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Artigiani della Pace, il nostro impegno con il popolo palestinese

“Artigiani della Pace” è un progetto nato dalla collaborazione tra l’Associazione Percorsi di Vita (www.percorsidivita.it) e la pastorale giovanile dei gesuiti (www.magis-eum.org ) a cui hanno aderito 24 giovani da varie parti d’Italia. Un totale di 15 giorni vissuti in Terra Santa di cui 11 di servizio e volontariato in varie realtà dei Territori Occupati

È  con ancora il cuore pieno delle emozioni, dei volti, delle storie ascoltate e del servizio svolto nel Territorio Occupato della Cisgiordania (Palestina) che scrivo queste righe da Gerusalemme prima di rientrare in Italia, prima Bergamo e poi Palermo, nei prossimi giorni.

“Artigiani della Pace” è un progetto nato dalla collaborazione tra l’Associazione Percorsi di Vita (www.percorsidivita.it) e la pastorale giovanile dei gesuiti (www.magis-eum.org ) a cui hanno aderito 24 giovani da varie parti d’Italia. Un totale di 15 giorni vissuti in Terra Santa di cui 11 di servizio e volontariato in varie realtà dei Territori Occupati: Jenin, Zababde, Taybe, Nablus e la campagna di Betlemme presso la Tenda delle Nazioni. Un tempo di immersione nella vita ordinaria delle persone del luogo, di servizio di animazione con bambini e giovani, ma anche anziani e lavoro manuale nelle diverse strutture.

Personalmente sono stato a Nablus, una delle città più storiche del Medio Oriente (l’antica Sichem della Bibbia) all’Associazione Human Support Association, interamente gestita e animata da ragazzi mussulmani. A prescindere dai diversi luoghi di servizio e di immersione nelle realtà locali ci sono stati dei tratti comuni: la percezione di una occupazione pervasiva, oppressiva, violenta e sistematica ad opera dell’esercito e dei coloni illegali, la crisi economica e la crescente povertà diffusa a motivo dei vari aspetti dell’occupazione (blocco del commercio, della produzione, dei flussi finanziari, della possibilità di movimento, la limitazione dei permessi di lavoro, ecc.), la crescente frustrazione e mancanza di prospettive future per la gente e i giovani, la precarietà quotidiana.

In questo clima siamo stati accolti con tanta gioia e affetto perché hanno percepito con la nostra presenza di non essere dimenticati, che qualcuno li vede e li ascolta. Noi da parte nostra abbiamo portato spensieratezza (è quello che ci chiedevano) vicinanza, ascolto, compagnia, gioia, attività fuori dal loro ordinario, oltre che un po’ di sostegno economico. Pensavamo di trasmettere forza e resilienza. Invece ce l’hanno trasmessa loro.

 

 

Abbiamo incontrato tante persone che ci hanno testimoniato una grande capacità di resilienza, coraggio, bontà, impegno, generosità in mezzo a mille fatiche e sacrifici.

E poi tanta vitalità, bambini e adolescenti, con una grande voglia di vita, di futuro. Una vitalità e un desiderio di vita che spesso non vediamo nei nostri ragazzi della stessa età.

Tra le testimonianze più toccanti sono state quelle a uno dei tre campi profughi di Nablus, Askara camp, 13.000 persone circa ammassati in costruzioni spontanee in pochissimo spazio dove ci hanno raccontato la quotidiana vita difficile sempre sotto minaccia dell’esercito, in cui ogni famiglia ha un morto o un carcerato o un ferito a causa dell’occupazione. Vivono con la certezza e la paura che nelle prossime settimane faranno la fine che pochi mesi fa è toccata ai campi profughi di Jenin e Tulkare, cioè spazzati via, evacuati dall’esercito israeliano rendendo migliaia di persone profughi senza casa all’interno della Cisgiordania stessa.

E poi ancora, 40 persone, maschi dai 25 ai 65 anni, abitanti di Gaza che il 7 ottobre di due anni fa erano a lavorare fuori Gaza e che non possono rientrare, che hanno perso lavoro e stipendio e che da quel tempo vivono accampati negli spogliatoi dello stadio di Nablus. Da due anni non vedono le famiglie, mogli, figli, genitori, parenti e vedono dai telegiornali le loro case bombardate, scoprono la morte dei loro cari e di quelli vivi hanno solo un contatto saltuario via videochiamata. Alcuni avevano figli di pochi mesi quando è scoppiata la guerra e i figli non li riconoscono. Altri, viceversa, per la malnutrizione non riconoscono i propri figli. Storie drammatiche, assurde, tristi. Eppure il messaggio finale che ci hanno consegnato di salutarli è stato: noi amiamo la vita, vogliamo vivere, in pace, con tutti. Vogliamo vivere!

Nei nostri momenti quotidiani di meditazione rielaboravamo tutti questi incontri, tutte le emozioni accumulate durante il giorno da quando la mattina iniziavamo le attività con i bambini per continuare al pomeriggio con gli adolescenti e alla sera con i ragazzi più grandi, con le famiglie, con gli amici, con le testimonianze.

Una volta rientrati a Gerusalemme ci siamo ritrovati con tutti degli altri gruppi per condividere le diverse esperienze e le riflessioni e quanto questo parlasse alla nostra vita. Oltre alla visita dei luoghi significativi di Gerusalemme e le relative meditazioni abbiamo continuato a incontrare persone, su tutte il Patriarca Pizzaballa che ci ha consegnato la sua chiave di lettura della situazione – che è tragica – e continuerà ad esserlo per molto tempo, che l’eventuale fine della guerra non vorrà dire che il conflitto sia terminato, che le parti in causa offrono a quanti combattono e vogliono la guerra delle narrazioni ideologiche ma solide a cui aggrapparsi e quindi serve ai cristiani una narrazione, una teologia, una spiritualità ben fondata ed incarnata per combattere l’ideologia della guerra.
Inoltre ci ha consegnato una meditazione circa la presenza pervasiva e potente del male con il quale ci si confronta tutti i giorni a Gaza a partire dal capitolo 12 dell’Apocalisse, del Drago che devasta ma non può nulla di fronte alla “vergine che partorisce un figlio” che per lui è la capacità di costruire relazioni di qualità e generative dal basso.

Abbiamo incontrato anche un ex-soldato israeliano dell’organizzazione Breaking the Silence (www.breakingthesilence.org.il) il quale ci ha spiegato la psicologia del soldato medio e della maggioranza della popolazione che sostengono e giustificano le stragi e le distruzioni a Gaza, ma anche di tanti ragazzi che rifiutano la leva militare per non essere complici di questo eccidio o dei tanti che hanno problemi psicologici di ritorno da Gaza.

Un’esperienza per noi coinvolgente, profonda, in ogni suo aspetto. Un’esperienza ci ha smosso tante emozioni, riflessioni, desideri, consapevolezze, insieme al desiderio di continuare nel nostro piccolo a seminare amore, speranza, vicinanza, con piccoli gesti concreti, come degli “Artigiani della Pace”.