“Lo hanno lasciato morire in auto”: ecco le motivazioni della Corte d’Appello sull’omicidio Bonomelli
Per i giudici di Brescia gli imputati si erano rappresentati l’eventualità del decesso e non fecero nulla per evitarlo. Confermate le pene a 26 anni per Matteo Gherardi e Omar Poretti, a 15 per Jasmine Gervasoni e Rodolfo Gherardi
Entratico. L’aver somministrato un intero flacone di Rivotril a un 80enne, l’averlo abbandonato in macchina incosciente dopo averlo rapinato, in un parcheggio isolato, di notte, nel mese di novembre, e il non aver chiamato i soccorsi configura il reato di omicidio aggravato con dolo eventuale. Lo scrive la Corte d’Appello di Brescia nelle motivazioni con cui ha confermato le condanne a 26 anni di reclusione per Matteo Gherardi e Omar Poretti, 34 e 26 anni, e a 15 anni per Jasmine Gervasoni, 25enne compagna di Matteo, e per Rodolfo Gherardi, 69 anni, padre di quest’ultimo. Secondo i giudici, i quattro non si limitarono a rapinare Angelo Bonomelli per recuperare 350 euro, ma accettarono il rischio concreto che l’imprenditore potesse morire.
La sera del 7 novembre 2022 Matteo aveva incontrato l’anziano al bar Sintony di Entratico, dove poco dopo lo raggiunsero gli altri tre. Su indicazione di Gherardi, ritenuto la mente del gruppo, Poretti versò il farmaco nel caffè dell’80enne: solo poche gocce, secondo la difesa; un intero flacone, secondo l’accusa e il medico legale. Dopo circa un quarto d’ora Bonomelli si addormentò e fu portato, ormai incosciente, alla sua auto. Con la Freemont della vittima i tre uomini raggiunsero un parcheggio isolato nella zona industriale, seguiti da Jasmine e Rodolfo a bordo della Polo. Lì Bonomelli fu lasciato sul sedile del guidatore, mentre gli venivano sottratti orologio, denaro e cellulare.
In seguito, Gherardi, la compagna e il padre tornarono sul posto per controllare le condizioni dell’imprenditore. Per le difese questo dimostrerebbe preoccupazione; per l’accusa, al contrario, è la prova che temevano la morte dell’anziano. Nessuno però chiamò i soccorsi, nemmeno in forma anonima, né pensò di abbandonarlo in un luogo frequentato dove qualcuno avrebbe potuto aiutarlo. Secondo i giudici, se Bonomelli avesse ricevuto in tempo un antidoto, si sarebbe potuto salvare.
Gli avvocati hanno ricordato che Gherardi aveva commesso altre rapine con lo stesso metodo e che le vittime erano sopravvissute. Ma la Corte ha sottolineato come ogni situazione sia diversa: Bonomelli, a causa dell’età e della quantità di farmaco ingerita, morì per insufficienza cardio-respiratoria ed edema polmonare.
Determinante anche il comportamento successivo degli imputati: dopo la rapina rivendettero l’orologio in un compro oro, andarono a mangiare una pizza, Matteo giocò alle slot-machine. Tornarono poi al parcheggio, verificarono che Bonomelli respirava ancora e se ne andarono senza preoccuparsi di un possibile peggioramento.
Respinta la richiesta di riqualificare il fatto come morte in conseguenza di altro reato. “Appare in questo caso altamente probabile che si potesse verificare un evento letale, una situazione di quasi certezza, non certo una possibilità”, scrivono i giudici.
Confermate anche le aggravanti: il nesso teleologico, perché l’omicidio fu commesso per portare a termine la rapina; i motivi abbietti, avendo sacrificato una vita per 350 euro; l’uso di sostanze venefiche, dal momento che il Rivotril non fu impiegato come farmaco ma per agevolare il decesso. Gherardi, infine, sfruttò il rapporto di amicizia con la vittima per carpirne la fiducia e realizzare il piano.



