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Giorgio Gori, europarlamentare del Partito Democratico, nella video intervista di Bergamo in Europa, commenta la parata militare a Pechino, la situazione politica in Francia, i problemi dell’automotive in Europa e il recente accordo tra Ue e Mercorus

La parata militare di Pechino per festeggiare gli 80 anni della fine della seconda guerra mondiale non è sicuramente un messaggio di pace al mondo, ma una dimostrazione della forza militare esibita accanto al potere economico di un mondo che si contrappone all’Occidente e ai suoi valori.

Giorgio Gori, europarlamentare del Partito Democratico, non ha dubbi in merito e lo spiega nella video intervista di Bergamo in Europa. Un appuntamento nel quale affronta anche i temi dell’economia, in particolare in questa puntata affronta il cambiamento dell’industria dell’automotive, commenta la situazione della crisi governativa della Francia, sottolinea e condivide le posizioni critiche di Draghi e smentisce le dichiarazioni della Presidente del Consiglio fatte al Meeting di Rimini. Si avvale anche della facoltà di non rispondere in merito alla foto di gruppo tra i dittatori riuniti a Pechino dove spicca anche Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio: “Sono veramente senza parole”.


La parata militare a Pechino, messaggio che preoccupa

“La parata di Pechino dà un messaggio che io leggo come una conferma – afferma Giorgio Gori -. Nel mondo di oggi che torna a misurare sulla forza e non più purtroppo sulle relazioni multilaterali gli equilibri di potere, la dimensione militare è imprescindibile. La Cina che è un colosso dal punto di vista economico mentre non lo era dal punto di vista militare, ha ritenuto necessario investire moltissimo in questi ultimi anni per darsi anche una simmetrica capacità militare”. “Come ci ha ricordato anche Mario Draghi nell’ultimo intervento che ha fatto a Rimini, la dimensione geopolitica – di cui la componente militare è un aspetto imprescindibile – è altrettanto influente. Il messaggio che arriva da Pechino è abbastanza inquietante”. La prima considerazione, secondo Gori, è “osservare le conseguenze di ciò che Trump ha fatto in questi pochi mesi”. Il presidente degli Usa “ha messo in fila una mitragliata di dazi e di tariffe che hanno colpito e fatto giustamente arrabbiare molti Paesi nel mondo. Ha sottratto la presenza degli Stati Uniti dalle organizzazioni multilaterali come le Nazioni Unite, all’OMS, al patto sul clima di Parigi. Ha tagliato gli aiuti umanitari in un modo drammatico per tantissimi Paesi del sud del mondo. Tutte queste cose creano un vuoto che qualcuno ha tutto l’interesse di riempire. E la Cina è in testa pronta a cogliere questa opportunità”.
“A Shanghai c’erano 26 Paesi che rappresentano il 40% della popolazione del mondo, circa il 25% del PIL del pianeta, con delle presenze non proprio scontate – sottolinea Gori. Il fatto che ci fosse la Russia, ormai abbiamo capito quale sia l’asse tra quei Paesi, in cui ce n’è uno che comanda (la Cina) e uno che porta omaggio (Russia). Mentre la presenza dell’India è tutt’altro che scontata. Ci sono stati molte ruggini  tra India e Cina nel recente passato. Quello che Trump sta provocando è invece per riflesso, per reazione, un’aggregazione anche tra soggetti molto diversi. Non so dire quanto sia solida questo aggregato, probabilmente permangono molte differenze e noi come Occidinte dobbiamo anche saper giocare su queste differenze, ma sicuramente è una fotografia che ci preoccupa”. Da Pechino quindi arriva “un messaggio molto cinico, visto che si trattava di una parata che metteva in mostra i muscoli militari. Un messaggio umanitario di pace, di libertà, francamente di nessuna credibilità. Certo il fatto che dall’altra parte ci sia un Occidente così diviso – come è oggi tra Europa e Stati Uniti – è un problema molto grosso”.


D’Alema a Pechino

Alla parata militare di Pechino c’era anche l’ex presidente del Consiglio, Massimo D’Alema. Gori: “Mi vorrei avvalere del diritto di non rispondere a questa domanda. Sono veramente senza parole”.


Automotive in crisi, ma le imprese italiane stanno già riconvertendo

Le fabbriche di Stellantis in Italia sono ormai al minimo, la situazione Mirafiori, Cassino, Melzio e Bominiano non annunciano nulla di buono. Dopo la vendita di Iveco, l’Italia deve  dire addio anche all’automotive?

“La situazione complicata che riguarda l’automotive europeo nel suo complesso – e di cui Stellantis è un sotto problema più grave – è quella di una sovraccapacità produttive – risponde Gori -. La domanda di automobili in Europa è drasticamente scesa: eravamo a 18 milioni di vetture, siamo a 12 milioni circa. Quindi abbiamo molti stabilimenti che sono o fermi o che stanno funzionando a mezzo regime. Per questo dobbiamo immaginare in una inevitabile ristrutturazione del mercato dell’automobile europea, facilitando delle aggregazioni tra i diversi gruppi perché sono ancora troppi probabilmente i produttori europei per riuscire ad essere competitivi su scala globale. Dobbiamo da una parte tutelare i lavoratori nei modi più efficaci, dall’altra rimane molto importante la posizione dei fornitori – perché noi abbiamo ormai praticamente soltanto mezzo produttore che è appunto Stellantis, che è più francese che italiano – ma abbiamo moltissima componentistica anche a Bergamo ed in Lombardia. Da questo punto di vista l’esito dei negoziati USA-UE sull’automotive è messo meno male rispetto ad altri settori. Anzi diciamo che la Germania si è impegnata molto perché l’auto uscisse il meglio possibile da quella trattativa e di riflesso questo potrebbe essere una buona notizia per chi è un fornitore di quelle aziende automobilistiche. Nel frattempo questo si incrocia di nuovo con la regolamentazione, con quale strada prendere? Tutto elettrico oppure neutralità tecnologica? C’è spazio davvero al di là delle chiacchiere per altre tecnologie che siano competitive? Che cosa vuole il mercato? Siamo in grado di ridurre i prezzi? Insomma, ci sono tante domande alle quali dobbiamo rispondere, però prima bisogna inquadrare quella cornice che dicevo prima, cioè dobbiamo sapere che in ogni caso, anche se tornassimo ad essere più competitivi, non torneremo ai numeri di qualche anno fa”.


L’accordo Ue-Mercosur: prima risposta ai dazi di Trump

“Ci sono voluti 20 anni di lavoro e negoziazione, ma l’area di libero scambio tra America Latina – ovvero il Mercosur, come l’accordo è generalmente noto – ed Europa è oggi realtà. Parlamento e paesi membri saranno ora chiamati a ratificare l’accordo concluso in queste ore dalla Commissione Europea” osserva Gori.

“Si stima che l’accordo possa aumentare le esportazioni annuali dell’UE verso il Mercosur fino al 39% (49 miliardi di euro) sostenendo oltre 440.000 posti di lavoro in tutta Europa. Ridurrà le tariffe del Mercosur per le esportazioni dell’UE, anche sui principali prodotti industriali, come le automobili (attualmente il 35%), i macchinari (14-20%) e i prodotti farmaceutici (fino al 14%). Non solo. Proteggerà i prodotti di qualità UE, limitando nel contempo le importazioni agroalimentari preferenziali dal Mercosur a una frazione della produzione europea. Oltre al Mercosur, la UE conclude anche un accordo commerciale migliorativo con il Messico, verso il quale l’Europa già esporta ogni anno merci per un valore di 70miliardi di euro grazie a un accordo siglato nel 2000”.

“È una prima risposta, necessaria, per costruire nuove destinazioni per i prodotti europei, soprattutto alla luce della stupida guerra commerciale imposta da Donald Trump – conclude Gori -. L’auspicio è che l’Europa intensifichi ora i negoziati – già in corso – con Australia, Indonesia, India, Thailandia e Filippine: solo allargando il nostro sguardo possiamo mettere imprese e consumatori al riparo dalle incertezze del nostro tempo”.