Se il nuovo autoritarismo libertario si fonda sul dominio e sulla paura, la sfida democratica del futuro può nascere solo da qui: da una politica della pace, capace di ridare voce alle persone, di sciogliere le catene invisibili della dipendenza economica e digitale
Viviamo in un’epoca segnata da una trasformazione radicale del rapporto tra verità, potere e comunicazione. La realtà sembra essersi dissolta in un flusso continuo di immagini, messaggi e notizie che non contano più per la loro veridicità, ma per la loro efficacia.
Rumors, pettegolezzi, mezze verità circolano senza che sia più rilevante la distinzione tra ciò che è reale e ciò che è falso. Conta soltanto la loro utilità: generare consenso, alimentare emozioni, occupare lo spazio pubblico. In questa atmosfera di post-verità, il dibattito politico non si misura sui fatti ma sulla capacità di sedurre e polarizzare.
È all’interno di questa cornice che si afferma una nuova forma di potere. Diversa dai totalitarismi del Novecento, essa non ha bisogno di manganelli e repressione, né si
richiama a ideologie forti come il fascismo o il comunismo. È un autoritarismo più sottile, che assume la maschera della libertà: un libertarismo elitario e antidemocratico, che si presenta come difesa dell’individuo ma che, in realtà, concentra potere nelle mani di pochi e moltiplica i meccanismi di sorveglianza.
La promessa è la libertà senza vincoli, ma la realtà è un controllo sociale capillare, reso possibile dalla tecnologia digitale e dal dominio delle piattaforme. L’apparente “assenza di regole” convive con un regime invisibile di regole non negoziabili, inscritte negli algoritmi che organizzano le nostre vite.
Oltre il neoliberismo
La svolta è stata resa visibile dal trumpismo, ma non riguarda soltanto gli Stati Uniti. In gran parte dell’Occidente – e progressivamente anche altrove – si è diffuso un nuovo modo di governare. Non ci troviamo più di fronte alla semplice logica neoliberista della deregulation e del libero mercato: ciò che emerge è una forma inedita di statalismo selettivo, che concentra risorse e potere politico in nome del mercato stesso.
È una contraddizione solo apparente: si proclama la centralità del mercato, ma in realtà si ricorre allo Stato per garantire la sopravvivenza di grandi interessi economici e tecnologici. Durante la crisi finanziaria del 2008, i governi hanno salvato banche e colossi industriali in nome della stabilità; nella pandemia, lo Stato è intervenuto per sostenere le piattaforme e i grandi operatori digitali; oggi, la stessa logica si applica alla transizione energetica e alla guerra. Il potere politico non arretra: si ridefinisce come garante di élite finanziarie e tecnologiche.
In questo quadro, il concetto di neo-feudalesimo, elaborato da Yanis Varoufakis, diventa sempre più convincente. Le nuove oligarchie globali assomigliano a signori medievali che governano feudi digitali. I cittadini, legati a piattaforme, abbonamenti, servizi indispensabili, assomigliano sempre più a sudditi.
La proprietà privata, che per secoli è stata fondamento dell’indipendenza individuale e motore della cittadinanza democratica, si svuota. Le auto non si comprano più, si
finanziano o si noleggiano; i telefoni cellulari non sono più posseduti, ma legati a sistemi operativi e cloud che impongono aggiornamenti e vincoli; persino la musica e i libri diventano licenze temporanee, non beni da custodire. La logica è quella della dipendenza permanente. Siamo di fronte a un feudalesimo economico, dove ciò che appare come libertà di scelta è, in realtà, una nuova forma di servitù volontaria.
Il potere del linguaggio
Il nuovo autoritarismo non si fonda sulla censura esplicita, ma sull’uso strategico del linguaggio. Come aveva intuito già Hannah Arendt, la menzogna sistematica può diventare più efficace della violenza. Oggi basta saturare lo spazio pubblico con narrazioni manipolatorie perché la verità diventi irriconoscibile.
Il linguaggio non serve a chiarire, ma a confondere; non a informare, ma a polarizzare; non a costruire un terreno comune, ma a creare appartenenze tribali. Le fake news non vanno lette come deviazioni accidentali, ma come strumenti politici deliberati. In questo senso, il potere contemporaneo agisce cercando di controllare il mondo attraverso le parole.
Qui si inserisce l’analisi di Byung-Chul Han, uno dei filosofi più lucidi del nostro presente. Nei suoi scritti, dal Nello sciame a Psicopolitica, Han mostra come il potere contemporaneo non operi più attraverso la repressione esterna, ma attraverso un controllo interno, che sfrutta la nostra stessa libertà. Non ci viene imposto di tacere: siamo noi a parlare senza sosta, a esibirci sui social, a consegnare spontaneamente i nostri dati. La logica del potere è diventata seduttiva e auto-espositiva: non costringe, ma attrae; non censura, ma satura.
Han osserva che il nuovo regime comunicativo non produce silenzio, ma rumore. È un potere che non teme la parola, anzi la incoraggia, perché sa che nell’abbondanza di discorsi si perde la possibilità di un linguaggio critico. Il cittadino non è più represso, ma trasformato in “imprenditore di sé stesso”, che offre volontariamente la propria vita al mercato digitale. Così, il linguaggio diventa strumento di consenso, non di opposizione.
Oltre la democrazia?
La questione più radicale riguarda la democrazia stessa. Siamo di fronte a un lento svuotamento delle sue istituzioni. Oltre che a colpi di Stato o colpi di mano autoritari, si
innesca ovunque e anche da noi un processo graduale, quasi impercettibile, di marginalizzazione della sovranità popolare.
Le istituzioni democratiche restano in piedi, ma ridotte. Le decisioni effettive si prendono altrove: nei Consigli di amministrazione, nei flussi finanziari, negli algoritmi che regolano la visibilità delle informazioni e l’accesso alle opportunità. La democrazia formale sopravvive, ma si trasforma in pura liturgia, mentre il potere reale si colloca in spazi opachi, inaccessibili ai cittadini.
La sfida: decostruire e proporre pace
Di fronte a questo scenario, la reazione non può limitarsi alla nostalgia del passato o alla difesa sterile delle vecchie forme politiche. È necessario un lavoro di decostruzione
critica: smontare i meccanismi che vengono presentati come inevitabili, svelare i legami nascosti tra economia, tecnologia e potere, restituire alle persone la capacità di pensare alternative.
Ma non basta decostruire: occorre anche ricostruire un orizzonte di senso condiviso. Una nuova narrazione politica che riparta da ciò che oggi appare più fragile e più urgente: i diritti umani concreti – al lavoro dignitoso, alla salute, all’abitare, all’istruzione – e soprattutto la pace. Non la pace come semplice cessazione delle ostilità, ma come progetto positivo: giustizia sociale, dignità, uguaglianza, riconoscimento reciproco. In un mondo fondato sul conflitto e sulla paura, parlare di pace non è un esercizio retorico: è un gesto sovversivo, un atto di resistenza.
Se il nuovo autoritarismo libertario si fonda sul dominio e sulla paura, la sfida democratica del futuro può nascere solo da qui: da una politica della pace, capace di ridare voce alle persone, di sciogliere le catene invisibili della dipendenza economica e digitale, e di immaginare comunità fondate non sulla sorveglianza e sull’ansia, ma sulla dignità condivisa.


