L'analisi
Geopolitica senza maschere: tra l’ipocrisia europea, il declino americano e il bluff del Piano Mattei
La verità è che la partita geopolitica non si gioca più solo sul “chi offre di più”, ma sul come e a quali condizioni si offre. Se continuiamo a svendere i nostri principi per un contratto in più, perderemo non solo la faccia, ma anche il ruolo che l’Europa avrebbe potuto giocare come forza autonoma nel mondo
Il mondo sta cambiando, e i vecchi equilibri stanno crollando sotto il peso delle loro stesse contraddizioni.
Gli Stati Uniti, che per decenni hanno rappresentato e venduto al mondo l’immagine del garante della libertà e della democrazia, si sono rivelati sempre più inaffidabili. Hanno usato la guerra come strumento di politica estera, destabilizzato intere regioni, sostenuto regimi quando faceva comodo e abbattuto governi quando non servivano più. Oggi predicano valori che spesso non rispettano nemmeno in casa propria.
Il bullismo del presidente Trump rischia di scatenare una guerra commerciale che danneggerebbe soprattutto i Paesi poveri e i poveri di ogni Paese, compresi quelli degli Stati Uniti. L’amicizia italiana non è servita a molto, se non a rafforzare le prepotenze trumpiane. Eppure, la storia insegna che nessun conflitto economico o militare porta davvero prosperità: la pace, la cooperazione e il dialogo restano gli unici strumenti capaci di generare sicurezza duratura.
In questo scenario, l’Europa sembra risvegliarsi solo per accorgersi che la sua “coperta americana” è diventata corta e piena di buchi. E allora? Si guarda alla Cina, con un misto di fascinazione e paura. Pechino non esporta la democrazia con le bombe: porta infrastrutture, investimenti e contratti miliardari. Ma la Cina non è una democrazia, e i suoi interessi non si fermano davanti ai diritti umani.
Dunque la domanda è: quale prezzo siamo disposti a pagare per restare nella partita?
Qui emerge tutta l’ipocrisia europea. Per decenni abbiamo proclamato il primato dei diritti, della giustizia sociale, della libertà di espressione, salvo poi sacrificarli al primo tavolo di negoziato che prometteva vantaggi economici. Ci vantiamo di un “modello europeo” che difende il lavoro e l’ambiente, ma chiudiamo gli occhi quando i nostri fornitori sfruttano manodopera a basso costo o devastano territori lontani dai nostri confini.
E l’Africa? Lì la partita è già aperta e l’Europa è in ritardo. Cina, Russia, Turchia e altri si muovono senza complessi, mentre noi ci presentiamo con il Piano Mattei. Una formula presentata come “cooperazione paritaria” ma che odora di qualcosa di vecchio mascherato di modernità: sicurezza energetica per noi, controllo dei flussi migratori, qualche progetto simbolico per lavare la coscienza.
Se questo è “non predatorio”, allora abbiamo perso il senso delle parole. Gli africani non hanno bisogno di piani calati dall’alto: hanno bisogno di partner che rispettino la loro sovranità, trasferiscano competenze, costruiscano infrastrutture gestite localmente e non imposte come pegno per l’accesso alle materie prime. Se il Piano Mattei resta com’è, sarà solo l’ennesima dimostrazione che l’Europa, dietro i discorsi sulla “partnership”, continua a vedere l’Africa come un serbatoio di risorse e un argine per i migranti.
La verità è che la partita geopolitica non si gioca più solo sul “chi offre di più”, ma sul come e a quali condizioni si offre. Se continuiamo a svendere i nostri principi per un contratto in più, perderemo non solo la faccia, ma anche il ruolo che l’Europa avrebbe potuto giocare come forza autonoma nel mondo.
La scelta è davanti a noi: o diventiamo complici del cinismo globale, o costruiamo una politica estera che metta al centro non solo i mercati, ma anche la dignità. E ricordiamoci che una politica estera davvero lungimirante è quella che rinuncia alla forza militare e sceglie la via della pace come strumento di influenza: non armi e sanzioni, ma ponti, dialogo e giustizia.
Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.


