Logo

Temi del giorno:

Ad Anchorage la fiera delle illusioni imperiali
Getty Images

La partita Usa-Russia giocata contro il resto del mondo non è stata vinta dal “duo”. Per quanto riguarda, invece, quella giocata tra Trump e Putin, una partita tossica e opaca, secondo Le Monde di ieri, qui appare chiaro che Putin “ha vinto” e che Trump “ha perso”

Se Trump e Putin si erano dati appuntamento per spartirsi il mondo alla vecchia maniera, il mondo sta sgusciando dalle loro mani come un’anguilla.

La causa profonda di questa impotenza imperiale è che il resto del mondo non ne vuole sapere: non la Cina, non i Brics, non gli Europei, non gli Ucraini. Il mondo non è più duale come a Yalta.

È plurale sul piano politico e globalmente interdipendente su quello economico. La partita Usa-Russia giocata contro il resto del mondo non è stata vinta dal “duo”. Per quanto riguarda, invece, quella giocata tra Trump e Putin, una partita tossica e opaca, secondo Le Monde di ieri, qui appare chiaro che Putin “ha vinto” e che Trump “ha perso ”.

Ciò si deve ad un’asimmetria epistemologica profonda tra i due, che riguarda cioè il rapporto con la verità/realtà. Putin ha una sua verità/realtà e la difende con le unghie e con i missili. La Russia non è uno Stato-nazione, è uno Stato-impero. Tutte le Nazioni ciò che stanno dentro i confini dello Stato sono russe. Dunque: uno Stato-Impero-Nazioni. Questo lo schema costruito da Pietro il Grande. Lenin aveva tentato di correggerlo, affidando appunto a Stalin nel 1917 il Commissariato del Popolo per le nazionalità. Non senza contraddizioni – che Putin ha recentemente rimproverato a Lenin – e marce indietro, soprattutto in relazione all’Ucraina, che era stata il centro propulsore dell’antica Rus. Le velleità di identità nazionale dell’Ucraina saranno domate dall’Holomodor nel 1932-33 fino al 1991.

Secondo la narrazione imperiale di Putin, l’Ucraina è un non-Stato, gli Ucraini un non-popolo. Gli Ucraini sono russi. La loro pretesa di essere Ucraini è la causa profonda, cui allude ogni volta Putin, dell’operazione militare speciale. Sì può fermare solo rimuovendo quella pretesa.

Concretamente: Donbass, Crimea, Zaporisha si devono già considerare russe. Ciò che resta dell’Ucraina è uno Stato a sovranità limitata, fuori da agni alleanza politica e militare. Un territorio “bielo-russizzato” a disposizione dei Russi. Attorno una cerchia di Stati neutrali, i Baltici, e di quelli dell’ex-patto di Varsavia. Il dittatore lo ha detto ad ogni tavolo, compreso a quello di Anchorage. Su questo tiene il punto da anni. Non pare probabile, per ora, che Putin voglia arrivare fino a Parigi, secondo il “pensierino” che era venuto in mente a Stalin, una volta arrivato a Berlino.
Gli basterebbe il vecchio Impero.

In questo contesto, fare la guerra fa parte integrante della politica imperiale, ne costituisce solo la continuazione regolare con altri mezzi. Putin ha incominciato con la Cecenia nel 1999 e  non ha più smesso: sono passati 26 anni e ne possono passare altri.
Trump pratica un’epistemologia diversa: la verità non è lo specchio della realtà, ma è quella inventata ad hoc e contraddetta un minuto dopo, a seconda della convenienza. È la verità dei troll, di cui Trump è Commander in Chief. Non c’è verità/realtà/storia, ci sono solo l’arbitrio, la volontà di potenza, la forza. Ma è proprio questo approccio che lo rende debole rispetto all’Impero ultracentenario di Putin e a quello millenario di Xi Jin-ping. Si è così ridotto a investire su due illusioni. La prima: che con i mezzi e le forzature dell’economia – leggi Dazi – si possano aggiustare rapporti di forza storico-politici di lunga durata. Putin non si fa piegare dalle sanzioni economiche. Non lo ha mai fatto nessuno nella storia del ‘900, ma neppure all’epoca del blocco continentale deciso nel 1806 da Napoleone contro gli Inglesi.

Pensare che in un regime dittatoriale e cleptocratico il ruolo del mercato e dei consumi possa essere lo stesso che in una democrazia liberale è di un’ingenuità disarmante. Il popolo starà peggio? E quando è stato meglio dal 1917? In ogni caso, ad un regime cleptocratico e classista quale quello costruito dall’oligarchia putiniana, il consenso popolare non serve più di tanto.
L’altra illusione è quella di poter staccare la Russia dalla Cina. Non se ne vedono, al momento, né le intenzioni soggettive né le condizioni oggettive.


giovanni cominelliGiovanni Cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano. Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.