Miniera di fluorite in Presolana, è strategica? Da Legambiente primo ‘no’ alla riapertura
Il giacimento orobico, sotto la lente dell’Ispra, appare sfavorito per la faticosa accessibilità. Un documento della Provincia del 1977 ipotizza la presenza di altre colonne mineralizzate: i dubbi sulla purezza del materiale
Colere. È un po’ come se i Paesi occidentali si siano improvvisamente risvegliati da un sonno profondo lungo quasi 50 anni. Il Programma nazionale delle esplorazioni (Pne) ha segnato l’inizio di una nuova era mineraria in Italia. Tra i giacimenti considerati di interesse strategico e posti al centro della campagna scientifica dell’Ispra finalizzata alla riapertura delle miniere, c’è anche la riserva di fluorite nel massiccio della Presolana.
In Val di Scalve l’estrazione della pietra terminò nel 1980: dopo l’abbandono della ricerca mineraria definito a livello nazionale negli anni Settanta, le attività estrattive vennero delegate all’estero. “Le miniere non erano più ritenute strategiche, sembrava che avremmo dovuto vivere di solo turismo”, ricorda Angelo Borroni, docente del Politecnico di Milano in pensione e membro dell’associazione OrobieVive.
Oggi la situazione è cambiata. L’Unione Europea ha spinto gli Stati membri a mappare le proprie risorse: l’obiettivo è raggiungere maggiore autonomia e ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime critiche, essenziali per le tecnologie verdi e la transizione energetica. Tuttavia, ancor prima che i geologi arrivino a Colere per effettuare i primi sondaggi, le prospettive di ripartenza del giacimento scalvino devono affrontare una serie di criticità.
Il primo punto da chiarire è l’effettiva quantità di minerale nascosta nel massiccio tra la Val Seriana e la Val di Scalve: obiettivo delle iniziali rilevazioni dei ricercatori sarà proprio l’individuazione delle tonnellate presenti nel sottosuolo. Il documento “Situazione e prospettiva dell’industria mineraria e metallurgica in Provincia di Bergamo”, redatto dalla Provincia nell’ottobre 1977, riporta che nel 1976 nelle gallerie in Presolana lavoravano 36 minatori con una media di estrazione di 2.100 tonnellate al mese.
Per accertare l’esistenza di due ulteriori colonne di minerale la montagna venne perforata da Valzurio, sull’altro versante del massiccio. “Vi è una forte probabilità – sosteneva la Provincia – di individuare una terza, una quarta e una quinta colonna mineralizzate di identica dimensione. Con esse, le risorse del giacimento salirebbero a circa 1 milione di tonnellate che si aggiungerebbero alle 200mila già accertate”. Nonostante le rosee previsioni, nel giro di pochi anni l’attività in Val di Scalve si fermò completamente.
Tra i motivi principali della dismissione – sull’onda del trend nazionale – l’accessibilità della miniera, estremamente faticosa per la sua posizione. I costi di trasporto del materiale dopo l’estrazione sono tutt’oggi un fattore chiave per verificare la convenienza dell’attività. Negli anni Settanta la miniera era accessibile solo a piedi, risalendo il sentiero che dall’abitato di Carbonera conduce al rifugio Albani sopra quota 1.900 metri. L’unica via di rifornimento era costituita da una teleferica. Le funi trasportavano la fluorite estratta verso valle, all’impianto di frantumazione di Colere, per il trasferimento tramite la via Mala a Dezzo di Scalve e da lì alla laveria di Camerata Cornello. Oggi il trasporto, se l’ingresso fosse lo stesso di allora nei pressi del rifugio, potrebbe anche essere fatto su strada, ma il numero di chilometri da coprire sarebbe elevato. “La sensazione è che la miniera appare sfavorita rispetto ad altri siti”, sospira Borroni.

Si è poi iniziato a discutere sull’effettivo valore strategico della fluorite estraibile. Esistono infatti due diverse qualità di fluorite: quella metallurgica, con una purezza di floururo di calcio tra il 60% e il 85%, utilizzata come fondente nei processi metallurgici; quella di grado acido, pura almeno al 97%, utilizzata per produrre acido fluoridrico, un composto corrosivo impiegato nell’industria dei semiconduttori e dell’elettronica. La fluorite è “strategica” solamente con un grado di purezza elevato, dunque se appartiene alla seconda categoria. Secondo Borroni, il Pne gioca sulla definizione di materiale strategico. “La nominazione in alcuni casi è usata per creare filoni di autorizzazioni rapidi e svincolarsi dai lasciapassare delle autorità locali”, spiega. Al momento, non è chiaro se dalla fluorite ‘scalvina’ sia ricavabile fluoro puro.
Un tema delicato della questione è la sostenibilità ambientale dell’estrazione. “Si ha ancora l’idea di sette nani al lavoro con il piccone, ma oggi l’attività estrattiva avviene a cielo aperto per abbassare i costi – riflette l’ex docente del Politecnico -. Non viene estratta solamente la roccia ricca di minerale, i materiali in eccesso andrebbero smaltiti nel modo corretto”.
C’è poi la questione del rischio geologico: la Presolana si trova all’interno di un’area carsica contraddistinta dalla presenza di rocce solubili. Non ci sono laghetti o torrenti, l’acqua si infiltra e scorre nel sottosuolo: ‘dentro’ alla Regina delle Orobie si trovano le risorse idriche che alimentano l’intera piana a sud del massiccio. “Forse una delle criticità più importanti – avverte Borroni -. Un qualsiasi buco richiamerebbe l’acqua, serve un modello applicabile con questa tipologia di sottosuolo”.
Ad esprimere un parere negativo sulla possibile riapertura delle miniere è Legambiente Bergamo. “Continuamo a pensare a come attingere a nuove risorse quando dovremmo finalmente applicare l’economia circolare – afferma Elena Ferrario, presidente del circolo provinciale dell’associazione e membro della direzione regionale -. Bisogna proprio entrare nella logica della circolarità, recuperare i materiali presenti nelle cose che scartiamo. Troppo spesso l’economia circolare appare solamente come la rifinitura”.
Anche nel Parco delle Orobie si avverte un certo scetticismo: la miniera di fluorite si trova infatti all’interno dei confini del Parco. “O le tutele ci sono, o altrimenti è inutile pensare alla realizzazione delle aree protette – conclude la presidente dell’associazione -. Il Parco già subisce tanti attacchi: sappiamo di dover convivere attività produttive, ma non possono essere così impattanti”.


