Operaio travolto e morto dopo l’incidente sui binari: “Mancava l’operatore a terra”
A processo per l’omicidio colposo di Raffaele Iannotta i due amministratori unici delle ditte che avevano l’appalto da Rfi, il dipendente che manovrava il locomotore e il capocantiere
Treviglio. “Ero davanti a Raffaele Iannotta a una distanza di circa dieci metri. A un tratto ho sentito altri operai gridare “Ferma! Ferma!”. Mi sono girato e ho visto che il mio collega e la boscolatrice che stava utilizzando per serrare gli attacchi tra i binari e le traversine non c’erano più. Sono corso e l’ho trovato giù dalla scarpata ferroviaria: aveva un piede tranciato e il macchinario ribaltato emetteva molto fumo. Ho capito dopo che era stato investito dal locomotore”. È la drammatica testimonianza di Antonio Testa, operaio della Gefer Spa di Roma, al processo per la morte di Iannotta, 64 anni, deceduto in ospedale un mese dopo l’incidente.
Quella notte del 23 novembre 2020, l’operaio venne soccorso in elicottero lungo la linea ferroviaria tra Romano di Lombardia e Treviglio, e trasportato all’ospedale di Varese. Erano mesi di piena emergenza Covid: al tampone risultò positivo, seppur asintomatico, e fu ricoverato in terapia intensiva insieme ad altri pazienti affetti da Coronavirus. Operato d’urgenza, non si riprese più e morì circa un mese dopo. Le cause del decesso restano al centro del dibattito processuale. Per la difesa a provocarlo fu il virus, mentre secondo l’accusa e la parte civile il Covid aggravò condizioni fisiche già compromesse dal grave infortunio.
A processo ci sono E.R. e C.R., all’epoca amministratori unici di Gcf e Gefer, le due ditte che avevano in appalto il rinnovo dei binari, insieme al macchinista G.C. e al capocantiere G.P. Tutti devono rispondere di omicidio colposo. I due amministratori erano già stati assolti in via definitiva in un procedimento parallelo per violazioni delle norme sulla sicurezza.
Nell’udienza di mercoledì 3 settembre sono stati ascoltati due operai, l’ispettore della Polfer di Treviglio e un ingegnere dell’Ispettorato del lavoro di Bergamo. Le deposizioni dei colleghi della vittima divergono su un punto cruciale: la distanza tra Iannotta e il locomotore al momento dell’incidente. Secondo Testa si trovava a tre metri, mentre per Giuseppe Trano, operaio caposquadra, la distanza era di una cinquantina di metri.
Un altro nodo riguarda il rispetto delle procedure Rfi, che prevedono che il locomotore si muova soltanto dopo l’ok di un operatore a terra. Trano ha dichiarato che quella notte nessuno diede quell’ordine al macchinista. Dello stesso parere anche l’ingegnere dell’Ispettorato del lavoro, Alberto Serra, che nella sua relazione, redatta dopo sopralluoghi sul luogo dell’incidente e in un cantiere analogo nel bresciano, ha sottolineato come il rumore dei macchinari renda indispensabile quella figura di coordinamento: “Se vengono seguite le procedure nessuno si fa male. Il macchinista quella sera doveva aspettare il segnale prima di muoversi. Se non lo riceveva, doveva restare fermo”.
Un punto ribadito anche dall’ispettore della Polfer, Giovanni Strazzeri: “Il locomotore, per la sua conformazione, ha una visibilità ridotta per circa sette metri: è proprio per questo che deve affidarsi alle indicazioni dell’operatore a terra”.
La prossima udienza è fissata per il 21 ottobre, quando verranno ascoltati gli ultimi testimoni dell’accusa e i consulenti tecnici chiamati a chiarire le cause effettive della morte di Iannotta.



