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Uccise i figli neonati, chiesto l’ergastolo per Monia Bortolotti: “Non lasciamo che il pianto di Alice e Mattia resti ancora inascoltato”

Per la difesa l’imputata va prosciolta perché dichiarata incapace di intendere e volere. La sentenza il prossimo 13 novembre

Pedrengo. “Serve una lettura attenta e organica degli atti, se non si vuole che il pianto di Alice e di Mattia rimanga, ancora una volta, inascoltato e soffocato”. Con queste toccanti parole la pm Maria Esposito ha concluso una requisitoria durata quasi cinque ore, chiedendo l’ergastolo per Monia Bortolotti, la madre di 29 anni accusata di aver ucciso i suoi due figli di quattro e due mesi. Subito dopo la sospensione dell’udienza, pochi istanti prima che prendesse la parola la difesa, il magistrato non ha trattenuto la commozione.

La pubblica accusa ha aperto il suo intervento richiamando le statistiche sugli infanticidi: nella quasi totalità dei casi, tra zero e cinque anni, la responsabile è la madre. Per Esposito, anche quanto accaduto nella villetta di Pedrengo nel 2021 e nel 2022 rientra in questo schema ed è riconducibile a Bortolotti. L’imputata si trova ricoverata nella Rems di Castiglione delle Stiviere, ed è stata dichiarata incapace di intendere e volere al momento dei fatti dai consulenti della difesa e dai periti nominati dal tribunale. Una valutazione che non trova però tutti concordi: il consulente del pm, i medici della Rems stessa, quelli del Cps, gli psichiatri dell’ospedale Papa Giovanni e di una clinica bresciana l’hanno giudicata capace di comprendere e di agire con lucidità. “La perizia è non condivisibile, non convincente, non soddisfacente e lacunosa – rincara Esposito -. E tutti gli altri specialisti che l’hanno visitata? Hanno sbagliato tutti nel considerarla borderline, affetta da personalità istrionica e narcisistica, ma capace?”.

Normalmente, quando i periti riconoscono l’incapacità, anche il pubblico ministero si adegua e chiede l’assoluzione. In questo caso però l’accusa ha scelto la linea opposta, sostenendo che la giovane madre non solo sapeva ciò che faceva, ma non ha mai mostrato segni di pentimento. “Non è stata collaborativa, ha tendenze manipolatorie, non ha mostrato un minimo di resipiscenza, dimostrando interesse solo per se stessa e per la sua situazione. È una persona subdola e negativa”, ha scandito la pm chiedendo il massimo della pena senza attenuanti.

Le versioni contrapposte emergono soprattutto sulla morte del piccolo Mattia, avvenuta il 25 ottobre 2022. Per i medici legali nominati dalla Procura il bambino sarebbe deceduto a causa di un’insufficienza respiratoria acuta da asfissia meccanica. A confermarlo, secondo l’accusa, anche il loop recorder che gli era stato impiantato dopo un ricovero: il dispositivo registrò un minuto di tachicardia dovuta a dolore e sofferenza, seguita da una bradicardia che portò al decesso. “Mattia era sano quando fu dimesso, non aveva patologie, non aveva problemi di alimentazione. Le uniche due volte in cui furono registrate anomalie era solo con la madre”, ha sottolineato la pm. La difesa, invece, attraverso l’avvocato Luca Bosisio, sostiene che il bambino soffrisse di una rara variante genetica dal significato ancora incerto, come emerso dall’autopsia. “Possibile che non si prendano in considerazione ipotesi alternative per la morte di questi due bambini? Ciò che appare strano non è sempre inverosimile”, ha affermato il legale.

Anche sulla morte della sorellina Alice le posizioni sono opposte. La bambina era morta il 15 novembre 2021. La madre chiamò subito i soccorsi e i medici conclusero che il decesso era dovuto a un soffocamento da rigurgito di latte. Dopo la morte del fratellino, il corpo della piccola fu riesumato ma, a causa del cattivo stato di conservazione, non fu possibile eseguire un’autopsia. La pm ha sottolineato che nella culla e sui vestitini non venne trovata alcuna traccia di latte, mettendo in discussione la prima diagnosi: nei certificati medici si parla infatti di Sids, la cosiddetta morte in culla. Per la difesa invece la spiegazione è chiara e resta quella fornita dal medico intervenuto subito dopo la chiamata di soccorso.

Quando seppe che non era più possibile eseguire l’autopsia sul corpo di Alice, la donna disse al marito: “E io come faccio a scagionarmi adesso?”. Per l’accusa, questa frase dimostrerebbe lucidità, coscienza e la volontà di adottare ogni strategia pur di sottrarsi alle proprie responsabilità. “È una persona lucida, ben orientata, con un eloquio fluido e ricco, capace di manipolare persino i test psicologici che le sono stati sottoposti, grazie alle sue conoscenze di psicologia. Farsi dichiarare incapace di intendere e volere è una strategia difensiva”, ha affermato la pm.

Secondo la Procura, dopo la morte dei due figli, Monia Bortolotti avrebbe mostrato una freddezza inquietante, più concentrata sulle indagini che sul lutto. In un’intercettazione definì il procedimento a suo carico “una patata bollente”. La pm ha evidenziato anche le versioni diverse e mutevoli fornite dall’imputata rispetto ai momenti delle morti, interpretandole come il segno di una personalità manipolatoria. La difesa ribatte invece che quelle contraddizioni sono il tentativo di una madre di dare un senso a un dramma inspiegabile: “Fa diverse ipotesi, si mette in discussione, cerca risposte. Non è strategia difensiva la sua, ma sintomo di debolezza. Inoltre non confessa mai, perché a far morire i bambini non è stata lei”. Per questo, nel caso la Corte sostenesse l’imputabilità della 29enne, Bosisio ha chiesto l’assoluzione per entrambi i capi d’accusa con la formula perché il fatto non sussiste anche se, ha fatto presente, “secondo i periti del Tribunale non essendo capace di intendere e volere la mia assistita andrebbe prosciolta”.

La Corte d’Assise emetterà la sentenza il prossimo 13 novembre.

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