Quelle riforme della legge elettorale che allontanano i cittadini dalla politica
Se i partiti continueranno nella politica della scatola nera, i cittadini continueranno a votare “con i piedi”, con i quali si allontanano sempre di più dalle urne
Se la maggiore minaccia alle dittature arriva da cittadini ostinati, che pretendono di partecipare all’agone politico, quella maggiore alle democrazie proviene dai cittadini che abbandonano il campo della politica.
Esistono vari livelli di partecipazione alla cosa pubblica, ma il livello decisivo è quello elettorale. Sono arci-note le tendenze degli ultimi anni. Nelle elezioni amministrative e in quelle politiche
la percentuale dei votanti sta scendendo al 50%, ma anche più sotto.
Poiché la partecipazione elettorale è il fondamento della casa della democrazia, decisiva diviene la configurazione del meccanismo che trasforma i voti in seggi, che in Italia sono 600: 400 alla Camera, 200 al Senato. Il meccanismo è il sistema elettorale. Ora, il sospetto è che per i partiti faccia lo stesso se i 600 seggi siano eletti da 50 milioni di elettori o da 25 milioni. Ma per noi cittadini no! Per la tenuta della democrazia italiana no.
Sospetto malizioso e qualunquistico? L’avvio della rovente ma sotterranea battaglia che si sta aprendo nella camera oscura del sistema dei partiti lo sottoproduce. I partiti di maggioranza stanno impegnandosi da mesi per modificare per l’ennesima volta il sistema elettorale. Ci limitiamo qui al burocratico elenco delle leggi elettorali finora succedutesi.
Fino al 1993, sistema D’Hondt, proporzionale con preferenze multiple. Nel 1993 arriva il cosiddetto “Mattarellum” che stabilisce: 75% dei seggi scelto con sistema maggioritario uninominale a turno unico, 25% con sistema proporzionale. Dura fino al 2005, quando viene sostituito dalla Legge Calderoli: il cosiddetto “Porcellum”, un nome un programma! Si torna al sistema proporzionale, ma con premio di maggioranza alla coalizione vincente, senza soglia minima da cui farlo scattare. Però niente preferenze personali. Il partito presenta una lista, con gli eleggibili già incolonnati. Passano i primi della fila, a seconda della quantità di voti. Dopo dieci anni, nel 2014 la Corte si sveglia dal torpore, lo dichiara parzialmente incostituzionale.
Nel 2015 compare l’Italicum: prevede un premio di maggioranza per la coalizione che superi il 40%. Nel 2017 la Corte costituzionale lo corregge. E qui arriva, perciò, nel 2017, il “Rosatellum bis”, in vigore fino ad oggi. Prevede un sistema misto: il 37% dei seggi è attribuito con collegi uninominali (maggioritario secco), il 61% dei seggi attribuito con metodo proporzionale in liste bloccate (residuo pesante del Porcellum), il 2% è riservato alla circoscrizione estero. La soglia di sbarramento sta al 3% per i partiti, al 10% per le coalizioni.
Ora la maggioranza annuncia che tra un mese presenterà un nuovo sistema elettorale in vista delle elezioni di primavera del 2027.
Perché?
Giorgia Meloni teme o un pareggio con “il campo largo” o una vittoria risicata. Il rischio di larghe intese è lì davanti. Anche Elly Schlein condivide queste preoccupazioni, ma non le può confessare.
Nella maggioranza si discute anche dell’indicazione del premier sulla scheda. Ma Forza Italia e la Lega sono contrarie, perché temono di essere surclassate da Fratelli d’Italia. Quali le ipotesi sul tavolo? O il Tatarellum, che contiene una certa dose di maggioritario, trasferito dal livello regionale a quello nazionale, con indicazione del premier (perché questo metterebbe in seria difficoltà il campo largo, più di quanto ci venga messo il centro-destra) oppure il ritorno alla proporzionale, con un premio di maggioranza. A quale soglia: il 40% o il 45%?
Fin qui, l’interesse dei partiti. Ma dal punto di vita dei cittadini elettori?
Loro vorrebbero:
1. Scegliere direttamente il proprio rappresentante in un collegio uninominale;
2. Scegliere direttamente il Capo del governo (premierato) o il Presidente, che rappresenta il paese e lo governa (sistema presidenziale).
Se i partiti continueranno nella politica della scatola nera, i cittadini continueranno a votare “con i piedi”, con i quali si allontanano sempre di più dalle urne.
Giovanni Cominelli*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


