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Il mondo che verrà dopo il vertice di Anchorage: per l’Europa tutti i nodi stanno venendo al pettine
L'incontro in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin - foto Getty

Anche senza particolari annunci, l’incontro in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin è stato particolarmente illuminante: l’attuale contesto geopolitico mette il Vecchio Continente impietosamente di fronte alle sue debolezze strutturali

Il 15 agosto si è tenuto in Alaska il tanto atteso vertice tra Trump e Putin, con l’obiettivo di promuovere l’evoluzione verso la fine del conflitto in Ucraina. Inutile dire che, nonostante la comunità internazionale fosse carica di aspettative, il vertice non ha prodotto grandi risultati, deludendo chi sperava che il Presidente americano riservasse all’omologo russo la stessa assertività che ha dimostrato nei confronti di Zelensky qualche mese addietro ed agli alleati occidentali nelle recenti negoziazioni commerciali.

Un incontro difficile da decifrare, dal quale esce senz’altro con un buon risultato Vladimir Putin: accolto con tanto di tappeto rosso sebbene penda sulla sua testa un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale, ha potuto esibire come un trionfo la calorosa accoglienza del Presidente americano senza aver dovuto rivedere le proprie posizioni negoziali.

Dei contenuti di dettaglio veri e propri si sa poco al momento, e forse è meglio così. In maniera irrituale rispetto a quanto ci eravamo abituati a vedere, tornano in gioco le regole non scritte della diplomazia: con una negoziazione così delicata ancora aperta, bisogna prima coinvolgere l’Ucraina e l’Europa, dopo ci sarà tempo per gli annunci in favore di telecamera. Non possiamo che accogliere con un cauto ottimismo il fatto che, per lo meno nella forma, si sia tornati ai rituali della diplomazia, lasciando per un attimo da parte la politica dell’annuncio.

Nonostante il vertice non abbia dunque partorito delle conclusioni, si possono leggere in filigrana alcune considerazioni del mondo che verrà, la cui forma si manifesta anche attraverso i sorrisi e le strette di mano di Anchorage.

Viene anzitutto spontaneo fare una considerazione in merito alla “riabilitazione” di Putin: le sanzioni economiche comminate alla Russia non hanno funzionato, e la macchina bellica russa ha continuato a sostenersi: dopo più di tre anni il Presidente russo siede al tavolo con il suo omologo americano sostenendo le proprie condizioni, fiducioso del fatto che le sanzioni occidentali non hanno piegato l’economia del suo paese e la guerra, per quanto lo riguarda, potrebbe anche proseguire.

Questo fatto è preoccupante, non solo per la vicenda specifica, ma anche perché ci suggerisce una considerazione più generale: il peso economico dell’Occidente si è ridimensionato, a vantaggio dei BRICS e del Global South. L’economia russa ha potuto sostenersi perché altri paesi emergenti, forti di uno sviluppo economico impetuoso innescato dalla globalizzazione, hanno cominciato ad acquistare in grande quantità petrolio grezzo dalla Russia, neutralizzando di fatto le sanzioni occidentali.

Emblematico è il caso dell’India: la più grande democrazia al mondo, appartenente al blocco dei BRICS, che presenta tra l’altro una certa affinità culturale con i partner dell’Occidente. Secondo il Financial Times, nel periodo antecedente l’invasione russa dell’Ucraina, la quantità di petrolio grezzo che veniva acquistato da Nuova Deli da fornitori russi era pari all’1% del totale. Nel giro di breve, gli indiani hanno iniziato ad acquistare dalla Russia (a prezzo di sconto) il 30% del totale, raffinando ed in parte rivendendo agli stessi occidentali il prodotto finito, contribuendo in maniera decisiva a neutralizzare le sanzioni.

La leva economica come strumento per tutelare la pace ed il rule-based order è quindi destinata ad avere un’efficacia limitata in un contesto in cui il peso economico dell’Occidente è fortemente ridimensionato rispetto al passato.

La seconda considerazione che possiamo esprimere riguarda il ruolo degli Stati Uniti: ciò che si intuisce dall’incontro di Anchorage è che Trump prosegue sulla linea tracciata in campagna elettorale. Gli Stati Uniti si allontanano in questa fase dal ruolo di alfiere della democrazia del mondo, privilegiando la tutela degli interessi nazionali in ogni frangente. L’assertività con cui è stato richiesto agli alleati un incremento degli investimenti NATO ed è stata successivamente giocata la partita dei dazi è ben diversa dall’atteggiamento con il quale viene portato avanti il negoziato russo-ucraino. Il terreno è certamente differente, ma la sensazione è che questa partita interessi molto meno. Sia i proventi dei dazi che l’aumento dei contributi NATO richiesti agli alleati hanno dei riflessi positivi sui conti americani, contenendo in prospettiva il deficit e supportando la sostenibilità del debito pubblico di Washington: la vicenda Ucraina è più complicata e non necessariamente genera delle conseguenze economiche dirette di interesse per gli Stati Uniti. Viene percepito come un problema europeo, che, nell’ottica dell’esecutivo attuale, deve essere in gran parte gestito economicamente dagli europei.

La terza considerazione riguarda quindi l’Europa. Siamo in una fase storica delicata in cui i nodi stanno venendo al pettine: decenni in cui è mancata una strategia efficace di lungo periodo hanno generato delle debolezze strutturali che il contesto attuale mette impietosamente in evidenza.

Negli ultimi 20 anni, la crescita della produttività del lavoro in Europa è stata circa la metà rispetto a quanto registrato negli Stati Uniti. Minore produttività vuol dire minore crescita, in particolar modo in presenza di una demografia stagnante. Minore crescita vuole dire non avere le risorse necessarie a fronteggiare le sfide che ci troviamo davanti, tra le quali il fondamentale tema della difesa.

In secondo luogo, torna (o tornerà) centrale il tema dell’indebitamento: in assenza di crescita economica, se avessimo spazio fiscale, potremmo reperire le risorse necessarie a garantire la nostra sicurezza, per lo meno in parte, a debito. Purtroppo l’indebitamento nei paesi europei, seppure con alcune eccezioni, è molto elevato, rendendo complicata l’opzione di sostenere la nostra sicurezza con risorse prese a prestito. L’emissione di debito comune europeo potrebbe essere una soluzione, ma politicamente è una strada complessa: il piano Readiness 2030 ha d’altro canto dimostrato i limiti dell’azione sinora intrapresa: 650 degli 800 miliardi annunciati sono in realtà debito nazionale che i singoli stati possono contrarre in deroga al Patto di Stabilità.

In ultimo, l’Europa non ha ancora affrontato seriamente il tema dell’autonomia energetica, fondamentale per mantenere o incrementare la competitività della propria industria ed assicurare indipendenza da fornitori non sempre affidabili (pensiamo al gas russo nel contesto antecedente l’invasione dell’Ucraina) o decisamente costosi (il gas liquefatto importato oggi da vari paesi). Non avendo fonti alternative in quantità rilevante, l’unica soluzione realmente efficace sarebbe quella dell’energia nucleare, che potrebbe dotarci non solo di energia a prezzi competitivi in una situazione di stabilità, ma anche di indipendenza politica nei confronti di paesi fornitori in uno scenario di instabilità.

Il mondo che va delineandosi è quindi meno sicuro rispetto al passato, con una Russia che torna assertivamente sulla scena internazionale, gli Stati Uniti che rimodellano la propria postura all’insegna di un parziale isolazionismo ed il cui intervento nelle questioni internazionali sembra legarsi in misura crescente alla convenienza economica, ed una rivalità tra Cina e Usa che rappresenta il grande tema dei prossimi decenni, sebbene in questi mesi sembri (erroneamente) passato in secondo piano.

Come può rispondere a tutto questo l’Europa? Anzitutto cambiando il proprio mindset. Le vicende di questi mesi, dai dazi sino al vertice in Alaska, hanno reso evidente che non abbiamo diritto ad un posto di rilievo nel mondo in virtù della nobiltà delle nostre intenzioni o del nostro passato prestigioso. La nostra rilevanza deve essere costruita su basi solide, ripartendo dalle fondamenta. Anzitutto dall’economia, perché senza risorse non esiste futuro: sburocratizzare, aumentare la produttività, sostenere l’innovazione ed un mercato dei capitali continentale, perseguire l’indipendenza energetica: questi sono alcuni degli ingredienti chiave che possono generare crescita economica. Crescere vuole dire avere capacità fiscale per investire nel comparto della difesa, che a sua volta significa avere la solidità per sostenere la nostra posizione nelle grandi questioni internazionali. Spettatori o protagonisti, la scelta sta a noi.


Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.

In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.

È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.

Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.