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“Flamingo”, la bellezza della danza nel riconoscimento delle singole identità

All’Auditorium CULT! l’ottimo lavoro del collettivo Elevator Bunker che, nella reiterazione di otto azioni coreografiche, ha mostrato un identico capace di dare spazio alle differenze

Bergamo. “Ciao, sono Mirko”. “Ciao, mi chiamo Teresa”. “Ciao, mi chiamo Jessica”. Una presentazione esplicita, verso il pubblico, che nella sua semplicità ed immediatezza, si fa dichiarazione di identità. Dichiarazioni reiterate, così come i gesti, punto di partenza di “Flamingo”, spettacolo del collettivo Elevator Bunker (una produzione Associazione Culturale Zebra / Elevator Bunker) presentato all’auditorium CULT! di Bergamo venerdì 5 settembre, all’interno della 37ª edizione di Festival Danza Estate, in un’iniziativa congiunta con Festival ORLANDO.

Già in scena, Jessica Pasetto, Mirko Tomezzoli e Teresa Noronha Feio, insieme al regista Matteo Maffesanti e l’aiuto regia Irene Cordioli, si presentano seduti sopra un divano di plastica gonfiabile, che ne fa quadro di famiglia sui generis. La finzione scenica si mescola presto alla realtà, in una prima mutazione che diventa elemento cardine dello spettacolo.

Identità che è una delle tematiche affrontate da Elevator Bunker, collettivo nato da un’idea di Maffesanti e Davide Pachera, che sviluppa una personale ricerca artistica centrata sul rapporto tra arti performative e disabilità cognitiva, oltre che, appunto, sulle tematiche dell’identità e dell’inclusione sociale.

Identità ed inclusione che passano, necessariamente, dalla ricerca, sia nel gesto che nell’esposizione verbale. “Assomiglio a Riccardo Scamarcio”, “assomiglio a Julia Roberts”, “assomiglio a Caterina Balivo”, declamano gli attori in scena, a richiamare immediatamente quell’affermazione di identità che si rifà ad altri, per avvicinare il pubblico, manifestando una pluralità che vuole ricondurre però all’importanza del singolo.

Un identico che passa anche attraverso il gesto, in otto azioni coreografiche che si ripetono e, proprio in virtù della ripetizione, si trasformano, grazie a variazioni di ritmo e dinamica. Nella reiterazione, così, si ritrova la paradossale manifestazione di differenza, di pluralità che è insita ad ogni gesto, ad ogni corpo.

Flamingo Festival Danza Estate

Attraverso il gesto, prendono forma anche ombre cinesi (grazie al light design di Luca Serafini), ulteriore scarto di senso per quelle identità che si ritrovano anche nello sguardo dell’altro.

L’identità si fa, da singolare, plurale, nell’immagine, ma anche attraverso il suono, grazie all’utilizzo di un ripetitore vocale o del lip sync. Dal gesto si passa alla sua copia, dalla voce ad una sua riproduzione elettronica, dalla coreografia singola alla copia e ripetizione.

L’identità, esplicitata all’inizio, si perde nei meandri dell’azione scenica, dalla maschera fisica, con occhiali da sole e parrucche rosse, alla danza che, nella ripetizione, trova però sempre nuova linfa, nuovi brevi scarti dal (ri)conosciuto.

Lo sguardo si abitua così a nuovi punti di vista, che trovano terreno comune nella ripetizione, ma, allo stesso tempo, vengono disorientati da ciò che è ritenuto diverso. Convenzioni che cambiano, che disorientano, come in “Bestiario Universale” e che trovano però, nel singolo, la forza dell’autodeterminazione.

Flamingo Festival Danza Estate

La danza, in questo senso, è il motore che smuove dall’immobilismo dell’identico, per farsi catalizzatore di relazioni, in sequenze che determinano l’importanza della diversità.

Una danza che si scatena, dal silenzio iniziale, fino a una dance (il paesaggio sonoro è di Davide Pachera) che racconta di desideri (anche) d’espressione.

Un gesto ampio che ritrova la propria potenza anche nei piccoli dettagli coreografici, elementi che passano quasi inosservati, ma capaci di segnare l’importante affiatamento all’interno del collettivo.

Un collettivo che guarda oltre il giudizio, richiamando un regno animale (struzzi, gufi) che è metafora e soluzione coreografica. Un passaggio segnato dal fenicottero rosa, richiamato nel titolo “per la bellezza e la grazia”, ma che rimanda ad un oltre in cui ritrovare una vera affermazione di identità.

Un’affermazione che passa da un ballo estemporaneo “sul divano di casa”, elemento di arredo sul quale trovare spazio per la diversità intrinseca ad ogni gesto e dare forma al desiderio, dalla danza ad un concerto di Ramazzotti.