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Intelligenza artificiale e lavoro: emancipazione o nuova servitù?
foto Tung Nguyen da Pixabay

Serve un salto politico: non si tratta solo di difendere i diritti acquisiti, ma di costruirne di nuovi. Siamo a un bivio storico: può inaugurare una stagione di lavoro liberato e vita pienamente umana, oppure consolidare il dominio di un capitalismo poco civile che considera gli uomini superflui

L’intelligenza artificiale (IA) non è neutra: può essere al servizio dell’umanità o trasformarsi nel nuovo volto della schiavitù. Sta a noi scegliere.

Ogni rivoluzione tecnologica porta con sé una promessa: liberare l’umanità dalla fatica e dalla necessità. L’IA non fa eccezione. Ma dietro la retorica della neutralità tecnica si nasconde una questione cruciale: chi governa le macchine e a vantaggio di chi operano? Dopo l’epoca luddista, in cui i lavoratori distruggevano telai automatici, il sindacalismo ha contribuito a civilizzare il capitalismo, introducendo regole, diritti e tutela.

Oggi il nodo non è se l’IA cambierà il lavoro — è certo che lo farà — ma se questo cambiamento potrà aprire una stagione di libertà o consolidare un nuovo e più pervasivo dominio.

La macchina come figura del potere

La storia ci insegna che il progresso tecnologico non coincide automaticamente con progresso sociale. Ogni aumento di produttività è spesso stato accompagnato da una concentrazione di ricchezza e potere, mentre il tempo liberato dalle macchine raramente è stato riconosciuto come spazio per una vita più umana.

L’IA rischia di diventare una nuova forma di comando: un dispositivo capace di sostituire forza lavoro, anticipare decisioni, sorvegliare comportamenti e modellare desideri. Un potere invisibile, inscritto negli algoritmi, che normalizza la subordinazione trasformandola in efficienza e rende più complessa l’azione sindacale.

La possibilità di un lavoro liberato

Non sono un tecno-pessimista: le macchine non hanno un destino predeterminato. Ogni tecnologia è terreno di conflitto e di negoziazione L’IA può ridurre radicalmente il tempo di lavoro necessario, aprendo la strada a una società in cui si lavora meno e si vive di più, e in cui la ricchezza prodotta diventa bene comune, non semplice proprietà privata.

In questo scenario, l’IA ci invita a ripensare il valore dell’umano: non più misurato dal lavoro salariato, ma dalla capacità di vivere, cooperare e creare.

La catastrofe possibile

Se i rapporti di potere restano immutati, il rischio è una vera e propria barbarie tecnologica: pochi proprietari di piattaforme e moltitudini rese superflue, escluse non solo dal mercato, ma anche dalla cittadinanza.

L’IA, in questo contesto, perfeziona un capitalismo estrattivo: sfrutta dati, emozioni, gesti quotidiani, trasformandoli in valore economico. La promessa di liberazione rischia così di tradursi in nuova servitù, sorvegliata da algoritmi che decidono chi ha diritto a reddito, credito o assistenza.

Il lavoro come spazio di pratiche e resistenze

Il lavoro non è mai stato solo imposizione dall’alto. È anche luogo di invenzioni quotidiane, tattiche invisibili e resistenze silenziose che sfuggono al controllo.

Così sarà anche con l’IA: può diventare strumento di dominio, ma anche oggetto di appropriazioni sociali, pratiche di solidarietà e usi imprevisti che aprono spazi di autonomia. Non è la tecnologia a decidere, ma le forze sociali che la attraversano.

Per una nuova costituzione del lavoro

Serve un salto politico: non si tratta solo di difendere i diritti acquisiti, ma di costruirne di nuovi. Il lavoro salariato non può più essere l’unico fondamento della cittadinanza.

Occorrono diritti universali — reddito di base, riduzione dell’orario di lavoro, accesso gratuito alla conoscenza e alla formazione, controllo collettivo dei dati — per garantire una vita dignitosa anche al di fuori della logica produttivista.

In altre parole, è necessaria una nuova costituzione del lavoro e della società: un patto che consideri la ricchezza prodotta dalle macchine come bene comune, non come privilegio di pochi.

La posta in gioco: libertà o dominio

L’intelligenza artificiale rappresenta un bivio storico. Può inaugurare una stagione di lavoro liberato e vita pienamente umana, oppure consolidare il dominio di un capitalismo poco civile che considera gli uomini superflui, riducendoli a consumatori sorvegliati e docili.

La scelta non è tecnica, ma politica. Non è l’algoritmo a decidere, ma la forza sociale capace di piegarlo a fini emancipativi. Se sapremo organizzare questa forza, l’IA potrà diventare soglia di una libertà inedita: il lavoro finalmente al servizio della vita, e non viceversa.


Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.