La recensione
“Kneecap”, la forza identitaria della lingua declinata con irruenza rap
Nella Belfast Post-Troubles, emerge il turbolento trio rap Kneecap, che getta le basi per la rinascita della lingua irlandese contro l’establishment. Liam Óg e Naoise, insieme all’insegnante JJ, diventano un simbolo politico e la voce di sfida della gioventù irlandese inquieta.
Titolo: Kneecap
Titolo originale: Kneecap
Regia: Rich Peppiatt
Paese di produzione / anno / durata: Irlanda, Gran Bretagna / 2024 / 105 min.
Sceneggiatura: Rich Peppiatt, Mo Chara, Móglaí Bap
Fotografia: Ryan Kernaghan
Montaggio: Chris Gill, Julian Ulrichs
Suono: Michale “Mikey J” Asante
Cast: Liam Óg Ó hAnnaidh (Mo Chara), Naoise Ó Cairealláin (Móglaí Bap), J. J. Ó Dochartaigh (DJ Próvaí), Michael Fassbender, Josie Walker, Fionnuala Flaherty, Jessica Reynolds, Adam Best, Simone Kirby
Produzione: BFI, Fine Point Films, Mother Tongues Films, TG4, Northern Ireland Screen’s, Irish Language Broadcast, Fund and Screen Fund, Coimisiún na Meán, Fís Éireann / Screen Ireland, Great Point Media
Distribuzione: Europictures
Programmazione: Capitol Bergamo
La lingua e la parola come strumento di denuncia e di identità, elemento cardine contro una colonizzazione (anche) culturale e l’omologazione imperante. La parola detta, scandita e cantata è al centro di “Kneecap”, film del regista irlandese Rich Peppiatt, che affronta un discorso identitario e generazionale a ritmo hip hop.
La pellicola, al cinema dal 28 agosto, mostra infatti la vicenda dei Kneecap, reale trio rap che utilizza la lingua irlandese come strumento contro l’establishment. “Ogni parola detta in irlandese è un proiettile sparato per la libertà” ripete come un mantra Arlo (Michael Fassbender), ex membro dell’Ira in clandestinità, al figlio Naoise Ó Cairealláin (che interpreta sé stesso). Naoise e Liam (anche lui nei panni di sé stesso), piccoli spacciatori, sono accomunati dal loro legame per le origini irlandesi e per il desiderio di esprimersi attraverso il rap. Quando Liam viene arrestato ad un rave party, rifiutandosi di parlare inglese di fronte alla polizia, entra in contatto con JJ Ó Dochartaigh (sé stesso), professore di musica chiamato a fare da interprete durante l’interrogatorio. Un incontro casuale, grazie al quale, complice la passione comune per la lingua irlandese, nasce il gruppo dei Kneecap. JJ inizia a creare le strumentali per i due ragazzi, coprendosi sempre il volto con un balaclava con i colori della bandiera irlandese, durante le serate, per non farsi riconoscere. La musica, declinata in chiave giovanile, diventa così strumento di lotta, attraverso un immaginario non convenzionale che, di fatto, aiuta nella legittimazione della lingua irlandese come parte delle lingue ufficiali del Regno Unito. Una lotta che, a livelli diversi, occupa anche Caitlin (Fionnuala Flaherty), compagna di JJ, che avrà difficoltà a capire le motivazioni del marito, fino a quando non scoprirà che entrambi utilizzano strumenti diversi per una comune battaglia.
Liam, Naoise e JJ portano così su pellicola un meccanismo di identificazione totale, un gruppo rap fortemente identitario che interpreta sé stesso per fissare, con altro medium, il fascino e la potenza di una musica capace di farsi strumento immediato di trasmissione e rivendicazione di identità.
Il meccanismo a specchio del film semplifica il tratto identitario, ma è anche in grado, grazie all’abilità dei protagonisti, di trasmettere autenticità ed energia, senza cedere a compromessi. “Kneecap” si fa biopic contemporaneo, dove il fattore identitario si muove in un immaginario iperattivo di musica, violenze, droga e sesso. Una nera commedia musicale che, tra azione, inserti d’animazione e assurdo (come uno scontro tra frasi patriottiche durante un amplesso), posa lo sguardo su una gioventù ed una comunità operaia predestinata all’oblio, che trova, nella riscoperta della propria lingua madre, uno strumento concreto e vivo di riscatto e un segnale d’appartenenza.
Peppiatt, con la fotografia di Ryan Kernaghan e il montaggio di Julian Ulrichs e Chris Gill, descrivono una psichedelia frenetica composta da split screen, elementi in stopmotion e flash forward da VHS, ispirata anche dall’iperattività anarchica mostrata da Danny Boyle, oltre che dall’estetica da videoclip di inizio anni Duemila e dall’origin story hip hop di “8 Mile”, con il quartiere Gaeltacht di Belfast a sostituire la decadente 8 Mile Road.
I Kneecap si fanno portavoce e simbolo della generazione figlia dei Troubles tra repubblicani cattolici e protestanti fedeli al Regno Unito ad inizio anni Novanta, una generazione che cresce in un’Irlanda del Nord che prova a sopravvivere, mai rassegnata, tra violenza e discriminazione, dando forma al disagio attraverso la lingua, primo forte simbolo di riconoscimento. Liam Óg Ó hAnnaidh (in arte Mo Chara), Naoise Ó Cairealláin (Móglaí Bap) e J. J. Ó Dochartaigh (DJ Próvaí) urlano nel microfono e nella macchina da presa tutta la loro rabbia e l’irruenza giovanile che, tra droghe e nette prese di posizioni politiche (recente l’accusa di terrorismo nei confronti di Liam, dopo essersi mostrato ad un concerto con la bandiera di Hezbollah), racconta il presente per cercare un nuovo futuro, denunciando un’oppressione anche culturale.
Il termine “Kneecap” indica la “gambizzazione”, punizione inflitta agli spacciatori da parte di gruppi paramilitari, ma anche il motto “non la penso così”: declina così violenza e desiderio di autoaffermazione, contro ogni sistema oppressivo. Non cerca giustificazioni, “Kneecap”, compiendosi nell’urgenza di declamare la propria tradizione e la propria identità. Gli strumenti cambiano, come i tempi, ma la potenza del linguaggio rimane tale, come ben incarnato dalla figura di JJ, professore che rivendica le proprie idee anche con messaggi espliciti scritti sulle natiche. Il folk ha unito e tenuto in vita la tradizione linguistica e culturale per secoli: adesso anche il rap ne rivendica la comune forza identitaria.

