentare la propria caduta di stima sociale, ma i sindacati cui si iscrivono e le forze politiche cui loro danno il proprio voto non hanno nessuna intenzione di sollevarli dal declino della reputazione.

Mentre impazza la retorica sull’insegnante-educatore, sulla scuola quale spina dorsale civile e etica del Paese, mentre si lancia da qualche decennio l’allarme sull’emergenza educativa e si elogia la necessaria e benemerita missione degli insegnanti, la condizione professionale e sociale dei docenti sta peggiorando. Serve un altro tipo di preparazione, di assunzione, di carriera.

Dovrebbe essere chiaro che l’Università non prepara insegnanti. Non è il suo compito.

L’insegnante si forma solo “a bottega”, cioè in una scuola, come l’apprendista. Solo combinando studi universitari e contemporaneo praticantato nelle scuole prima della laurea, l’aspirante insegnante puo’ ottenere la laurea abilitante. Conseguita la quale, perché il suo sapere è certificato dall’Università e la sua capacità di trasmetterlo ai ragazzi è stata verificata dalle Scuole, dove ha fatto praticantato, può presentare domanda di assunzione. L’assunzione la deve fare direttamente la scuola, sotto la propria responsabilità. Se preparazione e vocazione si confermano nel corso di un tirocinio biennale, di lì in avanti scattano l’assunzione e la carriera che premia il merito, l’aggiornamento, la passione.

L’alleanza Ministero-Sindacati ha trasformato gli educatori in impiegati. I quali, per un verso, sono esposti alla pressione intrusiva delle famiglie, preoccupate di proteggere i propri figli dalla difficoltà di vivere nel mondo; per l’altro, se ne difendono con una crescente burocratizzazione cartacea e digitale. Eppure, se tuttora la scuola regge, lo si deve all’ “eroismo” di una consistente minoranza. Ma la società italiana e la scuola hanno bisogno di molti professionisti preparati e ben pagati, non di un manipolo di eroi.


giovanni cominelliGiovanni Cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.