Gli 80 anni di Bonicelli: “Volevo fare il prete, giornalista per quel genio di Feltri. Ai giovani dico meno social, uccidono il pensiero critico”
Il 23 agosto 1945 nacque lo storico direttore di Araberara. Dall’esperienza in seminario a quella da sindaco: “Mi piaceva risolvere i problemi, un politico che parla e basta lo riconosco subito. Io vecchio? Montanelli scrisse fino alla morte. Io l’ho vista da vicino: su quell’elicottero alle Cascate del Serio dovevo esserci io”
Oggi, sabato 23 agosto, Piero Bonicelli compie ottant’anni. Nella sua vita, ci confida, ha avuto tre vocazioni: “La prima non l’ho realizzata, era di diventare prete: sarei stato un bravo parroco. Le altre due sì: insegnare e fare il giornalista”.
Scalvino d’origine, lo abbiamo intervistato a Clusone nella sede di Araberara, il bisettimanale della Val Seriana e del Sebino che dirige da quasi quarant’anni.
Direttore, qual è il ruolo del giornalista?
Il giornalismo è bello perché s’incontrano un sacco di persone che ti raccontano la loro storia. E raccontarle serve anche se non sempre si dice tutta la verità:l’onestà intellettuale del giornalistaè scrivere quello che ha visto. Da posizioni diverse, si vedono cose diverse. Quello che scriviamo non è la Bibbia. Il lavoro del giornalista è verificare, ricercare più campane e comporre la cosa: questa è la cronaca. I social sono troppo semplificatori, abbassano la capacità delle persone di pensare. Lì il giudizio è immediato, c’è un analfabetismodi ritornoimpressionante.
“Il giornalismo è bello perché un sacco di persone ti raccontano la loro storia. Sui social vige la legge del giudizio immediato”
Lei è stato anche amministratore, per 15 anni sindaco di Vilminore.
La prima volta che ci presentammo fu una batosta, poi fummo eletti per tre mandati consecutivi. Nei miei consigli comunali c’erano sempre 60/70 persone: erano la domenica mattina alle 9, alle 11 c’era la messa. Riempivamo la sala perchè spiegavamo quello che stavamo facendo e quello che volevamo fare. Iniziai a pavimentare le piazze del paese: mi dissero che buttavo i soldi in terra, ma quando finii il lavoro la gente si vergognava di avere delle facciate così brutte con piazze così belle e iniziarono a rifarle tutte.
“Fare il sindaco mi piaceva perchè potevo risolvere problemi”
Per 10 anni ho fatto anche il consigliere provinciale, ma la politica mi è sempre interessata fino a un certo punto. Mi piaceva essere il sindaco perchè potevo risolvere problemi: dei giochi politici non me n’è mai fregato niente. Ne ho visti molti, di politici: vedo subito quelli che arrivano al sodoe quelli che parlano e basta.
Nel frattempo è diventato direttore del giornale di Bergamo.
Nacque come Bergamo-oggi, bisognerebbe fare la storia del secondo quotidiano bergamasco. Ha sempre vissuto male, cambiando nome diverse volte. Per un giornale laico era difficile tenere il passo dell’Eco: il giornale cattolico aveva le parrocchie che lo diffondevano, era radicato a livello popolare. Noi eravamo una voce alternativa.
“Eravamo una voce alternativa”
Per un paio di anni il direttore è stato Vittorio Feltri.
Feltri lo ha portato a punte di 7 mila copie. Una cosa fuori di testa. Vittorio era un genio, ha rivoluzionato il giornale. Ora mi sembra che gli abbiano appiccicato addosso il ruolo del provocatore, rischia di diventare una macchietta. Non lo merita, è un genio del giornalismo: fiutava la notizia, quella che gli altri non avevano. Si sarebbe meritato di arrivare a dirigere il Corriere, la sua più grande ambizione. A parer mio ha fatto un passo sbagliato, andare a dirigere l’Indipendente che era troppo schierato.
Vittorio FeltriCome arrivò lei al giornale?
Mandai un articoletto alla redazione. Feltri mi fece chiamare in città, mi presentai e mi disse di iniziare a scrivere una rubrica. Scelsi di intitolarla “Cronache di Estrema Provincia”: mi rifacevo a Cicerone che quando era stato capo di una provincia romana lontana mandava le lettere di “Estrema Provincia”.Al Bergamo-oggi andavamo a cena tutte le sere, un gruppo ristretto: quelli che non venivano a mangiare erano quelli che Feltri non stimava.
“Il disastro delle Cascate del Serio? Su quell’elicottero sarei dovuto esserci io”
Un giorno c’era la Festa dell’Unità in Città Alta. Mi disse: “Portami una storia”. In mezzo al trambusto c’era un tavolone vuoto: in fondo, seduto da solo, il mio vecchio professore di latino. Non lo vedevo da una vita. Raccontai la sua storia: la solitudine nella grande festa. Nel 1984 il direttore mi mandò alle Cascate del Serio: dovevo salire in elicottero, c’era un posto dedicato ai giornalisti. Ma non dovevo fare cronaca, ma trovare una storia: decisi di salire camminando. Una volta arrivato mi piazzai sul pratone. Vidi gli elicotteri arrivare. Ad un certo punto, uno dei due sbatte contro un palorcio (una fune di ferro con funzioni di trasporto, ndr) e cade in un boschetto a 100 metri da me: i quattro a bordo morirono nell’impatto. Corsi in mezzo alla gente, lo ricordo bene: su quell’elicottero sarei dovuto esserci io.
“Araberara? Il nome arriva da una filastrocca”
Dopo radio e tv è arrivato Araberara.
Mi mancava solo di fondare un giornale. Volevo avere un titolo strano: “Araberara” salta fuori da una filastrocca che ho ritrovato in molti posti, da Tavernola a Vilminore, passando per Gromo e Leffe. La storia di una principessa, Ara, adottatadalla famiglia Cornarodi Venezia,ambasciatore al Ducato di Milano. Bellissima, Ara. A Milano c’era un principescapestrato di nome Marino: un prepotente, che la fa rapire e dopo un po’ la uccide. I cantastorie hanno iniziato a raccontare la sua storia, cantavano: “Ara-bella-ara”. Araberara. Con il tempo si sono diffuse varie versioni, i vari paesi fecero propria la filastrocca e la modificarono. Un po’ come in un giornale: raccontiamo storie che domani potrebbero anche ribaltarsi.
Siete entrati nel 39° anno di Araberara.
Eravamo un gruppo di volontari, nel 1987 siamo riusciti ad iniziare a stamparlo. Avevamo l’ambizione di diventare un settimanale, lo stiamo ancora studiando. In 64 pagine non riusciamo più a farci stare tutto, dobbiamo tralasciare tante cose. Ora stiamo valutando, magari è la volta buona.
“Il cartaceo reggerà, troverà una sua nicchia”
Avete anche lanciato una forma grafica nuova sul web.
Sì, ma questo lo sapete meglio voi di me. Io sono legato alla carta, anche se sono oggettivamente pessimista. Ma vi dico una cosa: il cartaceo reggerà. Non più con i numeri, lo si vede per i quotidiani nazionali: Repubblica e Corriere prima concorrevano sulle 600mila copie, oggi sulle 100mila. Ma avrà una sua nicchia.
“Il ritmo della natura è lento, ma inesorabile. Oggi sembra che i giovani corrano a morire e non sanno neanche il perchè”
Cosa vede nelle nuove generazioni?
Il mondo nuovo è fatto dai social, da YouTube, dai podcast. I giovani conoscono tutto attraverso il telefono: o meglio, si illudono di poter sapere tutto. La mia generazione è passata dalla società contadina a quella industriale, anche noi abbiamo vissuto una rottura netta. Mio padre era un minatore, ma possedeva anche delle mucche: io e i miei fratelli da giovani non lo capivamo, però dopo abbiamo recuperato. Se non avessimo capito cosa era stata la civiltà contadina, come avremmo potuto comprendere la rivoluzione industriale? Il digitale è stato una nuova rivoluzione, si vede una nuova spaccatura. Il mio avvertimento ai giovani è questo: non ricommettete l’errore che abbiamo fatto noi,abbandonando tuttoe pentendoci amaramente dopo. Di recente ho parlato con un 90enne, ancora lucidissimo. Mi ha detto, “è la fretta che li rovina”. Ha ragione, guardate la natura:ha i suoi tempi, si riprende tutto prima o dopo. Il ritmo della natura è lento ma inesorabile. La mia generazione, nel bene o nel male, aveva un obiettivo: oggi sembra che i giovani corrano a morire e non sanno neanche il perché.
E la scuola?
La scuola oggi giudica impietosamente in base agli errori. I nostri insegnanti non erano così: io studiai al classico, ma allora era diverso. Ai miei tempi venivamo anche educati, non era una pura trasmissione di sapere. Oggi vedo insegnanti che conoscono tutto, ma non sono in grado di educare. Un disastro: i ragazzi non sono mica tutti uguali, ognuno deve essere seguito diversamente. E invece vengono lasciati indietro, come è successo a Lovere dove in una classe ne sono stati bocciati 14 su 29. Un fallimento della scuola.
Cosa si ricorda di quando era studente all’università?
Mi sono iscritto alla Cattolica di Milano, a pedagogia, nel ’67. Eravamo tutti studenti lavoratori, non avevamo i soldi per pagare il collegio. Partivamo alle 7.09da Bergamo con il treno, ci conoscevamo tutti. In mensa ci sembrava di essere al ristorante. Un primo, magari un risotto, poi il secondo e un frutto: a casa non mangiavamo mica così tanto. Per 500 lire ci sembrava il paradiso. Un giorno, a novembre, si venne a sapere che il costo della mensa sarebbe aumentato di 50 lire. Scoppiò la rivoluzione. L’università venne bloccata, solo in un secondo momento si aggiunsero le valenze politiche dei movimenti studenteschi del ’68. Arrivavamo in Cattolica e dovevamo passare in un corridoio: da un lato la celere, dall’altro gli studenti.
“In Cattolica aumentarono il costo della mensa di 50 lire: scoppiò la rivoluzione”
Emanuele Severino era il mio professore di filosofia. Un giorno ci disse di comprare un libro di testo, costava 4 mila lire. Ora, forse, ci sarebbe da ridere, ma allora era un piccolo capitale: la mia famiglia, 7 persone, viveva con 20 mila lire al mese. Mio padre era l’unico che portava a casa lo stipendio, eravamo ancora ragazzi. Salii nella stalla per dire a mio padre del libro, gli dissi la cifra e mi rispose: “Dovremo vendere una vacca”. Ecco cosa voleva dire 4mila lire in una famiglia come la nostra. Quando andai a fare l’esame con il libro, scoprì che Severino era stato espulso per le sue idee e che quindi era stato inutile: quel libro lo conservo ancora, è nella mia biblioteca.
Lei ha studiato in seminario, liceo classico.
Al terzo anno fondai un giornale murale: comprammo una bacheca e appuntavamo articoli dei quotidiani e alcuni nostri interventi. Alla fine dell’anno mi chiamò il vice-rettore e mi disse che non avrei passato l’esame di vocazione. Con 7 miei compagni avevamo presentato un documento di 20 pagine in cui chiedevamo di cambiare delle cose: la domenica, al posto che passarla in seminario a fare niente, volevamo andare nelle parrocchie a fare catechismo. Il giovedì pomeriggio andavamo a giocare a pallone in quartieri sperduti, Boccaleone o Colognola: era più il viaggio a piedi che la partita. Proponevamo di andare in ospedale a dare una mano ai francescani. Poi, chiedevamo di avere più giornali: non solo l’Eco, ma anche il Corriere o la Stampa per allargare un po’ l’orizzonte. Fu lesa maestà, venimmo mandati via. Ai tempi se lo potevano permettere, il seminario era pieno. Sentivo la vocazione, sarei stato un bravo parroco.
Come si approcciò al giornalismo?
La mia passione per il giornalismo nacque proprio per quel giornaletto murale. Nelle mie agendine rimpaginavo il giornale, tutto a penna: ero appassionato della carta. Appena uscii da scuola in Val di Scalve fondai Rete 3, un ciclostilato: stampavamo un centinaio di copie, le pinzavamo e le distribuivamo nei paesi. Poi collaborai al giornale studentesco “Quattromeno”, fondato da don Tito Ravasio. Collaborarono studenti che poi divennero giornalisti e attori importanti: Ricci, Pier Vico Cortesi, Giulio Bosetti. Poi fondai Rete 4, dai 4 Comuni della Val di Scalve. Era una rivista stampata con carta patinata, crollata l’anno seguente quando venni chiamato per fare il militare. In realtà vendevamo anche 300-350 copie, non poche.
Come festeggerà questi 80 anni?
Non lo so.Come vuoi festeggiare,si va avanti e basta.Fino a quando reggo,va bene così.
“Non ho ancora finito di incuriosirmi di storie”
Non la spaventa questo anniversario? La cifra tonda?
No, è giusto così.Non voglio dire le solitefrasi, ieri sono andato alla Malga Lunga. Monsignor Spada morì a 94 anni, era lucidissimo. Montanelli scrisse fino alla morte a 92 anni. Fino a quando mi regge il cervello… questo è un mestiere gratuito. Ed è bellissimo, non ho ancora finito di incuriosirmi di storie.
Piero Bonicelli nella redazione di Araberara

